Nel corso della sua vita, l’essere umano, inteso come unità biologica complessa di mente e corpo, è sempre parte di una recita teatrale dove incarna una o varie storie.
L’individuo impersona uno o più ruoli e li interpreta a seconda delle situazioni. Ogni ruolo, come frutto delle esperienze vissute nel mondo, richiede una serie di comportamenti. Ogni comportamento, ogni movimento nello spazio, ogni sguardo parla di noi, anzi urla.
Il corpo è il grande artista che si muove al centro del mondo. Gli individui, come gli attori di una rappresentazione teatrale, si muovono ai margini del palco e affidano la scena al corpo, ai suoi movimenti, ai suoi gesti, al silenzio, allo spazio che occupa. Il movimento e l’incrocio di corpi e di entità mobili danno vita ai luoghi e agli spazi. La forma del corpo in movimento gioca un ruolo importante nella costruzione del senso dello spazio.
Prima dell’interazione, lo spazio non è altro che un ente fisico, un luogo privo dell’attività delle anime. Lo spazio, portatore ed espressione di un’azione sociologica reciproca, rende possibile il nostro stare insieme. Lo spazio è il contenitore del processo di associazione. La configurazione sensibile della delimitazione spaziale anima e misura le dinamiche relazionali.
Il movimento e l’incrocio di corpi danno vita ai luoghi e agli spazi. La percezione dello spazio deriva da una percezione sensoriale dell’alterità, della dualità io-altro. Lo spazio, entità entro cui si collocano i corpi, è un linguaggio che comunica atteggiamenti, sentimenti e relazioni. Il modo di relazionarsi con lo spazio esterna il modo di rapportarsi con l’alterità e con tutto quello che sta al di là dell’orizzonte rappresentato dall’io.
L’individuo conquista lo spazio attraverso i propri canali sensoriali: la relazione con lo spazio s’instaura attraverso la vista e il tatto che servono a individuare le forme dello spazio. Lo spazio, in quanto sistema culturale, esprime contenuti e presuppone delle ideologie. Il comportamento spaziale presenta molteplici variazioni culturali ed è influenzato dal mondo delle credenze e delle idee che caratterizzano una specifica cultura.
Col crescere dell’età l’individuo tende ad aumentare l’ampiezza del proprio spazio. L’uomo si serve dei suoi cinque sensi, le nostre “porte della percezione”, per costituire la propria mappa. La mappa non è più il territorio. Attraverso le sue porte della percezione, cioè il canale visivo, uditivo, tattile, olfattivo e gustativo, l’individuo riceve continui stimoli e costituisce la propria mappa. Lo spazio non ha di per sé confini: si tratta di un’estensione priva di confini. I limiti restano sempre attribuzioni del tutto arbitrarie. Il limite è un fatto psichico-sociologico che si forma spazialmente, cioè un avvenimento psichico-sociologico che viene tradotto in una linea nello spazio.
Lo spazio è il contenitore di diversi sostantivi, quali il vicinato o l’estraneità, la stima o il disprezzo, la premura o l’indifferenza. La spazialità, forma di distanza fisica, contiene ma non crea questi “fatti prodotti unicamente da contenuti psichici”, come li definisce Simmel. L’anima riempie lo spazio con i suoi prodotti psichici. Con Simmel, lo spazio diventa un’attività dell’anima, un modo di collegare affezioni sensibili. Egli sostiene che l’interazione sociale segue i movimenti psichici degli individui. Quando gli individui dall’estraneità passano all’interazione lo spazio si riempie svelandosi contenuto psichico.
Il nostro dimorare sulla terra può essere interpretato attraverso lo spazio e i luoghi che abitiamo e i luoghi che visitiamo. La cosa più importante di un viaggio non è il bersaglio, ma il tratto o il precorso per realizzare l’itinerario perfetto. Ci sono luoghi dove i trasporti funzionano, ci si sposta agevolmente e gli spostamenti delle persone fanno sentire le stesse libere e a proprio agio. Un luogo del genere non è per forza identitario e relazionale.
La nostra attenzione è rivolta al rilievo che assume il concetto di spazio all’interno del pensiero di Simmel. Il filosofo della distanza ha sempre avuto uno sguardo attento verso i processi di distanziamento sociale. L’attenzione di Simmel cade su una distanza generata dal progresso: uno sviluppo che ha generato un allentamento dei rapporti interindividuali. I luoghi non-relazionali sono altamente indicativi della nostra epoca: un’epoca contraddistinta dall’individualismo solitario, dal passaggio, dal transito, dall’innovazione permanente e dalla provvisorietà.
È meglio viaggiare verso i luoghi identitari, storici e relazionali, dove i rapporti reciproci che si stabiliscono grazie alla condivisione, da parte di singoli individui, dello stesso spazio danno vita a un’identità collettiva; viaggiare verso i luoghi tradizionali, spazi simbolizzati che parlano e fanno ascoltare storie, archetipi dell’interazione sociale, “luoghi di memoria”, luoghi al tempo stesso mediatori di memoria e produttori di memoria; Visitare i luoghi evocativi, dove c’è una storia potente e affascinante dietro ad ogni angolo, edifici storici di particolare pregio, luoghi degni di essere immortalati; Visitare i borghi pieni della furia della natura, delle lacerazioni delle battaglie.
Riabitare i luoghi abbandonati
Una confusa concitazione di sentimenti ci travolge quando visitiamo i luoghi abbandonati. Visitare i luoghi abbandonati ci fa quasi tristezza. Traversando questi luoghi in un primo momento forse ti senti come Publio Ovidio Nasone mandato in esilio sul Mar Nero. L’ho creduto anch’io per un po’, ma è da molto tempo che non lo credo più. Superato l’impatto emozionale iniziale, assai violento per le paure che la prima visita ad un borgo abbandonato provoca, chi frequenta questi luoghi scopre il fascino e l’attrazione delle rovine.
Quando sei in un luogo tradizionale non sei soltanto in un luogo stupefacente da un punto di vista architettonico e storico, ma sei anche in un luogo evocativo. I luoghi tradizionali sono supporti memoriali che tramandano una memoria e conservano tracce del passato. I ricordi si testualizzano in monumenti, rovine, case diroccate e disabitate.
La nostra è una forma di premura verso i luoghi perduti, verso i paesi trascurati e i borghi lasciati a perdersi, luoghi abbandonati al proprio destino, abbandonati a sé stessi, isolati nella solitudine. Il mio è un invito a riabitare i luoghi perduti e i borghi disabitati dove regna il silenzio e coglierne la poesia silenziosa e melanconica. Bisogna ridare vita ai luoghi perduti visitandoli, scrivendone, parlandone; cercare di sciogliere nella poesia e nelle parole tutta la dolenza per quei luoghi, così forse accarezzandoli.
La terra precaria e incompiuta, nonostante esprima una poesia malinconica, non è priva di una gaiezza particolare, quasi tattile. Le rovine potrebbero costruire la bellezza del paesaggio. L’attrazione delle rovine, luoghi ad alto potenziale evocativo, è alimentata dai viaggi, scoperte archeologiche e opere di pittori. C’è un fascino tipico nel pulviscolo che l’intervallo disperde nei borghi perduti, luoghi avvolti dalla malinconia.
Il fascino delle rovine, l’attrazione che esercitano su un pubblico sempre più vasto di appassionati, nascono secondo Christopher Woodward, storico dell’architettura, da una caratteristica che va ben oltre il loro interessi come monumenti: elemento centrale in questo interesse è la loro incompiutezza, che diventa stimolo per la creatività. Dialogo fra una realtà incompleta e l’immaginazione dello spettatore, le rovine hanno ispirato in ogni tempo l’arte pittorica e la letteratura.i
La mia è un’eccitante esortazione alla visita di luoghi che rincorrono l’oblio con passione e dedizione; cercare senso nei luoghi incompiuti, nel viaggio che facciamo verso i luoghi perduti, nel come lo facciamo e nel perché lo facciamo; fare l’abbandonologa, un nuovo mestiere inventato da Carmen Pellegrino mentre lavorava al romanzo Cade la terraii. Per il neologismo abbandonologa s’intende la persona che “perlustra il territorio alla ricerca di borghi abbandonati, edifici pubblici e privati in rovina, strutture e attività dismesse (luna park, orti, giardini, stazioni, ecc.), di cui documentare l’esistenza e studiare la storia”iii.
i Woodward, Christopher, Tra le rovine. Un viaggio attraverso la storia, l’arte e la letteratura, Guanta, 2008
ii Romanzo di Carmen Pellegrino, ambientato in un paese abbandonato
iii L’enciclopedia Treccani On line, citazione ripresa di Massimo Onofri, Passaggio in Sardegna, Firenze, Giunti Editore S.p.A, 2015

2 commenti
Pingback: Vacanze Cult -
Pingback: Esce oggi Di abbracci, di pugni e di mani sul petto, il nuovo Ep di Carlo Addaris - Mediterranea