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Al Piccolo Teatro di Caserta Eduardo Cocciardo e il suo Godot

RedazioneBy Redazione25 Novembre 2016Updated:25 Novembre 2016Nessun commento3 Mins Read
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Locandina Cts
Locandina dello spettacolo

Al Piccolo Teatro Cts di Caserta in via Louis Pasteur 6, zona Centurano, appuntamento per sabato 26 novembre alle ore 21 e domenica 27 alle 19 con la compagnia teatrale Ugualos Produzioni che presenterà “E continuavano ad aspettare Godot”.

Il libero adattamento e la regia sono di Eduardo Cocciardo. In scena ci saranno Salvio Di Massa, Davide D’Abundo, Alessandro Guerra, Lucio Scherillo, David Laezza. Scene di Tatiana Taddei.
Queste le note di regia:

La nostra messa in scena di “E continuavano ad aspettare Godot” si pone due obiettivi specifici, solo apparentemente in contrasto: riscoprire la geniale comicità del testo – spesso ignorata dalla critica, equivoco questo che ha indotto il pubblico più popolare a giudicare l’opera troppo ermetica ed ostica – e ricondurre l’epopea dell’attesa e dello smarrimento esistenziale al dramma dei migranti di ogni tempo, costretti a veder franare buona parte delle loro speranze all’arrivo in un porto che si rivelerà ben presto un’eterna sala d’aspetto.

Il primo obiettivo sarà raggiunto lavorando in piena sinergia col ritmo forsennato e con l’arguzia del detto – non detto che fa di Beckett uno degli autori più all’avanguardia del Novecento. Quel particolare modo di porre la battuta che non la rende mai completamente detta, sia perché la sua vera conclusione sta nel silenzio che segue alla sua brusca interruzione, sia perché ciò che veramente è detto è solo una minuscola particella di un mosaico molto più grande, nel quale gli stessi personaggi sembrano essere imprigionati – metafora straordinaria dell’esistenza umana – e che soltanto un deus ex machina come Godot potrebbe decidersi ad illuminare di verità, sempre che si decidesse ad arrivare…

Ma per ritrovare il vero spirito comico insito nel testo, anziché chiedere all’attore di cavalcare quell’avanguardia diventando spettro di sé, andando oltre le tecniche conosciute, per inventarsi un modo nuovo di stare in scena (utopia che molte regie hanno inseguito negli anni, credendo ciecamente che le innovazioni del testo dovessero essere raddoppiate a livello attoriale), faremo ciò che probabilmente lo stesso Beckett avrebbe fatto, proveremo cioè a ricondurre il lavoro dell’attore non a un futuro incerto e illeggibile, ma a un passato, a una tradizione che a ben vedere è la vera madre dei personaggi di Vladimir e di Estragon: la Commedia dell’Arte. Cosicché, attraverso il contrasto, tutto recitativo, che si genererà tra la tendenza comica a reagire ad azioni e motivazioni chiare e leggibili e la sfida, tutta beckettiana, di fondare il racconto su una sostanziale in-azione, si raggiungerà alla fine anche il nostro secondo obiettivo: raccontare, attraverso il dramma antichissimo dell’attesa e dello spaesamento, della marginalità sociale e dell’eterna sconfitta di chi sfugge alle categorie, il dramma dei migranti, dei disadattati, degli ultimi che rimarranno ultimi.

Scopriremo così, come in un cerchio che si chiude alla perfezione, che il linguaggio di Vladimir ed Estragon altro non è che il linguaggio di due comici dell’arte privati del loro naturale scenario, privati di una compagnia, e costretti adesso a vivere in una specie di eterna smemoratezza. E non è certo un caso che le antiche carovane dei comici portassero in giro per l’Europa uomini senza identità sociale, senza fissa dimora, senza uno straccio di Godot in cui credere davvero, se non quel dannato canovaccio che li avrebbe fatti davvero vivere, anche se per il tempo di una rappresentazione.

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