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Cultura

Minoranze che si incontrano in cucina

Maria Antonietta AngioiBy Maria Antonietta Angioi25 Giugno 2016Updated:4 Agosto 2017Nessun commento5 Mins Read
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È possibile usare il cibo come strumento per incontrare l’altro? E si possono preservare e integrare le diversità culturali attraverso il cibo? Il Mediterraneo è da sempre un crocevia, un punto privilegiato di relazione, scambi e accoglienza.
La consuetudine all’incontro tra le sponde diverse dello stesso mare infatti, esisteva già sei o sette millenni prima di Cristo, determinando e contribuendo alla nascita di indubbie parentele culturali tra le varie società che entravano in contatto sia a livello linguistico che gastronomico; perché in fondo, è la cucina che insegna a conversare. Fra tutti gli aspetti socio-culturali, il cibo può effettivamente diventare un’importante strada di integrazione per avvicinare i popoli, perché permette l’incontro, il confronto e la collaborazione con le altre culture. Il cibo del resto, è relazione, educazione e cultura; è gioia, sofferenza, dignità, storia, religione e scambio.

Non è un caso allora che le tradizioni enogastronomiche nostrane, ad esempio, siano connesse con una grande varietà di cibi provenienti da altre realtà del Mediterraneo, diventando parte integrante di tradizioni all’apparenza distanti. La convivialità a tavola ha da sempre giocato un ruolo fondamentale nella socialità delle persone, perché comporta interdipendenza, rendendo più stretto il rapporto tra i commensali. Il cibo ha rappresentato e costituisce tutt’ora il punto centrale nella storia dell’umanità, anche se ancora per molti, rappresenta uno degli aspetti più problematici dell’esistenza. Il concetto di dieta mediterranea – ossia l’idea che vi sia un tipico stile alimentare proprio dei Paesi che si affacciano sulle rive del Mediterraneo – fu un’intuizione dei primi anni ’30 e rimarcava come, quei popoli senza eccezione alcuna, mostrassero un’attenzione e una consapevolezza dell’importanza dell’alimentazione che aveva pochi altri riscontri nel Mondo.
Riti e consuetudini propri della preparazione, del consumo e della condivisione del cibo nel bacino del Mediterraneo affondano la loro essenza e la loro peculiarità in tradizioni ed elementi culturali, talvolta millenari, che sono stati tramandati fino ad oggi e costituiscono parte essenziale del modo di vivere mediterraneo.

L’integrazione tra i popoli però non è qualcosa di spontaneo, occorre una doppia volontà, da un lato cittadini e istituzioni, dall’altro le minoranze, passando anche per la scuola e la comunità. Nel corso degli ultimi decenni la questione relativa ai diritti delle minoranze è emersa soprattutto a livello di realtà nazionale, attraverso la sempre più pressante richiesta da parte di queste comunità, di riuscire ad acquisire il diritto di avere una vita culturale propria, di professare e praticare la propria religione o di usare la propria lingua. Ne sono un esempio i referendum banditi in Catalogna e Scozia, i quali hanno ottenuto larghi consensi dalle altre minoranze presenti in Europa, che hanno promosso e realizzato a livello locale diverse iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di tutela, stabilità e di integrità territoriale.

In Italia vengono riconosciute e tutelate oltre una decina di lingue minoritarie e queste per tenere vive le tradizioni e l’identità che le caratterizza, propongono ogni anno iniziative che passano per la cucina, ma anche la musica e la lingua parlata e scritta, ripercorrendo le storie e le lotte che nel corso dei secoli hanno portato le minoranze etniche e religiose, – fatte anche di invasori, di emigrati e di emigranti, di conquistatori, di profughi che hanno influito su tradizioni e tipicità pre-esistenti, radicandosi fino a diventare tratti distintivi -, a rivendicare il riconoscimento della propria identità. Obiettivo dichiarato è quello di far emergere e far conoscere ad un pubblico sempre più vasto la cultura delle comunità, puntando anche ad offrire una lettura più attenta delle proprie tradizioni e di recuperare e valorizzare la storia che ha segnato quel territorio. Non si tratta di semplici abitudini intese come ripetizione automatica di un modo di comportarsi, bensì elementi di espressione diretta di una cultura, di una tradizione, che racchiudono un insieme di significati e suggestioni, alle quali non si intende rinunciare lasciandosi contaminare o influenzare da elementi sociali esterni. Un cibo si prepara per celebrare ricorrenze familiari, solennità religiose, feste stagionali, e si prepara seguendo le procedure che venivano messe in atto e che sono considerate quasi immutabili, offrendo un panorama e una proposta di sapori ampissima e ricchissima, che vengono tramandate e trascritte in maniera esatta e sempre uguale a se stessa, perché la memoria è corta. È necessario sostenere e praticare, anche attraverso il sapere fare a tavola, la conoscenza e il dialogo fra popoli diversi i quali tra loro sono vicini, – perché noi viviamo già in una situazione di cosmopolitismo -, ma anche distanti per radici e tradizioni. Dove è possibile è sempre necessario aggiungere un posto (a tavola).

Ciò che sembra essersi inceppato infatti, è il rapporto tra minoranze, che non intendono cedere terreno alle rivendicazioni autonomiste, e maggioranze, che non intendono rinunciare a meccanismi di subordinazione sociale che ne limitino l’azione, compromettendo così il meccanismo di trasmissione della tradizione, esponendo i popoli del Mediterraneo al rischio di smarrire un bagaglio di conoscenze e di comportamenti alimentari, culturali e sociali, unico al mondo.

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Maria Antonietta Angioi
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