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Libri

Il nome della rosa

Ines MacchiarolaBy Ines Macchiarola18 Dicembre 2012Updated:15 Settembre 2016Nessun commento5 Mins Read
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Il nome della rosa
Il nome della rosa
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Siamo alla fine di novembre dell’anno 1327. In una abbazia medioevale dell’Italia settentrionale avvengono una serie di assassini. “Who has done it? E’ la domanda che apre il “giallo ad enigma” raccontato ne “Il nome della rosa”. Primo romanzo scritto da Umberto Eco, pubblicato nei primi anni ottanta, fregiatosi nell”81 del “Premio Strega”, e sul quale si è ispirato nell”86 il film diretto da Jean-Jacques Annaud.

Se con il termine Medioevo, tra il 1400 ed il 1500, i pensatori rinascimentali indicavano l’età di mezzo tra la fine dell’età classica, ed il loro secolo, allo stesso modo “Il nome della rosa” è stato collocato tra i racconti classici letterari, e quelli del genere da “giallo deduttivo”. Aristotelica, e scolastica è la corrente filosofica abbracciata.

Tutto ruota, infatti, ad un enigma da camera chiusa: la biblioteca. Mentre un frate francescano inglese, Guglielmo di Baskeville, e Adso da Melk, suo allievo, diventano i protagonisti della narrazione. Guglielmo e il suo novizio si trovano al Monastero benedettino per sostenere, su richiesta dell’Imperatore Ludovico, le tesi pauperistiche-francescane contrarie a quelle dei delegati della curia papale. Da una parta è una storia che si articola tra eresie, e questioni ordinistiche dei monasteri. Dall’altra si pone il problema di risolvere alcuni delitti consumatisi dentro l’abbazia. Un luogo “impossibile”.

Secondo Aristotele, infatti, il mondo sensibile, rivisitato e rivalutato, parla di se stesso. Il mondo sarebbe una trama di relazioni percorribile in tutte le direzioni. La comprensione di questo può rendere partecipi di un sapere arcano. Ma ovvio. Un sapere speciale, riservato ad una ristretta cerchia (“elite”). Tuttavia la verità si manifesta a tratti anche negli errori. E’ necessario in questo caso decifrarne i segni, anche lì dove appaiono oscuri, ed intessuti di una volontà del tutto intesa al male.

Guglielmo, giunto prima dell’arrivo delle due delegazioni, ed accompagnato da Adso, viene incaricato dall’abate delle indagini. Divieti, omertà, e nuovi omicidi impediscono il regolare svolgimento dell’inchiesta. La ricerca del responsabile si intreccia con quella di un misterioso manoscritto che sembra in qualche modo connesso agli omicidi. Secondo un’accurata ricostruzione dei fatti, Guglielmo, si convince che Adelmo, come anche, Venanzio, l’amico monaco traduttore dal greco, e l’aiutante bibliotecario, Berengario, siano morti dopo aver letto lo stesso libro. Tutti presentavano due macchie nere: una sulla lingua, ed una sul dito.

Questa ipotesi poteva essere accettata solo grazie ad una prova. E questa prova Guglielmo doveva cercarla dentro la biblioteca. Sarà proprio il sogno di Adso, nel sesto giorno – la narrazione è suddivisa in sette giornate – a corroborare l’ipotesi investigativa del maestro.
“Credo che la tua anima addormentata abbia capito più cose di quanto non ne abbia capito io in sei giorni, e da sveglio.” Dirà Guglielmo. Ed è ancora Adso che involontariamente fornisce al maestro la chiave per entrare nella biblioteca, scrigno di sapere e saggezza di tutta la cristianità.
“Dio ti benedica Adso! E’ la seconda volta, oggi, che per bocca tua parla la saggezza, prima in sogno, ed ora durante la veglia.”

L’accesso alla biblioteca dispiega allo stesso tempo un labirinto ben architettato nel quale Adso si perde. L’uscita sarà indicata dal maestro. E’ tardi. Il manoscritto non si trova. Sono così costretti ad andare via. La svolta arriva con l’entrata in scena dell’inquisitore, Fernando Guy, che accusa di pratiche eretiche e di omicidio i frati, Remigio, Salvatore ed una ragazza, rea di averli tentati. La condanna per tutti è il rogo.

Guglielmo, interpellato da Guy, sostiene l’innocenza riguardo ai delitti di tutti gli accusati. Tra lunghe disquisizioni filosofiche, passaggi narrativi di difficile lettura, Adso ed il maestro riescono a trovare in un intricato tunnel di labirinti il famoso manoscritto. Si tratta de “La poetica di Aristotele”, il secondo libro. Nello stesso tempo sorprendono il venerando bibliotecario, Jorge, ad impregnarne le pagine di arsenico. Spinto dall’odio che provava per il riso e coloro che ne parlavano. Resosi inutile il tentativo di Jorge di avvelenare anche Guglielmo, che sfoglia le pagine con un guanto, il frate in un eccesso di ira divora i fogli intrisi di veleno, e da fuoco all’intera biblioteca, e con essa i libri, l’intera abbazia, insieme al suo carico di intrighi, e delitti.

“Volge così a termine la storia di un uomo giunto ormai alla fine dei suoi giorni.” Dirà Adso tornato in quei luoghi pregni di solitudine. Ricordando Guglielmo, quando gli lasciò i suoi occhiali osserva “il mondo come un grande libro attraverso il quale Dio ci parla. Ma è anche qualcosa di più.” Adso in quei sette giorni aveva vissuto avvenimenti, che lo avevano allontanato da ogni apparente regola. “Ma l’Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall’eccessivo amore di Dio, o della verità. Come l’eretico nasce dal Santo, e l’indemoniato dal veggente.”

Adso non lo vide più da allora. Da quando, diretti ad oriente, dovettero invertire il loro cammino perché Roma si era ribellata all’imperatore Ludovico, e l’Italia sarebbe stata insicura. Giunti a Monaco di Baviera i due si separarono. “Prego sempre che Dio abbia accolto la sua anima, e gli abbia perdonato i molti atti di orgoglio che la sua fierezza intellettuale gli aveva fatto commettere.” Osserva Adso declinando un pensiero con i chiari tratti dell’oscurantismo medioevale. Ma dice anche che di tutti quei volti del passato, gli torna alla mente più chiaro di tutti, quello della fanciulla, che visitò tante volte i suoi sogni da adulto, e di vegliardo.

Eppure di quell’unico amore della sua vita non aveva saputo, né seppe mai… il nome.

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Ines Macchiarola

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