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Arte

Quanta arte può ospitare un’automobile?

Giulia PalombaBy Giulia Palomba1 Marzo 2012Updated:25 Settembre 2016Nessun commento4 Mins Read
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Adesivo del progetto Tavor Art Mobil
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L’accezione Ospite, la cui etimologia richiama la voce Hòstis (Oste), incarna una dualità significante intrinsecamente opposta: sta difatti a indicare colui che riceve il forestiero “per amicizia e benevolenza” e il forestiero medesimo.

Nel campo dell’arte il termine viene spesso associato all’istituzione museale, la quale ospita un’artista piuttosto che la sua opera.
Tuttavia, all’interno di questo rapporto ormai consolidato, viene a mancare quell’elemento rituale consistente nello scambio di un dono, il quale viene ridotto, in questo specifico contesto, alle mere sembianze di un scambio di servigi.
Nell’ecosistema delle gallerie può invece capitare che si ricorra ad un tacito accordo di benevolo lascito da parte dell’artista-ospite nei confronti dell’ospite gallerista. Tuttavia apparirebbe arduo e forzato il tentativo di ricondurre queste prassi puramente “strumentali” ad un concetto, seppur vago, di ospitalità.

Assecondando la logica di un equilibrato intreccio di reciproci servigi, doni e disponibilità, il duo artistico Barbara Ardau e Domenico Di Caterino propone invece una valida e originale alternativa sarda a qualsiasi formale e compunto sistema espositivo conosciuto: del tutto indipendente, completamente autogestito e autoregolamentato, il progetto Tavor Art Mobil, sembra prendere vita all’insegna dell’Arte e dell’ospitalità.
Forse in parte erede dell’esperienza del Rockbus Museum (Museum of Contemporary Public & Social Art), la coppia propone un ciclo di sei mostre bimestrali nell’abitacolo della propria automobile, dunque quotidianamente itineranti.
Ogni mostra, inaugurata con una Route-un tragitto, prevede un numero variabile di opere che i rispettivi artisti creatori, o Visual Artists, sono incaricati di spedire/recapitare alla coppia.
Alle route inaugurali partecipano inoltre degli ospiti speciali, i quali apportano il proprio contributo critico dando vita ad una conferenza-performance live durante la quale ognuno articola le proprie considerazioni riguardo le opere presenti nell’Art Mobil; il tutto viene debitamente ripreso, documentato e diffuso tramite YouTube dalla coppia conduttrice Ardau-Di Caterino.

Questo lineare ed equilibrato sistema d’interdipendenze sembra proprio basarsi sull’aspetto rituale della duplice essenza dell’ospitalità, sulla reciprocità: il padrone, non a scopo di lucro, protegge e sostiene l’opera del forestiero, che a sua volta collabora con esso, disponendo dei suoi servigi “curatoriali” in cambio dei propri “creativi”.
“L’artista, libero promotore di se stesso, può relazionarsi direttamente con altri artisti e con il proprio pubblico; è completamente padrone del proprio lavoro. Comunque più che sistema alternativo direi altro: niente di controculturale, politico o ideologico, è proprio un altra cosa! Le gallerie non esistono in questo processo, noi ci relazioniamo direttamente da artisti ad altri artisti, dando vita ad una rete culturale solidale”, ci racconta Barbara Ardau.
Io aggiungerei ospitale.
Ogni artista si relaziona al progetto Tavor Art Mobil liberamente, apportando il proprio contributo attraverso la donazione (o “il prestito”) di una propria opera, la quale viene letteralmente ospitata. Il duo curatoriale si fa dunque promotore di una nuova forma di fruizione e d’esperienza dell’arte, offrendole “ospitalità” in cambio di un dono, di un’opera, di arte stessa.
il risultato dell’attuazione di modelli collaborativi-ospitali come il sistema organico e comunitario della Tavor Art Mobil, che supera le regolamentazioni strumentali contribuendo alla diffusione e la riscoperta del concetto di collaborazione, al pari della teorie dei giochi economici, produrrà di fatto effetti benefici per ciascun individuo partecipante.

La proposta di valicare i limiti dei macro-sistemi di circolazione e diffusione artistica e culturale, candidando un micro-sistema d’interrelazioni dirette, cooperative ed ospitali, diffonde un sincero senso di rispetto e ammirazione, tale da farci davvero credere che le risposte sociali ai tumulti e dissestamenti contemporanei siano forse da ricercare in quelle pratiche e ritualità assopitesi nel tempo, ma fortunatamente non perse del tutto: la riscoperta delle potenzialità sociali, dello scambio prima della speculazione, dell’ospitalità collaborativa prima del lucro, sono forse pronte a proteggerci e fornirci riparo dal confronto con una realtà in cui ci sentiamo un po’ tutti forestieri.

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Giulia Palomba

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