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Storie meridiane

Almeno tu hai un lavoro

Geneviéve GagnèBy Geneviéve Gagnè15 Novembre 2011Updated:22 Novembre 2016Nessun commento4 Mins Read
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Una persona che cerca lavoro
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Mario ha 28 anni. Con una laurea, due specializzazioni alle spalle, ha trovato un lavoro o forse sarebbe più giusto dire che gli è stato regalato un lavoro in una rinomata banca italiana. Regalato perché ha ottenuto il posto grazie a suo padre che glielo ha lasciato andando in pensione, seppur risultando idoneo ad una selezione. Mario non poteva dire di no a un’opportunità del genere soprattutto in un periodo in cui non c’è lavoro. Lo fa, però, contro la propria voglia di lavorare nel proprio settore e di mettere a profitto tutte le sue conoscenze. Lo fa perché «almeno lui ha un lavoro.» Una frase che da quando sono in Italia mi fa drizzare i capelli sulla testa. Come mai una persona intelligente come Mario con educazione universitaria di tutt’altro tipo finisce per lavorare in una banca dove la possibilità di crescere dentro l’istituzione è in base non alla capacità, ma all’anzianità di servizio?

Il mercato del lavoro come tutti sanno è distorto: avrebbe bisogno di un grandissimo cambiamento per diventare più dinamico lasciando spazio ai giovani e alla meritocrazia. Una bellissima frase no? Una frase che leggo da tantissimo tempo nei giornali ma che si chiama in inglese wishful thinking o meglio, in italiano, un pio desiderio. Tutti criticano il sistema che non è basato alla meritocrazia ma sulle conoscenze personali o politiche ma spesso gli stessi che lo criticano lo usano. E questo fa si che il resto dei giovani formati e validi si debbano accontentare di posti di lavoro in qualsiasi settore gli capitino come il caso di Mario. Senza parlare dell’ altra grossa fetta i “disoccupati intelligenti” con voglia di partecipare allo sviluppo del loro paese ma che sono completamente messi da parte. Si chiedono se tutte le ore con il naso dentro i libri a studiare siano state veramente necessarie e se con la laurea in mano finiranno come quelli senza diploma o con uno stipendio vergognoso che non gli permetterà di uscire dalla casa di mamma e papà.

La disoccupazione in Italia è talmente galoppante che ostacola la maggior parte degli Italiani con grande potenziale e che vorrebbero vedere il loro paese crescere. Ma quello che non è disoccupato che è stato fortunato nel trovare lavoro, anche se non nel suo settore riceve in risposta alle proprie lamentele: «Almeno tu hai un lavoro!». Non bisogna stupirsi se quelli con molta ambizione se ne vanno all’estero. E come un amico mi ha già detto: «Sarebbe irresponsabile non lasciare i propri figli andare all’estero quando l’Italia non fa niente per prendere vantaggio dei suoi cervelli.»

Nessuno dice a questi giovani in ricerca di crescita e di voglia di realizzarsi di andarsene dall’Italia. Tutti diranno che devono rimanere per aiutare il paese. Ma come? Stando a casa? In un articolo sul tema, ho saputo che una delle cause della grande disoccupazione giovanile in soggetti altamente formati era dovuta al fatto che il sistema era basato sulle micro-imprese che non potevano permettersi di assumere un giovane con molto da offrire. Tuttavia, offrire un lavoro a questi giovani potrebbe aumentare la crescita che si basa in parte sull’innovazione: i giovani hanno una grande capacità di innovare e così portare il paese avanti. I giovani sono una delle chiavi della crescita del paese, però nessuno se ne rende conto.

Concluderei con le parole del giornalista Beppe Severgnini in una intervista che ho svolto ad aprile scorso dove gli chiedevo cosa direbbe ad un giovane che vorrebbe andare all’estero per lavorare: «Vai, ma scappa per tornare. Perché è giusto andare fuori perché s’impara a fare confronti, ad accettare la diversità come fonte di entusiasmo e di sapore del mondo e non come fastidio e minaccia. Però pensa di tornare, pensa che questo paese ha quattro volte il numero dei laureati tedeschi che è una cosa drammatica. Quindi c’è bisogno di riportare qui i talenti perché se i migliori vanno tutti via poi rimangono gli altri che non sono necessariamente i peggiori. Altrimenti, questo paese sarà sempre in mano ai soliti. I giovani devono prendersi carico del futuro governo. La mia generazione ha fallito, non c’è dubbio, quindi tocca ai prossimi.»

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Geneviéve Gagnè

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