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Storie meridiane

Follia da esorcizzare: i disturbi mentali nella civiltà arabo-musulmana

RedazioneBy Redazione2 Marzo 2011Updated:24 Novembre 2016Nessun commento4 Mins Read
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Continens Rasis
Continens Rasis

di Ouejdane Mejri Associazione Pontes dei Tunisini in Italia

I concetti di follia e le corrispondenti cure sono evoluti insieme alle ideologie, al livello di conoscenza e al dominio della ragione sul mito e viceversa. È stato così anche per la medicina arabo-musulmana erede del naturalismo e del razionalismo della medicina greco-romana ma anche fortemente portatrice dei dettami del profondo umanesimo e spiritualismo dell’Islam.

Già dai tempi dei califfi arabi, si riscontra in terra di islam un grande sviluppo della doppia medicina del corpo e dello spirito, frutto di studi teorici e di osservazioni pratiche approfondite che riscontriamo in innumerevoli trattati, opere, opuscoli e massime. Il rapporto tra corpo e mente è analizzato nella sua triplice prospettiva diagnostica, preventiva e terapeutica dando origine a una vera scuola di medicina psicosomatica cui fondatore Rhazès (Errazi, 850-932″-“) sembra aver introdotto il termine di «El Ilaj Ennafsani » cioè psicoterapia. Un secolo dopo, il principe della medicina, Avicenna (Ibn Sina, 980-1037) riguardo ai disturbi mentali diceva che “bisogna considerare che uno dei migliori trattamenti, uno dei più efficaci, è quello di accrescere le forze mentali e psichiche del paziente, di incoraggiarlo a lottare, di creare attorno a lui un ambiente gradevole, fargli ascoltare della buona musica, metterlo in contatto con persone che gradisce, che rispetta e in cui ha fiducia”.

È molto interessante notare come già da allora gli studi psicologici islamici abbiano stratificato l’anima (ar. Nafss) in una trilogia. Si parla di anima malfattrice (Nafss Ech’errira), di anima colpevolarizzatrice (Nafss El Lawouama) e di anima equilibrata e rasserenata (Nafss El Motmainna) che si possono rapportare rispettivamente oggi alle tre istanze psicanalitiche della personalità Es, Super-Io e Io.
È alquanto appassionante scoprire come l’intenso spiritualismo dei medici arabi gli abbia fatto abbracciare la dottrina mistica sufi, della conoscenza di se, che impregnerà profondamente il mondo musulmano. Essa in uno slancio supremo verso la trascendenza, al quale si accede tramite un lungo percorso di ascesi, sarà per i medici arabi un vero strumento terapeutico. Tra i fondatori delle scuole di psicologia islamiche non si possono non citare il filosofo psicologo e musicologo El-Faraby (870-950) e grande filosofo ed educatore l’Imam Al Ghazali (1058-1111) celebre per la sua ideologia della giusta misura e per la sua auto-analisi introspettiva che evoca quella di Sant’Agostino.

Da Bagdad a Cordoba, le correnti medico-filosofiche arabo-musulmane continuano a circolare da oriente in occidente fino al XIV° secolo, fino alla presa di Bagdad dai mongoli che ha messo fine all’espansione della civiltà islamica. E dal XV° secolo, l’assistenza araba ai pazzi smette di fare progressi, anzi ricade in una fase “sacerdotale” mettendo in prima linea le pratiche delle cure tradizionale che associano invocazioni magiche a credenze religiose caratteristiche dell’islam. La parola majnoun (it. demente) si riappropria in questo modo la sua etimologia la quale si ricongiunge con la presenza di un demone (ar. Jen) che si è impossessato del corpo del malato. In questo modo l’approccio esoterico, che tutt’oggi è molto presente nelle società arabo-musulmane, con le sue cerimonie dell’estasi, il contatto con i mondi paralleli dei Jin (demoni buoni e cattivi) e le liturgie mistiche diventerà una via terapeutica molto potente. Queste pratiche presentano un forte impatto psicoterapeutico, in particolare sui pazienti ricettivi alla suggestione del guaritore. Essi esprimono i loro desideri e le loro angosce, partecipano a “psicoterapie di gruppo” con amici e parenti che per i pazienti sono vere valvole di sfogo liberatrici e rassicuranti. I disturbi di limitata entità sono spesso superati con queste pratiche.

Oggi la psicoterapia e la psichiatria occidentale si incontrano e si scontrano nelle realtà dei paesi arabo-musulmani. I malati mentali stigmatizzati e scarsamente presi in carico sono vittime di sistemi sanitari che li mettono in seconda linea rispetto a quelli affetti di malattie organiche. I manicomi sono nel contempo prigioni per individui pericolosi e ospedali psichiatrici. Ci si vergogna di portare i propri cari negli ospedali psichiatrici, le medicine costano troppo, i medici sono pochi e le affezioni non curate crescono nel paziente giorno dopo giorno nella difficoltà di capire quanto stia succedendo. Un pazzo sarà quindi confinato in casa oppure finirà in manicomio quando inizierà a diventare pericoloso per se stesso o per gli altri. Il tabu dello psichiatra si supera spesso con una visita dal guaritore insieme al quale il paziente riconosce più facilmente il proprio male, quell’essere malvagio che lo abita, follia da esorcizzare.

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