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Economia

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RedazioneBy Redazione4 Novembre 2010Updated:22 Novembre 2016Nessun commento3 Mins Read
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di Ouejdane Mejri Associazione PONTES dei tunisini in Italia

Mi ricordo come la manna dal cielo l’apertura delle frontiere per lo scambio di merci, alquanto pubblicizzato dal termine “mondializzazione”. La notizia fu accolta con grande entusiasmo dall’intera popolazione tunisina.

Nei primi anni 2000 si aspettava con impazienza la cancellazione delle tasse di importazione e di esportazione di merci, da e verso il mercato Europeo. Tale azione auspicava l’arrivo massiccio di investitori esteri incentivati inoltre dalle interessantissime politiche autoctone di esenzioni totali di tasse per i primi anni di attività. Le speranze del tunisino medio non furono tradite, anzi, l’arrivo di industriali europei, soprattutto italiani del mondo del tessile, fu accolto con grande gioia visto il numero consistente di mano d’opera qualificata che questi stabilimenti permettevano di assorbire.
Centinaia di operai, in grandissima parte donne, furono assunti a tempo indeterminato in queste fabbriche offshore che producevano a costi minori in termini di cuneo fiscale. Alla fine sembrava che tutti ci guadagnassero in questo sistema che evolveva nel mercato aperto della globalizzazione.

Pochissimi anni dopo, l’Europa vide allagarsi il numero di paesi membri spostando le frontiere economiche verso Est. Questo fenomeno ha portato al dislocamento immediato di centinaia di industrie dai paesi nord-africani e in particolare dalla Tunisia verso l’Europa orientale. Il danno economico realmente percepito è stato amplificato dal danno sociale visto che questi investimenti portano più che altro lavoro e quindi un sostentamento a centinaia di famiglie nei piccoli villaggi della provincia. La vicissitudini di questa storia comune all’Italia e Tunisia non finisce qui. Perché in un mondo globale non è più l’operaio che diventa precario, intere industrie lo diventano, trascinando intere economie e paesi.

Infatti, se si continua a seguire questa storia dal punto di vista più sociale che economico constatiamo che oggi tanti imprenditori italiani stanno riprendendo la strada verso la costa sud del mediterraneo come destinazione dei loro investimenti. Stabilimenti chiusi stanno riaprendo in Tunisia con vecchi e nuove industrie salvatrici. La fuga della mano d’opera dell’Europa dell’est verso le città ricche dell’ovest sta salvando tante famiglie maghrebine. Ma per quanto tempo?

In fondo, il problema del precariato sperimentato da comunità intere di persone, che vivono in uno o più villaggi contigui crea un disagio sociale enorme. Da una parte, la ricchezza che si crea attorno al lavoro di un gran numero di componenti della comunità rafforza la micro-economia del luogo. Da un’altra parte, il precariato dovuto alla dipendenza di tale ricchezza con un’unica fonte di guadagno per tutti, accompagnato dal non sapere cosa riserva domani soffoca persone ed economia locale. Non ci si dimentica mai che nel mercato globale, chiunque ha investito qui potrà anche lasciare tutto, operai e vecchi macchinari ammortizzati, e andare a investire il proprio know-how altrove, se altri offrono condizioni migliori.

In un mondo globalizzato, sembra che l’unica condizione sicuramente condivisa in modo univoco non sia la ricchezza, ma la paura di un futuro incerto. La globalizzazione invece di creare maggiore libertà sta generando dipendenze ancora più soffocanti di fenomeni storicamente precedenti come la colonizzazione che legava il destino di un popolo con un altro popolo. In questo caso il destino delle economie di interi popolazioni sono tra le mani di chi oggi decide una cosa e domani un’altra: viviamo al ritmo di rotazione della ruota della fortuna. Una volta gira per noi, un’altra contro.

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