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Storie meridiane

Allattamento materno: comunicare con un contatto

Erika PirinaBy Erika Pirina4 Ottobre 2010Updated:22 Novembre 2016Nessun commento7 Mins Read
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Francesca Salaris
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Dal 1930 ad oggi racconti di neonate-donne e donne-madri 

Nel momento in cui ho saputo il tema che Mediterranea avrebbe affrontato questo mese, la mia scelta sul taglio da dare a questo articolo è stata immediata e spontanea.

Analizzando il come si è giunti fino alla necessità di dedicare, a livello mondiale, la prima settimana di ottobre all’allattamento, al bisogno di una campagna di comunicazione per riallacciare quell’intimo contatto tra madre e figlio, ho scelto di viaggiare tra le generazioni cercando di far scendere in profondità le donne che dagli anni ’30 ad oggi hanno provato l’intima e unica sensazione di esser allattate. Donne che a loro volta hanno potuto donare quel contatto ad altre neonate, donne che attendono quel momento e curano con amore quel prezioso legame che cresce nel loro ventre.

Ho viaggiato nella mia isola, matriarcale per tradizione, parlando con le donne, assaporando quell’intimo legame e quella disciplina amorevole che le lega tra le generazioni, coscienti della responsabilità che hanno e che trasmettono nel mondo. Ho iniziato con il 1930 nel centro Sardegna.

“Mia mamma mi ha allattato al seno fino a due anni e mezzo, allora era la norma, era una forma di risparmio economico e un modo per prendersi cura dei propri figli”, cosi Francesca Salaris rievoca i suoi ricordi. Ottant’anni, penultima di 6 figli, mamma di cinque figlie e un maschio, ora nonna di tredici nipoti di cui dieci donne e tre ometti. Una dinastia al femminile che ha fondato nella forza della donna e nell’intimo legame madre-figlia la sua storia.

Francesca ricorda con orgoglio, un corpo ancora attivo, un seno vigoroso e materno, un sorriso che illumina un viso sereno, pieno di vita. “L’allattamento materno è una questione di contatto, i bambini a due/tre mesi ascoltano, percepiscono, vivono delle sensazioni che si portano dentro e trasmettono poi ai propri figli. Io credo di aver vissuto il calore di mia mamma e l’ho trasmesso ai miei figli – spiega Francesca, nata a Borore – Quando finivo di allattare prendevo la bambina e la mettevo in piedi, poggiavo un asciugamano di cotone bianco nella mia spalla destra e lì adagiavo la sua testolina, si rilassava, poi per farle sentire la mia presenza mi sollevavo la gonna e mettevo i suoi piedini nudi sulle mie cosce. Lei capiva che eravamo ancora unite, come quando era attaccata al seno”.

Mentre la signora Salaris racconta la sua esperienza di madre c’è anche sua figlia, madre a sua volta. “Non ricordo dettagli dell’allattamento ricevuto o quando mia mamma allattava mie sorelle, ma credo che quello che io ho fatto e conseguentemente provato è la risultanza di un’esperienza che ho vissuto precedentemente con lei – racconta Matilde Scarpa, 48 anni figlia di Francesca – Il momento in cui allattavo al seno è sempre stato un momento speciale, unico dove esistevamo solamente io e le mie bambine; cosa lo rendeva e lo ha sempre reso così speciale?
Quando si arrivava alla poppata, anche ciucciando in modo vorace, noi non ci staccavamo gli occhi una dall’altra; i nostri occhi s’incontravano e ne io ne loro distoglievamo lo sguardo: in quel momento straordinario io e mie figlie parlavamo, entravamo in comunicazione iniziava il nostro dialogo; sono certa che la prima comunicazione è avvenuta allora, e da allora è andata intensificandosi. Sono convinta che il momento dell’allattamento è il primo passo della comunicazione e così l’ho sempre vissuto perché gli occhi di mie figlie esprimevano più di mille parole”. Claudia, profondi occhi marroni, seconda figlia di Matilde, ora ha quasi 27 anni, ancora non pensa all’allattamento, ma certo porta avanti quella comunicazione iniziata con quello sguardo da neonata. “Credo che il legame che porto avanti con mia madre sia qualcosa di magico, non è un dialogo intrapreso quando ho iniziato a parlare, a chiedere o a raccontare delle mie giornate a scuola, è qualcosa di più profondo, quasi viscerale. Il significato del latte materno è proprio quello, nutrirsi dell’amore di chi ti ha dato la vita creando un legame indissolubile”.

E il legame per buona parte viene proprio dal latte: “Arcadio mi chiamava Mamma de titta, era mio nipote – racconta ancora Francesca Salaris – mia cugina non aveva latte per crescerlo e io ne avevo abbastanza per due. Si è creato un legame particolare con questo bambino e per miei figli era come un fratello. Oggi – spiega Signora Francesca – per colpa del cibo che si mangia e degli antibiotici il latte alle donne viene sempre meno e forse anche l’età incide. La donna raggiunge la maturità fisica a ventuno anni, gli ormoni in gioventù sono più veloci e questo incentiva la montata lattea, i figli da grandi non vanno poi così bene. Io lo dico sempre alle mie nipoti”.

Lascio il ridente paesino del centro Sardegna, dove ci si prepara alla vendemmia, e mi dirigo verso nord. Mariella Cau oggi vive a Sassari, di anni ne ha 57, anche lei una discendenza tutta al femminile e un ricordo particolare dell’allattamento materno. “Io sono stata allattata fino a quasi tre anni, poi quando ne avevo circa quattro è nata mia sorella e d’improvviso ho capito che il posto in braccio a mia mamma era dedicato a lei. Non potevo più esser allattata per il suo arrivo – spiega Mariella – e la mia sensazione dell’allattamento e del legame esclusivo con mia mamma si è fusa a quello della gelosia e dell’abbandono, ora da adulta, da madre e da “quasi nonna”, comprendo perfettamente, ma è come se mi portassi dentro quel senso di nostalgia per quel momento dedicato solo a me”.

Sonia, invece, è di Nule, non è stata allattata quasi nulla da sua mamma, “Purtroppo tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta, la voglia di sperimentare le novità e lo stare al passo con la modernità – racconta Sonia Pinna – ha portato tanti infermieri a scegliere la via più sbrigativa del biberon e del latte artificiale quando il neonato non si attaccava subito al seno. In ospedale dopo un primo tentativo fallito, dettato dall’inesperienza delle partorienti o dal ritardo della montata lattea, al nido si procedeva con le moderne pappe. Io, invece, credo fermamente nell’importanza dell’insistere, non sempre il latte arriva subito ed è importante rispettare i tempi naturali”.

Sonia, 34 anni, è in attesa della prima bambina, al quinto mese di gravidanza si prepara giorno dopo giorno al momento dell’allattamento. “Curo il mio seno fin da ora, questa fase preliminare è fondamentale, i principali cambiamenti nel corpo avvengono durante questi mesi. E’ fondamentale mantenere il seno elastico e idratato. Ogni sera mi massaggio con olio di mandorle, consigliato dal ginecologo e dall’erborista ed evito che i capezzoli si secchino. E’ un po’ come prendermi cura di lei fin da ora, in attesa di quel momento magico”.

E a Nule mentre parlo con Sonia c’è anche Elena C., ha quasi nove anni, non ricorda quando la mamma la nutriva di latte e amore. All’amichetta Carla però dice “Zugamusu a’ mamasa” (giochiamo a fare le mamme, ndr) spinge un piccolo passeggino e cerca di far addormentare il suo bambolotto. Lei non si rende conto, ma pian piano il suo piccolo petto inizia a prender forma, un giorno forse potrà allattare e vivere realmente quella magica unione che oggi imita con i suoi giochi di fantasia. E’ il ciclo della vita. E’ l’amore.

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