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Arte

Il tempo della scoperta itinerante e della narrazione in Ibn Battuta

Tommaso PalmieriBy Tommaso Palmieri16 Giugno 2010Updated:24 Ottobre 2019Nessun commento4 Mins Read
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La rotta di Ibn Battuta
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All’interno della concezione dei livelli di espressione temporale che contraddistinguono la stesura di un’opera omnia come una cronaca di viaggi intrapresi sullo sfondo del Mediterraneo del 1300 può capitare di sentire accomunato un primo, lungo lasso, dedicato al tragitto non sempre canonico e un secondo, più corto ma non meno importante, legato all’ascolto e alla stesura della narrazione.

In quel tempo contraddistinto da un moto di esternalizzazione nuovo e itinerante inaugurato dal desiderio di ampliamento sovrano, volto ad intenti celebrativo religiosi e di aggiornamento e possibile accrescimento del possesso superficiale, il periodo della dichiarata durata del viaggiatore, pianificato per cause dettate dalla fede e dalla conquista si confondeva spesso e volentieri, una volta in loco, con una programmazione più profonda e descrittiva, fatta di suoni, immagini, persone e culture differenti e si aggiungevano cronistorie dettagliate che, oltrepassandone le iniziali intenzioni, diventavano resoconti puntuali di buona parte dello scibile geografico, sociale, antropologico e storico dell’area e, in alcuni casi, esplorazioni appendice di altri continenti.

Il motivo di base legato al raggiungimento del luogo sacro per scopi pii è stato il fondamento anche dell’iniziale scopo, concretizzatosi poi in trent’anni quasi continuati di errabondaggio, di Abu ‘Abd Allah Muhammad Ibn ‘Abd Allah al-Lawati al-Tanji Ibn Battuta, partito nel 1325 da Tangeri alla volta della Mecca per compiere lo Hajj.

Proprio grazie a questa pregressa libertà d’azione muovente da interessi esclusivamente spirituali, egli lascia a cavallo i luoghi natii verso la meta e, diversamente dai viaggiatori “finanziati”, senza un calendario cronologico prefissato, dolcemente predestinato ad immergersi nella natura del viaggio con la certezza di potere, ad ogni modo e in qualunque momento, cambiare il percorso strada facendo confondendone le rotte direttrici.

Una volta quindi giunto in Egitto, retto all’epoca dalla dinastia mamelucca, il nostro decide di allungare le vie ed i percorsi conoscitivi, sentendosi in dovere di raggiungere l’obiettivo meccano ma di coniugare, aumentandone sequenzialmente la durata, il tempo della scoperta in rapporto a quello del mero compito da buon credente musulmano, di fatto un’immersione a tutto tondo nella vita e nei costumi del frammentato dar al Islam post abbaside.

Ed eccolo dunque soffermarsi nella regione siro palestinese poi, incamminatosi verso lo Hijaz, si allarga verso est in direzione dell’Iraq e della Persia dominate da dinastie mongole islamizzate, poi a ritroso verso l’Arabia Meridionale, i porti fiorenti di commerci dell’Africa Orientale (Mombasa, Mogadiscio, Kilwa) e, una volta risalito il Golfo Arabico/Persico, di nuovo indietro verso l’Asia Minore da dove, raggiunta Costantinopoli agli albori dell’era ottomana, prosegue per il Turkestan ed il Khorasan raggiungendo l’India, le Maldive, lo Sri Lanka ed il Bengala fino a spingersi nella regione Cinese; infine, il lento rientro in direzione mediterranea ed un’ultima esplorazione (questa probabilmente per conto di un sultano merinide marocchino)1 nel bilad al Sudan2, tra le prime testimonianze scritte a noi pervenute di quell’area.

Probabilmente Ibn Battuta aveva occupato una parte del suo tempo, soprattutto durante i sette anni di pausa riflessiva trascorsi al servizio del sultano turco mongolo di Delhi, nella redazione di un piccolo compendio contenente alcune note di viaggio, ma la prevalenza orale contenuta nei suoi ricordi mentali e visivi rappresenta senza dubbio il fulcro centrale del modus operandi impresso, con qualche aggiuntivo artifizio letterario e stilistico, alla rihla, la cronaca dei suoi viaggi come oggi la conosciamo, che fu affidata dal sultano merinide Abu `Inan Faris ben `Ali al granadino Ibn Juzayy e che verrà completata nel 1356/757.

Vi è stato dunque un arco cronologico finale, lungo circa cinque anni, attraverso il quale il tempo di narrazione vocale del viaggiatore tangerino, mantenendo fede ad una specificità di tramando prettamente africana, ha contraddistinto il rapporto tra il cantore rientrato ed il codificatore e curatore dello scritto in lingua araba, tutto intento ad ascoltare a più riprese il vissuto intriso di particolarità legate non solo alla descrizione geografica, ma anche e soprattutto a personaggi non necessariamente di rango con i quali Ibn Battuta aveva avuto a che fare e che lo avevano positivamente o negativamente impressionato.

Quest’ultimo spazio d’azione dunque ci ha permesso di godere di un’opera enciclopedica, ricca di spunti interessanti e di fascino misterioso, che invoglia certamente ad occupare una piccola parte della complessità celere della tempistica contemporanea nella sua lettura, immaginante il mediterraneo dei tempi antichi solcato in profondità alla ricerca della curiosa voglia di scoprire diversità e similitudini.


[1] Ibn Battuta, I Viaggi, a cura di Claudia M. Tresso, Einaudi 2006, pag. X

[2] Tale termine (lett. “Paese dei Neri) identificava nelle fonti di lingua araba l’Africa Subsahariana

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