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Musica

La censura e la musica pop in Italia

Ivano SteriBy Ivano Steri1 Novembre 2009Updated:23 Novembre 2016Nessun commento4 Mins Read
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Modugno
Modugno

La censura e la musica pop sono come due innamorati che vivono una burrascosa storia d’amore: si prendono, litigano, si lasciano per poi si riprendono promettendosi amore eterno, salvo poi bisticciare di nuovo e separarsi ancora.

Il rock’n’roll, ad sempio, è nato sotto la nera ala protettrice della censura; e i testi delle canzoni pop sono sempre stati sezionati accuratamente prima di ottenere il visto per essere passati in radio, in tv o prima di essere cantati su un palco. Il festival di Sanremo è sempre stato un ottimo banco di prova per i tagli della censura. Esiste un sito, www.musicaememoria.com, che raccoglie minuziosamente i principali casi di censura della canzone italiana compiuta dalla Rai1.

E, (in)credibile ma vero, sono innumerevoli i casi segnalati, alcuni dei quali appaiono ai nostri occhi al limite del grottesco. Innanzi tutto si apprende che esisteva una commissione creata appositamente per analizzare le parole delle canzoni e decidere se fosse il caso che venissero ascoltate dal pubblico radiofonico; ad essere sotto attenta osservazione erano ovviamente le canzoni che trattavano temi riguardanti sociali, politici o sessuali. Così spesso si cercava un compromesso con l’autore: le canzoni sarebbero potute passare in radio a patto che le parti dei testi ritenute “non idonee” al pubblico venissero modificate. Come prima si diceva, alcune volte la censura era talmente rigida da sembrare, a noi uomini del XXI secolo almeno – abituati a ben altre cose -, decisamente eccessiva.

A mo’ di esempio si può parlare della splendida canzone di Domenico Modugno, Resta cu’mme, che in origine diceva “nun me ‘mporta d’o passato / nun me ‘mporta ‘e chi t'(ha) avuto / resta cu ‘mme, cu’mme”, poi modificato in “nun me ‘mporta se ‘o passato / sulo lacrime m’ha dato / resta cu ‘mme, cu’mme”. All’epoca era meglio non dire ad alta voce che una donna potesse aver avuto altri uomini a parte il marito.

Il caso di una canzone di Sergio Endrigo appare ancora più surreale. In Basta così un verso diceva: “il baciamano di un cretino per te è molto più importante di me”: la parola “cretino” non era ben accetta. Un senso di straniamento può coglierci quando scopriamo che nel 1967 una canzone di Mogol e Battisti, Guardo te e vedo mio figlio, venne censurata perché il protagonista del pezzo, nel vedere una donna, già pensa di aver figli da lei: oggi sarebbe osannata come un inno all’amore coniugale e alla famiglia, allora appariva persino scandalosa. Al pari scandaloso era un pezzo di Modugno – un altro spesso sotto la lente di ingrandimento della commissione per il testo della canzone L’anniversario, i cui versi lanciavano strali contro il matrimonio: il nostro anniversario / non è sul calendario / perché di matrimonio non si parla tra noi due… io non ti giuro niente / perché non c’è bisogno / con un contratto non si lega un sogno…“.

Il grande Fabrizio De Andrè, poi, era tra i più colpiti: i suoi testi erano infatti ben lontani da quelli che la commissione pensava dovessero passare per radio. Ma fra gli illustri censurati, ritroviamo altri autori oggi amatissimi dal grande pubblico come Mina (varie volte), Lucio Dalla per la notissima 4/3/1943, Venditti (che in compagno di scuola cantava “quella del primo banco che l’ha data a tutti meno che a te”, cambiata poi in “quella che filava tutti tranne te”), Gino Paoli, la Vanoni, persino Battisti, o riscoperti da poco, come Luigi Tenco e il già citato Sergio Endrigo. Molti, insomma – o meglio: quasi tutti – finirono nella fitta tela di ragno della “commissione di ascolto”, la quale però conobbe un lento declino con l’avvento delle prime radio libere, a metà degli anni 70; il monopolio della Rai venne meno nel 1976 con una sentenza della Corte Costituzionale e le radio “libere”, come si chiamavano allora, cominciarono a trasmettere anche e soprattutto quelle canzoni che erano osteggiate in Rai.

Visitando il sito www.hitparadeitalia.it ci si può fare un’idea dell’ingente quantità di canzoni censurate nel corso della storia della musica leggera italiana2. Esistono anche casi di autocensura, come fece Eugenio Finardi nel suo pezzo Scimmia; esistono centinaia di casi in cui la modifica di una sola parola permise a una canzone di vivere. Oggi farebbe ridere un caso come quello della canzone Resta cu’mme di Modugno; allora è stato fondamentale sostituire alcune parole del testo per far sì che un capolavoro di tal genere non morisse sul nascere. Come a dire: la commissione di controllo sarà stata pure oltremodo severa e intransigente, ma fortunatamente talvolta è bastato un piccolo spostamento di lato per evitarla e entrare di prepotenza nella storia della musica leggera italiana.

[1] http://www.musicaememoria.com/la_rai_e_le_canzoni.htm

[2] http://www.hitparadeitalia.it/mono/censura.htm

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Ivano Steri

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