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Mediterranea | November 13, 2018

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Vediamo ciò che vogliamo vedere - Mediterranea

Vediamo ciò che vogliamo vedere
Meriem Dhouib

Sono all’incirca 9 anni che indago sul concetto semantico di immagine dell’Islam nella cultura italiana. Islam inteso come iperonimo di arabo, maghrebino, musulmano, beduino…

Ho sviscerato più di un centinaio di testi della letteratura italiana dalle Origini al Cinquecento, nella speranza di scoprire l’invisibile o meglio l’inesistente, ciò che è vero e ciò che rimane confinato nell’immaginario collettivo occidentale. Per capire infine come ero rappresentata nel passato e come mai oggi sono dipinta nel modo dei media. Motivata dalle mie origini tunisine, quindi arabe per retaggio socio-culturale e musulmane per retaggio religioso, ho cercato di individuare il sistema lessicale che nell’Occidente cristiano indicava referenzialmente l’Oriente islamico. Fantasie, mondi mentali, sulla cultura arabo-musulmana alimentati da immagini diffuse non più dalla letteratura o dalla pittura ma dai media. Sembra un argomento scontato, consueto ed esaurito, è sempre di attualità e nel cuore del dibattito giornalistico.

Come immaginava un domenicano del Trecento, la vita quotidiana degli arabi? Come immagina un italiano medio che vive nella provincia di Pavia la vita di una donna tunisina? Interrogando qualche cronaca del Medioevo, ci si immagina una donna dietro un narghilè fumante, vestita con pochi veli, in un Harem in attesa del proprio turno per concedersi al proprio uomo. Oggi si immagina una donna coperta di veli, segregata o meglio maltrattata dal proprio marito poligamo.

Sappiamo che la maggior parte dei pittori orientalisti dell’Ottocento hanno dipinto odalische bionde, dai lineamenti puramente occidentali, proprio perché non hanno mai messo piede in un paese arabo musulmano. Una specie di Sherazade, moderna, costruita tuttavia secondo gli echi di un mondo luccicante. L’immaginazione non è altro che l’essenza, dell’affabulazione e l’uomo non fa altro che dipingere immagini mentali. La letteratura ha alimentato per secoli l’immaginario collettivo attraverso le parole, oggi le parole alimentano le immagini o viceversa. Se per Ariosto oppure Boiardo il saraceno era il capro espiatorio dello sfogo, dell’angoscia e della paura del nemico dell’epoca, per Boccaccio Saladino era invece un uomo magnanimo e di grande cuore. Oggigiorno mentre un tunisino medio costruisce nella sua mente la figura dell’Italiano elegante e a volte imbroglione, mafioso… Un italiano medio si immagina un tunisino, come immigrato clandestino nel lavoro sommerso e nella delinquenza. L’uomo nero per antonomasia non è altro che il simbolo della paura così come in un detto arabo antico «Il biondo è per sua natura furbo». Le mie ricerche hanno portato a un libro1, dove ho analizzato le varie sfaccettature negative e positive della cultura araba percepita da quella italiana.

Nel contatto tra mondo cristiano e mondo musulmano, la definizione dell’altro o del diverso parte sempre dal proprio spazio, dalla propria terra o dalla propria immaginazione. La geografia e la storia occidentali, oggettive o soggettive che siano, hanno sempre cercato nel corso dei secoli di delineare un Oriente così vasto e complesso, che a volte si trova al di là del mare, altre volte coincide con immagini remote e affascinanti: è l’Oriente che Edward Said chiama «occidentalizzato», cioè inventato e dipinto dalle mani dell’Occidente o meglio voluto dall’Occidente.

Si potrebbe concludere sintetizzando, e insistendo sul fatto che non stiamo parlando del pregiudizio, ma di un concetto molto semplice: “Ognuno di noi alla fine vede, e percepisce ciò che vuole vedere o ciò che intrinsecamente ha sempre visto”.

 


 

[1] Meriem Faten Dhouib, I volgarizzamenti del Liber peregrinationis di Riccoldo da Montecroce con un’appendice sull’area semantica dell’Islam nel lessico italiano dalle Origini al Rinascimento (arabo, barbaresco, beduino, islamico/musulmano, maomettano, saraceno), con una prefazione del professor Guido Bellati Ceccoli, Association Orient-Occident, Editions de l’Université de strasbourg,dicembre 2009, pp. 289.

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