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Mediterranea | December 16, 2018

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Valle del Sarno e agro nocerino-sarnese: il mutevole paesaggio influenzato dal corso di un fiume - Mediterranea

Valle del Sarno e agro nocerino-sarnese: il mutevole paesaggio influenzato dal corso di un fiume
Gaetano Cataldo

Attraverso la testimonianza dello storico Marco Onorato Servio si tramanda notizia riguardo le popolazioni pelasgiche provenienti dal Peloponneso: nei “ Commentarii in Vergilii Aeneidos Libros” egli afferma che i pelasgi giunsero in Sud Italia “in un luogo che non aveva alcun nome prima” e attestarono la loro presenza battezzando il fiume di questo territorio col nome “Sarro” e se stessi col nome di Sarrastri, fondando l’odierna Sarno (“Sarrastis populos et quae rigat aequora Sarnus”, Eneide, VII, 738), Nocera e Poggiomarino. Persino Eforo di Cuma metteva in stretta relazione i Sarrastri con questi luoghi. I luoghi delle prime popolazioni tirreniche. 15 secoli prima di Cristo i Sarrastri godettero per primi, e per quasi mille anni, della vista paesaggistica, lussureggiante ed incontaminata della fertile vallata sarnese e lo confermano gli insediamenti, i reperti archeologici dell’Età del bronzo e del ferro rinvenuti nella zona di Poggiomarino, a Longola, nei cui pressi è stato riportato alla luce un villaggio perifluviale soprannominato la “Venezia Protostorica”(IV sec. a.C.). Necropoli e reperti archeologici della stessa entità, ossia ceramiche, manufatti in bronzo e legno, sono stati rinvenuti nelle stessa Sarno proto-urbana e a Striano da studiosi e contadini. Tracce ulteriori che denotano l’inconfutabile presenza dei Sarrastri e la loro opera di edificazione dell’Agro nocerino-sarnese in età pre-romana e che per le località disparate in cui sono avvenuti i ritrovamenti si evince che c’è tanto ancora da riportare alla luce e restituire alla storia (ammesso che la sovrintendenza dei beni culturali di Pompei e gli enti preposti delle province di Salerno e Napoli ne vogliano prendere coscienza).

Prima dell’ Agosto del 79 d.C. la Valle del Sarno, grazie anche al contributo di Osci, Etruschi, Tirreni, Greci e Romani era uno dei giardini più rigogliosi e celebrati della Campania; Il paesaggio disegnato dal corso del fiume Sarno, quello che precedeva la distruzione di Pompei, era di una così superba bellezza da essere descritto da Seneca e Stazio quale terra amena e capace di offrire coi suoi frutti e naturalistici scorci soggiorni piacevolissimi alla nobiltà romana più esigente e gioia alle anime semplici; Virgilio e Strabone evidenziano l’importanza a carattere agricolo e commerciale del fiume nelle loro opere; il Sarno veniva identificato in una deità penate tanta era la venerazione e la gratitudine delle genti per la fertilità che conferiva alle terre (una notevole rappresentazione scolpita del dio Sarno si trova presso la “Fonte Helvius” a Sant’Egidio del Monte Albino e in un affresco a Pompei), oltretutto la sua navigabilità diede vocazione marinara e opulenza a Pompei in quanto porto fluviale e lo rese indispensabile per i collegamenti marittimi e la vita economica delle vicine Nola, Acerra e Nocera.

Paesaggio di culture e di fiorenti civiltà in accordo con la generosa Madre Natura. Vele bianche nell’azzurro fiume tra il mare e i boschi di pini e le bionde messi.

E poi venne il tumulto, la reboante esplosione vulcanica, i lapilli e la colonna eruttiva! E poi ancora un Maestrale forte ed inesorabile a scagliare la nube letale di ceneri su Pompei e su tutta la Valle del Sarno, verso Sud-Est. Lava e pomici bianche bruciarono, ricoprirono e soffocarono tutto! Plinio vide il mare ritrarsi. Sparirono città e villaggi, sparirono le genti. Sparì anche il fiume Sarno! La coltre di sedimenti vulcanici ricoprì campi e villaggi nella valle, persino il fiume, mutandone il corso forse.

Addirittura, nel 553 d.C. si perse il nome e la memoria del Sarno: Procopio di Cesarea narra quell’anno della battaglia tra l’esercito bizantino di Narsete e quello goto di Teia in prossimità di un fiume chiamato Dracone, vicino Nocera, sollevando dunque la questione dell’ idronimo Draco e la sua probabile identificazione col fiume Sarno. Solo grazie ad alcuni documenti della Badia di Cava de’ Tirreni (anno di fondazione 1011) al Sarno verrà restituito il suo vero nome e il suo posto nell’idrografia campana: documenti inerenti una proprietà terriera dell’anno 1041 da cui si è risaliti all’ubicazione geografica partendo dai possedimenti sino alle sorgenti di un fiume chiamato “Dragonteio”, sorgenti situate a ridosso di Sarno appunto; un altro del 1099 fa menzione del monastero di S. Pietro a Nord di Scafati e nei pressi del fiume detto “Traguntiu” e S. Pietro è tutt’oggi frazione del comune sarnese. Gli ultimi documenti passati al vaglio risalgono al 994 e al 990 e riguardano un contratto di lavoro su un dominio che risale il percorso fluviale del “Dragontio” lungo tutta la valle da Stabia al monte Saro e un certificato di donazione alla chiesa di S. Maria “de’ Domno” che riporta l’idronimo originario, Sarno appunto.

Paesaggio feudale di monasteri e chiese medievali, scintillio di armature. Tempi in cui si rimuoveva la “moggia” dal fondale con mandrie di bufali per impedire le esondazioni causate dalla scarsa pendenza del letto fluviale.

Strategie belliche e inganni politici nel panorama della Valle del Sarno, mentre il fiume riconferma la sua importanza militare anche durante la lotta del 1133 tra Ruggiero II contro Rainolfo d’Alife e Roberto di Capua nei pressi di Scafati; e anche in seguito il fiume fungerà da linea difensiva tra l’esercito del duca Giovanni d’Angiò e quello del re Ferdinando II d’Aragona, sconfitto quest’ultimo, nel 1460, a Longola. Nonostante tutto il paesaggio resse, tenace e generoso, alle guerre e alle razzie con una prosperosa agricoltura, con i pozzi per consentire l’irrigazione dei campi e la pesca; vita guizzante nel fiume: trote, barbi, anguille, carpe, gamberetti e rane (vammarielli e granògne). E gli uomini dell’agro sempre fieri, sempre all’opera secondo i ritmi stagionali.

Col declino aragonese però la situazione non tarderà a precipitare: Antonio Piccolomini conte di Celano e nipote di papa Pio II ottiene il feudo di Scafati e nella valle inizia lo sfruttamento delle acque sorgive e fluviali per riattivare i vecchi mulini ed installarne di nuovi; agli inizi del ‘600 la piaga della paratia voluta dalla famiglia Piccolomini per deviare le acque del fiume verso destra e convogliarle nel “Canale Fienga” e alimentare il business intensivo ed avido dei mulini. Il paesaggio divenne palustre e malsano, le acque ristagnando ebbero effetti così letali da far insorgere la popolazione di tutti i comuni della valle sino a Lettere e Torre Annunziata in una protesta ed un ricorso formale così strepitoso da far tremare il Tribunale Collaterale di Napoli che si vide costretto a decretare, nel 1630, che la mortalità crescente era dovuta alla galeotta paratia, sancendo così il diritto alla salute pubblica. Nel 1646 un altro tentativo di ingabbiare le acque a danno della salute dei poveri contadini fu realizzato e prontamente abbattuto. Ma nel 1723 la terza paratia non si riuscì ad abbattere purtroppo: fu resa solida perché in muratura, grazie alla confusione amministrativa e al potere di corruzione di cui i Piccolomini abusarono per nascondere le relazioni del topografo Attanasio sfavorevoli ai loro interessi. Il ‘700 portò agli abitanti della valle il peso della sconfitta e dello scoramento ma anche il pomodoro! Dono del Perù al Regno di Napoli e giunto nell’agro nocerino-sarnese muterà ulteriormente il paesaggio tanto da radicarsi, nel bene e nel male, nel panorama agro- alimentare della cultura non del Mezzogiorno, ma dell’Italia intera! Con tutto quel progresso che non sarà migliorativo per una popolazione negli anni a venire.

Ecco come, dall’eruzione pliniana, il volto della Valle del Sarno è mutato fino a diventare il più esecrabile esempio di come l’inciviltà, la sete di arricchimento a tutti i costi, l’industrializzazione e l’insensibilità ambientale possano deturpare un intero paesaggio e umiliarne le genti.

Un paesaggio che è anfiteatro naturale e meraviglioso tutt’ora e nonostante tutto, ubicato tra i monti Lattari e i monti picentini, il mare ed il Vesuvio; un miracolo vi siano ancora le sorgenti che alimentano il Sarno, situate ai piedi del monte Saro (la “sorgente Foce” situata a Nord Ovest da Sarno e che alimentava anche un canale fatto costruire nel 1500 conosciuto come “Canale del Conte di Sarno”, la “sorgente Palazzo” a ridosso della cittadina e la “sorgente Santa Marina” sita in Lavorate, che danno luogo rispettivamente ai rivoli “Rio Foce”, “Acqua di Palazzo” e “Acqua Santa Marina”, confluenti in località “Affrontata dello Specchio”); eppur fluisce il Sarno ed è lungo 24 km, lungo i quali, a San Marzano sul Sarno, riceve il tributo del “Fosso Imperatore” sulla riva sinistra subito dopo il ponte, dopodiché incontra il “Rio San Mauro” ed infine le acque del “Canale Alveo Comune”, tristemente alimentato dalle altrettanto malsane acque dei torrenti Solofrana e Cavaiola (in questo punto le opere idrauliche più evidenti constano del “Rio Mannara”, ove confluiscono anche le acque del torrente naturale “Acquaviva”, “Canale Piccolo Sarno” e “Controfosso Destro”, ideati per contrastare il deflusso delle acque causato dall’apporto cospicuo dell’ “Alveo Comune Nocerino” e la bassa pendenza del fondo); il flusso fluviale continua fino alla “Traversa” di Scafati, versione moderna del galeotto sbarramento seicentesco fatto costruire dai Piccolomini allo scopo di alimentare le eccessive pale dei mulini e situato accanto alla chiesa “Madonna delle Vergini”, dove il fiume si suddivide nel Corso Principale e nel “Canale Bottaro” (edificato in muratura e corruzione ricordiamo), costruito per sottrarre al Sarno una portata di 2000 litri d’acqua al secondo, imprestati ad uso sia agricolo che industriale; Il Sarno dopo la rettificazione del suo corso termina il suo fluire nel Tirreno, tra Castellammare di Stabia e Torre Annunziata, in località Rovigliano di fronte all’omonimo e pittoresco scoglio, muto spettatore della fiumana di rifiuti di ogni genere e di scarti di pomodori riversati nel periodo della lavorazione estiva. Pomodori tutt’altro che campani nella maggior parte dei casi, pomodori che sono l’ibrido pallido e industriale di convenienza, non la varietà autoctona “San Marzano”. Storia del disciplinare “d.o.p” meno rispettato, protetto e tutelato d’Italia. E’ un presidio ipocrita “low-food”.

Attualmente l’estensione del bacino consta di circa 450 kmq e vi abitano 2,5 milioni di persone nei comuni di Sarno, San Valentino Torio, San Marzano sul Sarno, Nocera Inferiore, Angri, Scafati in provincia di Salerno e Pompei, Poggiomarino, Striano Catellammare di Stabia e Torre Annunziata nel napoletano (il bacino in realtà comprende 18 comuni in provincia di Salerno, 17 di Napoli e 4 di Avellino). 2,5 milioni di Persone esposte ai danni della contaminazione chimica del composto tossico “p.c.b.” (bifenile-policlorurato) e di altri metalli pesanti ugualmente tossici derivanti dai reflui industriali e dall’agricoltura intensiva, ottusa e scriteriata che usa tutt’oggi diserbanti e fitofarmaci; ma il problema più grave è di natura organica: l’alta densità di popolazione, gli scarichi delle industrie della lavorazione del pomodoro e delle concerie hanno comportato un inquinamento da batteri fecali e da salmonella 2 milioni di volte superiori al limite ammesso per scarichi in presenza di depuratori. Questi sono i dati che ha ricavato l’istituto superiore di sanità nel biennio 2002-03. Dati che per essere ottenuti hanno comportato un inutile spreco di denaro pubblico: il Sarno è già una fogna a cielo aperto a partire a 200 metri dalla sorgente principale e si vede a occhio nudo! La domanda da porsi è “ chi frena uno studio epidemiologico serio sui rischi infettivi che corre la popolazione, la conseguente diffusione di notizie e la bonifica?”.

Patologie respiratorie, Parkinson, cancro e colera, questi sono i dati di cui parla la commissione d’inchiesta. Ovvietà. Per non parlare delle acque che tutt’oggi traboccano dagli argini col loro carico mortifero, del trascurato problema del dissesto idrogeologico del fiume che comportò 159 vittime nel 1998 tra i comuni di Sarno, Bracigliano, Siano e Quindici. Vittime mai abbastanza commemorate.

E da molti anni la questione ambientale della Valle più fertile d’Italia è la scusante con la quale partiti politici,camorra, enti ed associazioni si adoperano fattivamente per asservire il fiume Sarno ai loro interessi. Interessi che vanno dall’accaparramento dei fondi destinati alla bonifica del bacino idrografico attraverso gli appalti allo smaltimento dei rifiuti che ne deriverebbero, dal business delle industrie conciarie e agroalimentari a quello del piano edilizio di ricostruzione post-alluvione, fino ai vantaggi personali di chi pubblicamente indossa i panni del crociato e di fatto, sin dagli anni ’80, esegue la condanna in sfavore del territorio a suon di mazzette e privilegi individuali. La generazione degli anni ’60 che se ne è stata a guardare gli incentivi statali far precipitare ulteriormente la situazione rendendola insostenibile: la produzione di pomodoro passerà, a partire quegl’anni, dai 5 ai 120 quintali annui e le concerie da 20 a 450. Il regresso è totale! E un generale dei carabinieri, l’ottantaquattrenne sig. Roberto Jucci, non basta a risolvere la situazione mentre tutti gli altri o se ne stanno a guardare o fanno demagogia, in attesa di dover gestire in seguito l’affare dei depuratori. Troppo comodo….e conveniente.

La stratificazione delle vicende spiacevoli occorse nei secoli diventano un paesaggio che impantana, desolante e bigio, dove la disoccupazione, l’assenza di istituzioni serie e la camorra fanno sembrare la ricerca della qualità della vita, l’impegno civile e l’ambiente per i figli nostri uno sforzo superfluo, una sottrazione d’energie all’amara realtà quotidiana. Dove memoria storica e memoria collettiva si fondono e attendono ancora di essere scritte. Ma è anche un paesaggio di volti e di mani che lavorano la terra con coscienza e benedicendola persino; è il paesaggio delle campagne silenti d’inverno, di aranci, di melograni e meli; di colline verdi o brulle sormontate da castelli longobardici e torri di avvistamento; è un mosaico di paesini che si risvegliano d’estate e si vestono di sacro e profano con le migliaia di chiese medievali, di fuochi d’artificio, bande musicali e processioni, sagre allegre e festose; è il paesaggio che ridesta incarnato da un omino sulla lambretta rossa nei ricordi dei bambini che, 30 anni fa e sembrava ieri, portava il pescato e con esso la reminiscenza della vivacità del fiume Sarno, urlando “e’ vammarrielle d’o sciume….e’ granògne”. Un paesaggio d’altri tempi.

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