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Mediterranea | November 15, 2018

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Uno scapigliato a Tonara: vita e arte del poeta Peppino Mereu - Mediterranea

Giovanni Graziano Manca

Tempo di lettura 6 min

Viene alla luce a Tonara il 14 Gennaio 1872, Peppino Mereu, il più grande, forse, dei poeti in lingua sarda.
peppino mereu2Mereu oggi è probabilmente anche il poeta sardo più rimpianto, quello che più ci manca. La ragione di questo sentimento diffuso sta certamente, da un lato, nell’attrattiva esercitata dalla sua figura carismatica, dall’altro in quella sua aura da poeta maledetto che muore solo e giovane lasciando orfani i propri estimatori, anche (o soprattutto?) quelli delle generazioni e generazioni a venire fino a oggi che lui non potrà conoscere.

Un novello Baudelaire, il vate tonarese: del resto l’angoscia di vivere (lo spleen) e la sua indole fortemente ribelle riaffiorano sempre, nei suoi versi. La poesia di Mereu, oggi, la si legge e la si apprezza ancora moltissimo sia per i suoi contenuti universali sempre validi, sia per quella intrinseca, straordinaria capacità di Mereu di plasmare e cesellare la parola rendendola pienamente capace di esprimere e interpretare gli aspetti sociali ed economici della Sardegna e della Barbagia del tempo in cui furono scritte.

In A Signor Tanu Mereu scrive:
De coro francu e a tottus cumunu,/mi la fatto cun poveros mischinos/chi opprimidos sunt de su digiunu./Odio cuddos viles istrozzinos/chi dan dinare su chentu pro chentu/e ponent terras santas a camminos./Fizu de su canudu Gennargentu,/bidende sas infamias terrenas,/provo in coro veru sentimentu./Manos ch’hant meritadu sas cadenas/firmant libellos ignominiosos,/ponende sa virtude in graves penas./Rettiles malaittos ischifosos/isparghende funestu su velenu/in custos sitos virdes e umbrosos./E nois cun d’unu animu serenu/nos godimus in paghe s’ispettaculu/chi disonorat custu logu amenu./A su male si ponzat un’ostaculu,/benefica si tendat una manu,/sa Barbagia est zega e cheret baculu.

A Sig.Tanu (Al Sig.Tanu):
Di cuore franco e sodale con tutti, / sono amico di poveri infelici / che sono oppressi dal digiuno. // Odio quei vili strozzini / che prestano denaro al cento per cento / e fanno di luoghi sacri comuni strade. // Figlio del canuto Gennargentu, / vedendo le infamie terrene, / provo nel cuore vero sentimento. // Mani che hanno meritato le catene / firmano libelli ignominiosi, / mettendo la virtù in gravi pene. // Rettili maledetti schifosi / che spargono il funesto veleno / in questi siti verdi e ombrosi. // E noi con un animo sereno / ci godiamo in pace lo spettacolo/ che disonora questo luogo ameno. // Al male si frapponga un ostacolo, / si tenda benefica una mano, / la Barbagia è cieca e vuole un bacolo. //

Peppino Mereu era particolarmente legato a Tonara. Un rapporto viscerale e simbiotico, il suo, con il paese, un amore preminente per i luoghi e le ricchezze naturali di cui esso è dotato. Cara, santa e benedetta dalle muse, viene definita Tonara in una delle poesie più conosciute di Peppino, ma come vedremo egli non si limiterà a cantare in versi le amenità del luogo e l’amore per una terra che l’ha visto nascere e crescere: la poesia di Mereu, se volessimo definirla con termini che aderiscono meglio alla realtà dei nostri giorni, è poesia sociale, di protesta verrebbe da dire, ma anche, tutte le volte che il poeta posa il proprio sguardo introspettivo sulle proprie vicende, esistenziale.

Ecco, per esempio, quello che il poeta scrive in Turmentos:
Donosu rosignolu,/non cantes sutta sa ventana mia/lassami istare solu/unu momentu ca benit s’istria;/custu est logu de dolu,/de iscunfortu e de malinconia,/custu est logu de pena/indigna ‘e s’amorosa cantilena.//Passadas sun sas dies/chi mi ponias su coro in regiru,/tue cantas e ries/e tenes pro risposta unu sospiru./Bentos frittos e nies/m’han leadu de vida su respiru./Su canticu suave/suspende unu momentu, s’ora est grave.

Turmentos (Tormenti):
Grazioso usignolo, / non cantare sotto la mia finestra, / lasciami star solo / un momento, perché viene il gufo; / questo è un luogo di dolore, / di sconforto e di malinconia, / questo è un luogo di pena / indegno dell’amorosa cantilena. // Sono passati i giorni / in cui mi mettevi il cuore in tumulto, / tu canti e ridi / e ricevi in risposta un sospiro. / Venti freddi e nevi / mi hanno portato via il vitale respiro. / Il canto soave / sospendi un momento, l’ora è grave.

Le notizie incontrovertibili riguardanti la vita e la morte di Peppino Mereu sono esigue. Si conoscono con certezza la data di nascita e quella di morte del poeta, la composizione della sua famiglia, il servizio prestato presso l’Arma dei carabinieri reali e quello prestato presso il Municipio di Tonara in qualità di scrivano. Quarto di sette fratelli, perde entrambi i genitori prematuramente: la madre Angiolina Zedda muore a Cagliari nel 1887, il padre Giuseppe, medico del paese, nel 1889, per aver ingerito erroneamente una sostanza letale scambiata per liquore. Alla morte del padre Peppino ha ancora diciassette anni. Essendo in quegli anni il paese di Tonara sfornito di scuole si tende a credere che il poeta abbia acquisito una formazione da autodidatta 1. Dalla lettura dei versi, però, emergono chiari gli elementi che raccontano anche delle molte letture fatte dal tonarese e delle influenze letterarie e culturali da lui acquisite; non a caso si presenta straordinariamente ricco di spunti il verseggiare di Mereu: si va dalle riflessioni filosofiche e dagli argomenti di portata universale come la vita quotidiana, l’amore, la morte, la giustizia, a considerazioni di sapore più politico e polemico contenute nelle opere più, per cosi dire, contestatarie. Queste ultime testimoniano di un approccio del poeta particolarmente commosso nei confronti del disagio che angustia gli strati meno abbienti della società (il contadino, il pastore), ma fortemente critico nei confronti del potere costituito quando questo genera iniquità e verso una giustizia che non è mai giusta come dovrebbe.

La poetica del poeta barbaricino è stata da più parti correttamente ricondotta alla concezione critica degli scapigliati ferocemente avversa al sistema borghese, al piatto andamento della normalità delle cose, all’ideale positivistico. Non solo Mereu si farà interprete e portavoce dei vari aspetti di una crisi sociale ed economica che colpirà l’Italia intera e non solo la nostra isola, ma il poeta si avvicina agli ideali propugnati dal movimento socialista. Negli anni in cui Mereu scrive, in un contesto in cui il fenomeno del banditismo dilaga e le prime lotte di classe si diffondono con gli scioperi e i movimenti politici operai, la Sardegna, socialmente ed economicamente parlando, versa in condizioni pietose. Peppino Mereu dimostra di essere uomo perfettamente calato nell’attualità delle questioni dei tempi in cui ha vissuto e scritto.

In Lamentos de unu nobile, per esempio, canta:
1.Funesta rughe/chi giust’a pala/per omnia saecula/ba’in ora mala./2.In diebus illis/m’has fatt’ onore,/ma oe ses simbulu/de disonore./3.Oe unu nobile/chi no hat pane,/senz’ arte, faghet/vida ‘e cane./4. Senz’impiegu/su cavalieri,/est unu mulu/postu in sumbreri./5.A pancia buida,/senza sienda,/papat, che ainu, paza in proenda./6. Deo faeddo/cun cognizione,/ca isco it’ este/s’ispiantaggione./[…]11.Ah caros tempos/c’happo connottu!/sezis mudados/in d’unu bottu!…

Lamentos de unu nobile (Lamenti di un nobile):
Croce funesta / che porto in spalla, / per omnia sæcula / va’ in malora.// In diebus illis / m’hai fatto onore, / ma oggi sei simbolo / di disonore. // Oggi un nobile / che non ha pane, / senz’arte, fa / vita da cane. // Senza impiego / il cavaliere, / è un mulo, / col cappello. // A pancia vuota, / senza averi, / mangia, come l’asino, / la razione di paglia. // Io parlo / con cognizione, / perché so cos’è, / la miseria.// […] Ah tempi cari / che ho conosciuto! /Siete cambiati / tutto d’un botto! //

E in A Nanni Sulis II:
Unu die sa povera Sardigna/si naiat de Roma su granariu;/como de tale fama no nd’est digna./Su jardinu, su campu, s’olivariu/d’unu tempus antigu, s’est mudadu/ind’unu trist’ispinosu calvariu.

A Nanni Sulis II (A Nanni Sulis II):
Un tempo la povera Sardegna / si chiamava il granaio di Roma; / ora di tale fama non è degna. // Il giardino, il campo, l’oliveto / d’un tempo antico, s’è tramutato / in un triste, spinoso calvario. //

E’ generalmente riconosciuto che la valenza culturale e sociale dell’opera di Mereu si spinge anche oltre gli angusti confini della Sardegna. Peraltro, quelli proposti poc’anzi sono versi che testimoniano del forte senso critico di Mereu, della energica vis polemica che irradia da molte delle sue poesie e della grande attenzione che il vate del Gennargentu riserva ai mali che travagliano la propria terra, mali, spesso, che ancora nessuno è riuscito a debellare.

I testi sono tratti da: Peppino Mereu, Poesias, ILISSO EDIZIONI, Nuoro 2004; le traduzioni sono curate da Marco Maulu.

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