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Mediterranea | December 17, 2018

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Un borghese piccolo piccolo - Mediterranea

Un borghese piccolo piccolo
Redazione

di Alice Murgia

Nel cinema, la vendetta è uno dei temi più presentati. E’ infatti molto sentito dal pubblico e si presta per questo a essere presentato nel teatro e nel cinema; infatti fin dall’antica Grecia è un tema fondante delle tragedie, prima fra tutte l’Orestea.

La trilogia dell’Orestea sviluppa pienamente il percorso della Vendetta nella società. Nel mondo atavico, la Vendetta era alla base della Giustizia (esempio chiaro è la Legge del Taglione Babilonese), ma con la nascita della società regolata da leggi e l’arrivo degli indoeuropei con le divinità celesti la Giustizia diviene oggettiva e viene istituzionalizzata. La Vendetta diviene un crimine. Nella tragedia conclusiva della trilogia questo passaggio è rappresentato dalla trasformazione delle Erinni, entità ctonie della Vendetta sanguigna e Dionisiaci, in Eumenidi protettrici della giustizia Apollinea.

Il cinema sfrutta ampiamente il motivo della vendetta sotto vari aspetti:

la lotta fra giustizia e vendetta, presente soprattutto nei polizieschi degli anni settanta;
la vendetta sociale che vede parte della società in rivolta contro il potere, V per Vendetta è l’esempio più chiaro del genere; la vendetta personale.

E’ proprio quest’ultimo punto più interessante a livello emotivo. La vendetta personale è viscerale, violenta, richiama proprio agli elementi Dionisiaci dell’animo, all’irrazionalità.

Un borghese piccolo piccolo

Un borghese piccolo piccolo di Monicelli, interpretato da uno straordinario Sordi che per la prima volta affronta un ruolo drammatico, è tutto incentrato sulla vendetta personale; mette in luce con crudezza, senza però cadere nello splatter tarantiniano, come le passioni irrazionali e gli istinti più animaleschi siano assopiti dalla vita quotidiana, ma pronti ad emergere in seguito a uno stimolo esterno, a una tragedia forzando gli schemi razionali ed esplodendo anche nella vita di un piccolo borghese innocuo.
Antonio Vivaldi (Alberto Sordi) è il borghese piccolo piccolo è un impiegato del Ministero che sta per andare in pensione e il suo unico desiderio è far avere al figlio Mario il posto che lui presto lascerà.

La prima metà del film ha lo stesso carattere ironico e bonario dei precedenti film di Monicelli, in cui la società borghese con tutte le sue ipocrisie e false simpatie sono ridicolizzate, ma un evento sconvolge gli schemi tradizionali e fa emergere un carattere estraneo, a Monicelli, Sordi e a tutti i miti borghesi. Mario andando col padre a un Concorso istituito dal Ministero viene ucciso nel mezzo di una sparatoria.
Da allora la vita di Antonio Vivaldi precipita, la moglie in seguito allo spavento rimane paralizzata e lui periodicamente viene convocato al Commissariato per riconoscere l’assassino di suo figlio; ma quando finalmente si presenta davanti a lui il colpevole non lo denuncia. Non lo denuncia perché non gli basta mandarlo in galera per qualche anno, vuole vendetta, non sa come ma si lascia guidare dall’istinto.

Così si compie il dramma e la vendetta non abbandonerà mai il piccolo borghese ma si insinuerà come un virus. E’ un sentimento viscerale in grado di liberarsi solo tramite la violenza. Una violenza che non viene indirizzata solo al colpevole ma che diventa completamente illogica e scagliandosi contro capri espiatori scelti perché presentano tratti in comune al vero colpevole. Antonio Vivaldi perciò non può fuggire dal ciclo di violenza in cui l’ha portato l’uccisione dell’assassino del figlio.

La vendetta innesca spirali di violenza che non possono fermarsi autonomamente ma hanno bisogno dell’intervento esterno, l’intervento della Δìκη (la Giustizia). Mentre in Un borghese piccolo piccolo non c’è speranza e il film ha un finale aperto che lascia presagire solo ulteriori tragedie. Il dramma conclusivo dell’Orestea, Le Eumenidi, si risolve con la vittoria della ragione e l’istituzione del Tribunale unico capace di bloccare la scia di sangue.

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