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Mediterranea | December 19, 2018

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The freedom fighters of the art - Mediterranea

The freedom fighters of the art
Maria Grazia Sussarellu

Simone ha una parlantina veloce, gli occhiali colorati e sembra disegnato dalla mano di un fumettista. Raccontare storie positive nel panorama isolano, potrebbe risultare impresa ardua, ma scovare nella provincia più povera d’Italia un avventuriero per scelta, e non per necessità, porta in superficie sottili e leggere speranze per un futuro possibile.

Inizia così l’intervista con Simone Carta giovane fotografo freelance Sulcitano

Simone, qualche parola per presentarti

È sempre difficile, parlare di se stessi quando non ci piace farlo. Sono nato a Bindua un posto dove se sei un bambino gracilino con gli occhiali non hai vita facile, a meno che non sia una peste sempre pronta a finire nei casini per scacciare la noia. Sono cresciuto in strada,come molti ragazzi del Sulcis, con i miei cugini, essendo figlio unico sono per me, fratelli. i miei sogni si realizzano quando aprono ad Iglesias, il liceo artistico. Mi diplomai, e per un po’ non seppi che fare della mia vita, poi presi la decisione di iscrivermi all’Accademia delle Belle Arti di Sassari. Proprio a Sassari iniziai con la fotografia. Scattavo con una Yashica 124 mat, prestata dal docente di fotografia, nemmeno un kamikaze l’avrebbe fatto, ma portai a casa il bottino. Ricordo l’ingranditore poggiato sul comodino della mia camera da letto, dopo diventò la mia camera oscura. Ho fatto parecchie esperienze, tra cui quella di entrare in carcere, (non come detenuto) per raccontare con un reportage la realtà minorile del carcere di Quartucciu (Cagliari), tra le esperienze più forti per me.

Come un giovane creativo vive il rapporto con il territorio e combatte in una delle regioni più povere d’Italia?

Il rapporto con il proprio territorio è una delle cose più stimolanti che un giovane creativo possa avere. Pensiamo al Sulcis, al fatto che si può passare dalla montagna al mare nel raggio di dieci chilometri, l’ottimo cibo, la storia e la cultura che ci circonda, sono fonte di ispirazione per qualsiasi lavoro.

Vivere in una delle provincie più povere d’Italia è faticoso, ma con buona volontà e voglia di fare si riesce a sopravvivere in mezzo a questa giungla, ti stimola dal punto di vista creativo perché ti spinge ad ingegnarti per arrivare ad un buon risultato con pochi i pochi mezzi a disposizione.

Quando hai deciso di andare via?

Ho deciso di andare via appena compiuti 19 anni, forse per sfuggire alla noia di un piccolo paese. Mi sono reso conto che si deve andare via per crescere e fare esperienze, magari per poi tornare e cercare di metterle in pratica nel proprio territorio, soprattutto quando questo non da nessuna alternativa economica valida. Basterebbe aprire meglio gli occhi per rendersi conto di quante potenzialità ha il Sulcis. Se ci rimboccassimo le maniche lasciando da parte gelosia e invidia, ci sarebbe lavoro per tutti. Questo è quello che voglio fare, e non colare a picco come l’industria che ha colonizzato tutto il territorio.

Attualmente di cosa ti occupi, e quali progetti per il futuro?

In attesa di finire gli studi lavoro come free lance, ma il lavoro da fotografo attualmente non mi permette di vivere, mi divido tra allestimenti artistici ed extra nei ristoranti. L’intenzione è quella di andare a studiare all’estero dopo la laurea, per poi tornare con un progetto concreto che mi permetta di vivere al meglio nella mia terra. Le aspettative non sono tantissime, come molti spero che la situazione globale cambi, se non cambia lavoreremo al massimo per farla cambiare a nostro favore.

Come vivi il tuo presente?

Il presente lo vivo come una sfida, ci sono momenti dove cavalchi la cresta dell’onda, e momenti dove sei l’ultima ruota del carro. E’ necessario non perdersi, continuare la ricerca, creare qualcosa che ti faccia credere in quello che fai, lavorare e produrre per tenere sempre il cervello acceso, non mollare: è il segreto per vivere in questa terra che ti da tanto, ma ti prende tanto.

Parlami del tuo lavoro

E’ quello che vivo quando scatto, la fotografia è il mio giardino zen, quando si fotografa bisogna essere liberi da ogni pensiero, ci deve essere solo quello in quel momento. Solitamente racconto due fasi: una più narrativa e di reportage, una più razionale e di denuncia sociale. La scelta di lavorare principalmente con la pellicola e le polaroid, nell’ultimo periodo con il banco ottico, mi permette di ragionare al meglio sull’importanza del lavoro fotografico, per me fondamentale. Nella fase narrativa e di reportage, cerco di dare una visione diversa a quello che ci circonda, dando importanza a qualsiasi elemento del fotogramma in modo da rendere tutti protagonisti della scena. Una visione quasi esterna al contesto socio/culturale.

Credi che internet sia davvero la salvezza? O credi che comunque bisogna viaggiare, conoscere il mondo di persona per realizzarsi?

Bisogna rischiare, viaggiare tanto e lavorare di più. Sicuramente internet ha aperto le porte del mondo, ma non si può conoscere al 100% una cosa se non la si vive, penso sia un ottimo strumento di lavoro se usato nel modo giusto, ti da la possibilità di conoscere quello che succede in tempo reale, di conoscere persone che fanno il tuo stesso lavoro, però la vita è oltre lo schermo e credo che sia meglio vivere di persona ogni situazione.

Chi è Fame 126?

E’ la parte più irrazionale del mio essere, Fame 126 è il writer, lo street artist, se così ci vogliamo chiamare, visto che oggi va tanto di moda. E’ tutto quello che riguarda me, non riguarda la fotografia. Faccio sempre molta distinzione tra le due cose, diciamo che è il mio gemello cattivo.

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