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Mediterranea | September 23, 2017

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Spopolamento

Spopolamento
Gianmarco Murru
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Il racconto contemporaneo dello spopolamento è un susseguirsi di dati allarmanti, un continuo grido d’allarme e preoccupazione sul pericolo imminente. Molta pre-occupazione e poca azione reale.

Il fenomeno sembrerebbe inarrestabile, di stringente attualità in tutta l’Italia. Di particolare urgenza la conclamata situazione sarda, dove la statistica ha deciso che nel 2050 almeno 30 piccoli paesi non esisteranno più. La parola simbolo del 2017 in Sardegna è “paesitudine”, un neologismo che vuole difendere lo stile e i diritti delle piccole comunità, fatte di persone in carne, ossa e cervello.

Le conseguenze, dirette ed indirette del fenomeno spopolamento sono enormi. In questo numero abbiamo lavorato su diversi fronti: dall’attenzione del mondo dell’arte, alla fotografia che fissa nella memoria presente ciò che ormai non esiste più, la scomparsa di tradizioni, linguaggi, colture e cibi; e ancora l’abbandono di se stessi come spopolamento dell’anima.

Il fenomeno assume proporzioni bibliche nella sponda sud del Mediterraneo, dove intere regioni dell’Egitto, Libia o Marocco si stanno desertificando a vantaggio (?) delle grandi capitali. Le città stanno diventando immense metropoli, che non hanno i mezzi e la cultura per questa enorme mutazione urbanistica.
In altri casi si assiste alla costruzione da zero di città del futuro: la gemella del Cairo, a pochi km dalla capitale egiziana, o la nuova Tangeri, legata alla costruzione del più grande porto del Mediterraneo. Si parla di milioni di persone che vengono attirate dalla città come un miraggio per cercare un lavoro più dignitoso dell’agricoltura di sussistenza. La città però diventa un incubo se il lavoro non risponde alle esigenze iniziali. Oltre alla difficoltà di integrazione, i costi alti per i servizi e per le abitazioni, la pessima qualità della vita in genere.

Ora, questo fenomeno è sempre esistito: dall’antica Grecia (medioevo ellenico) alle varie epidemie e carestie che decimavano le popolazioni di interi territori, e di conseguenza le migrazioni che ancora oggi vediamo in atto. La prima curiosità nasce proprio da questo parallelo storico: come mai ci si preoccupa così tanto oggi? E’ colpa di un sistema economico che costringe ad una continua sovrapproduzione, che non può essere portata avanti in piccole economie, di paesi o piccole città?

Cosa accade quando scompare una comunità? Forse scompaiono le abilità dei singoli, le tradizioni alimentari e produttive, le arti, la musica, interi settori economici, espressioni linguistiche, la cura dell’ambiente, il paesaggio de-antropizzato cambia forma.

Il problema riguarda la campagna, ma soprattutto la montagna. La morfologia stessa del territorio italiano è una chiara fotografia di come si è trasformato il paese. Dai piccoli centri montani, difficili da vivere per loro natura alle più comode (?) case di città. Naturalmente le ragioni sono sempre quelle: la mancanza di lavoro, il calo demografico, l’assenza di servizi essenziali, mancanza di collegamenti strutturali, occasioni per fare e fruire di eventi culturali, biblioteche diffuse e altri motivi costringono le masse ad abbandonare e cercare di costruire un futuro in città.

Esiste però un fenomeno che va controtendenza, piccoli segnali che vedono l’allontanamento dalle grandi metropoli. Centri urbani che presentano molte difficoltà pratiche: tempo di percorrenza casa scuola/lavoro/divertimento, qualità dell’aria, qualità media del cibo, qualità delle relazioni. Da qualche decennio si è sviluppato un movimento di “protesta”, che aspira a migliorare la qualità della vita tornando ad occupare territori quasi disabitati, in montagna o campagna. I vantaggi, almeno a quanto dichiarato dagli interessati, sono enormi. I costi di un’abitazione, tanto per dirne una o la possibilità di vivere appieno la natura. C’è un interessante movimento di pensiero (tempi ibridi) che propone un altro stile di vita. D’altronde, attraverso internet si può lavorare da casa, in qualsiasi punto esista una buona connessione. In alcuni casi si ricostruiscono economie sommerse aiutando la natura. Ad esempio dalla pulizia dei boschi si produce segatura per il pellet e contemporaneamente si protegge il sottobosco dai continui incendi.

Un grande chef sardo come Roberto Petza ha abbandonato la città per trasferire le sue attività a Siddi, un piccolo centro del Campidano, con il rischio di perdere clienti e guadagni. La sfida però è ampiamente superata. Soprattutto con il bellissimo festival Appetitosamente  uno spazio dove praticare il piacere, la convivialità, la diversità, l’amicizia, l’etica, il dubbio, la curiosità, la longevità, la felicità, la bellezza. Forse c’è un plus valore della “periferia” rispetto al centro?

Abbiamo cercato di rispondere, nel nostro piccolo, ad un tema molto vasto. Un piccolo punto di vista che deve essere ancora potenziato per capire e cercare soluzioni adeguate. La preoccupazione dello spopolamento dovrebbe diventare finalmente azione, creando le opportunità per chiunque voglia costruire una vita in un piccolo centro.

Buona lettura!

Foto di Sabina Murru

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