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Mediterranea | November 16, 2018

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Spazi e condizioni della follia - Mediterranea

Spazi e condizioni della follia
Redazione

di Melania Barone

La follia ha avuto per secoli una sua dimensione sociale ed un suo spazio. Spesso era proprio lo spazio a testimoniare il grado di maturazione della psichiatria. Inizialmente nulla aveva a che fare con la cura del malato: dagli ospedali alle case di cura, dai ricoveri ai manicomi, dai manicomi alle carceri. Fino al momento in cui la legge Basaglia non ha sancito una svolta nella moderna psichiatria e nell’assistenza del malato.

Chi pensa ai manicomi pensa a delle strutture in cui avvenivano torture volte a deprimere un folle schizofrenico o una persona priva di capacità di intendere e di volere. Eppure i manicomi in Italia nascevano proprio per curare il malato in un periodo in cui le cure ai malati erano cure per persone di serie B. Subito dopo venivano i carcerati. I Manicomi sono nati inizialmente per dividere ed isolare i malati dal resto della società. Capitava infatti che si sentisse l’esigenza di separare dai reparti degli ospedali “i matti” per poi trasferiti in una struttura secondaria. Nel manicomio di Ferrara ad esempio vennero trasferiti 56 mentecatti il 29 Ottobre 1858. Fu in quest’occasione che nacque il manicomio per volontà di Girolamo Gambari, che divenne il primo Direttore dell’Istituto. Prima di quella data in Ferrara esisteva soltanto una sezione riservata “alla custodia dei pazzi” nell’ospedale civile di S.Anna.

E’ impossibile descrivere le condizioni igienico sanitarie dell’istituto. Per farcene un’idea dobbiamo pensare all’altissimo tasso di mortalità dei ricoverati. Il manicomio di Ferrara si trasformerà radicalmente con Clodomiro Bonfigli nel 1873.

I manicomi non erano luoghi di cura, ma luoghi di isolamento. Il filo conduttore che univa la realtà del manicomio alla società civile era spesse volte il giornale fondato dall’istituto che rendeva noto ai cittadini dello stato di salute dei pazzi ricoverati nell’istituto. Se i familiari dei matti erano analfabeti, il Sindaco o un dipendente dell’Amministrazione pubblica si preoccupava di leggere il giornale a quanti lo richiedessero.

Anche Como ospiterà un manicomio che ha segnato la storia della popolazione Lombarda. Un manicomio che nessuno voleva, nato dai matti “detenuti” nel manicomio milanese Senavra che dovettero essere trasferiti in altra sede. Si cercò in lungo e in largo un comune che ospitasse il rifugio dei pazzi. Dapprima si allestirono dei locali vicino l’Ospedale S.Anna ma si trattava di una sede provvisoria. Si cercò allora di trasferire i pazzi a Sondrio con relativa costruzione dell’Ospedale per i pazzi, ma Sondrio rifiutò.

Finalmente i matti vengono trasferiti nel 1882 nel Manicomio di Como. Si parte da un numero esiguo: 463 per poi arrivare a 1000 durante la prima guerra mondiale. Anche in questo caso era diffusa la Cronaca del Manicomio. É forse un manicomio felice quello di Como? Può darsi. Il Manicomio di Como riflette la mentalità dei comaschi: come racconta una cronaca del tempo: “dei malati una media complessiva del 46% lavora, e lavora assiduamente attendendo ai mestieri più diversi, con strumenti svariati. Il nostro Istituto basta a se stesso. Non manca che il mulino per essere completo dal punto di vista del lavoro e del rendimento. Non solo basta a se stesso, ma oggi si producono la tela ed altri tessuti anche per l’Istituto Maternità e Infanzia, le stoffe per le divise degli infermieri, delle infermiere e dei cantonieri provinciali, si confezionano le scarpe per i bambini e ragazzi del Brefotrofio, per gli uscieri provinciali.. Non dipendiamo più dal lavoro esterno e superiamo di gran lunga il nostro fabbisogno”.

Con Basaglia il matto acquista una dignità, una sua intima individualità e nasce il concetto di persona. Basagli ad esempio affermava che i malati entrano come persone ed escono come cose. Era la stessa tortura fisica, la detenzione ingiustificata, le torture e le sevizie praticate sui corpi vivi dei malati a renderli estremamente coscienti della loro carne mortale, era tutto questo a renderli “cose”. Sergio Zavoli non ha potuto evitare di immortalare il grande lavoro di Basaglia. Da quel momento l’Italia diventò la prima nel mondo perché aveva saputo elaborare una metodologia per la cura del malato ed aveva restituito la dignità ai cosiddetti “matti”.

L’abolizione dei manicomi ha responsabilizzato lo stato per quanto concerne la cura dei pazienti. Oggi le cure psichiatriche dipendono in buona parte dalla sanità pubblica che attualmente versa in uno stato di deficit e allora dobbiamo pensare ad un possibile regresso?

Per il momento è quel che sembra accadere, ma in alcune zone dell’Italia ci toccherà perfino guardare con nostalgia ai vecchi manicomi. Almeno li il personale c’era! Oggi è proprio quello che manca. Ce lo dice la GESCO, un gruppo di imprese sociali che fornisce servizi socio-sanitari ai sofferenti psichici, tossicodipendenti, anziani e disabili. Si tratta di un progetto nato in seguito all’opera di dismissione dei manicomi sancito dalla Legge Basaglia. Coloro che lavorano in questi servizi stanno sul piede di guerra e si sono riuniti nell’Associazione “il WELFARE non è un lusso”.

Saranno proprio questi lavoratori a fare le spese di un’amministrazione malata che non ha saputo organizzarsi. I tagli si faranno sentire e si tradurranno in una drastica riduzione dei servizi socio-assistenziali per il cittadino. Proprio per questo motivo circa 300 dipendenti dell’ASL Napoli 1 hanno deciso di occupare l’Ospedale Leonardo Bianchi: “siamo al collasso, non possiamo più reggere” affermano i dipendenti “non percepiamo lo stipendio da 17 mesi”.

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