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Mediterranea | December 13, 2017

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So far away and yet so close

So far away and yet so close
Gianmarco Garau
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In Mount Alexander Road si trova un piccolo cafè. Lì sotto all’ombra di un giovane eucalipto un tavolino, perfetto per riposare gli occhi accecati dal bagliore del sole.
L’aroma di caffè riempie l’aria, il frusciare delle foglie e i versi dei cacatua sembrano comporre uno concerto interrotto sporadicamente dalle richieste dei clienti al barista.
Espresso, Ristretto, Cappuccino, tante parole italiane riecheggiano nell’aria, mentre un tram ricoperto da pubblicità per il salame Bertocchi si dirige verso il CBD coi suoi grattacieli in lontananza.
A quasi 16.000 km di distanza sembra assurdo essere circondati da questa orgogliosa italianità.

Ma qui a Melbourne i tanti immigrati italiani, forse spinti dal voler superare un mondo intero che li divide da casa, sono riusciti a ricreare una parte di Italia, madre dalla quale appare impossibile separarsi.
Memore dei “bei vecchi tempi”, questa piccola colonia italiana si è separata nel tempo, isolandosi dalla corruzione gastronomica nel nostro Paese e attaccandosi a quell’insieme di ricordi e profumi che è la cucina italiana.
I vari Fasoli, Molina e Navaretti che appaiono a noi come perfetti sconosciuti, nella comunità italiana in Australia vengono ricordati quasi come eroi, che in cerca di fortuna hanno attraversato il globo e nel farlo hanno portato con sé gli amati libri di ricette della nonna.

Questi ultimi, tenuti come reliquari e passati di padre in figlio, hanno rappresentato per gli immigrati l’unica possibile connessione con l‘Italia prima dell’avvento della globalizzazione.
Appare sorprendente come la società australiana abbia accolto e accettato le “stravaganze” culinarie di questa minoranza italiana.
Inizialmente incuriositi dalle enormi macchine da caffè, i locali si radunavano in folle per assistere alla preparazione delle bevande, sorpresi dai rumori e getti di vapore. Presto i caffè come il Cafè d’Italia divennero popolari, diventando luogo di ritrovo per le celebrità locali. Da queste piccole attività, dapprima viste come stranezze, è partito quello che è oggi uno dei maggiori panorami al mondo per questa bevanda, con numerose piccole torrefazioni e un gusto locale senza eguali. Ma non si ferma al caffè l’impronta lasciata dai nostri “pionieri” culinari nell’ isola australe.

Sviluppatosi a partire della fine del XIX secolo, l’influsso della cultura italiana e greca ha portato all’introduzione non solo di numerose tecniche culinarie ma di tantissime specie vegetali prima sconosciute alla neonata nazione.
L’influenza di questa e altre minoranze rappresenta l’aria che permette la crescita della giovane storia di cucina di questa nazione.
Onnipresente, la cucina italiana può essere inoltre identificata tra le principali ispirazioni gastronomiche soprattutto notando la presenza di quelle che Umberto Eco, riferendosi alle sue peculiarità, definiva come “monumentali differenze”.
Infatti, nella giovane cucina australiana appare presente uno spirito unificante simile a quello italiano, che si separa e coniuga a seconda delle varie differenze regionali e nazionali. Qui si può trovare orgogliosamente mostrata la storia di molti dei piatti serviti dalle varie comunità mediterranee, il tutto spesso declinata a seconda delle specialità regionali. Molti ristoratori esibiscono con vanto alcuni dei piccoli traguardi che hanno reso possibile il trapianto di questa comunità italica in terra australe, ostentando chi di aver portato le prime uova di pasqua, chi di aver introdotto la polenta e così via.
Ma non fu tutto facile per i primi “esploratori” culinari arrivati nell’emisfero meridionale. Molti si resero conto solo all’arrivo dell’assenza di gran parte dei beni essenziali per la cucina mediterranea come l’olio d’oliva. Dovettero ricorrere al lardo locale, il quale fetore resta ancora impresso nella memoria dei discendenti.

…tu pensa che oltre oceano ci sono cuori che ti amano e che per voi pregano, che aspettano con pazienza che tu faccia la tua fortuna per tornare in patria.”
Maria Rusin scrive alla figlia Marina, 1955.

Per chi aveva lasciato i propri cari in Italia, gli amici diventarono parenti, fratelli, sorelle, zii e zie: un susseguirsi di “nuove” parentele. Uniti dalla distanza si ritrovavano come consuetudine intorno al tavolo alla fine di ogni giornata. Questi hanno dato un nuovo significato all’essere italiano, superando le distanze culturali e geografiche regionali per far fronte a quelle oceaniche con la Grande terra del Sud.
Qui, molti “nuovi australiani” provenienti da piccoli paesi medievali si ritrovarono spaesati dalla vastità delle case e soprattutto dei giardini. Quelli che in Italia sarebbero stati terreni occupati da altre case negli stretti labirinti della città vecchia, o da terreni coltivati come quelli delle vecchie aree periferiche, erano ora enormi giardini il quale uso e necessità li sorprese.
Non tardarono a sfruttare questo nuovo elemento: uliveti, vigneti e orti aiutarono gli italiani a inserire nuovi vegetali e dunque piatti in terra australe.
La disponibilità in seguito di grandi cantine o garage fece il resto: in breve la preparazione domestica di salami, vino e caffè trasformò questi inconsueti elementi in piccoli laboratori alimentari, che si crearono nelle aree densamente “italiche” come Carlton. Un piccolo circuito in cui si riusciva a reperire qualsiasi alimento il Bel Paese potesse offrire.

Oltre l’assenza di beni chiave, queste comunità si scontrarono con la maggioranza anglosassone, trovandosi costretti a snaturare spesso alcune ricette, che soltanto anni dopo poterono riproporre originali. Cercando di integrarsi il più possibile, accolsero il tradizionale barbecue e lo adattarono ai loro costumi inserendovi un tocco italiano. Ben presto i vicini australiani vennero educati e poi stuzzicati dai classici contorni della grigliata italiana. Peperoni, zucchine e melanzane iniziarono a essere apprezzati pure downunder, dando inizio all’inserimento di questa minoranza nella cultura della giovane nazione.
Così, questa piccola comunità si allargò, passando dai 1500 italiani a Victoria nel 1896, ai ben 120.000 nel 1971.
Ora, col passare degli anni, la “Little Italy” creata dai nostri connazionali sta svanendo. Qui rimangono sì circa 76.000 italiani, ma la loro età media si aggira attorno ai 70 anni, rendendoli una minoranza a rischio. A breve rimarranno pochi connazionali a Melbourne, ma il loro segno appare tuttora tangibile in ogni aspetto della gastronomia locale. Piatti e ingredienti italiani costituiscono, assieme all’apporto di altre importanti comunità come quella vietnamita e libanese, la colonna portante della storia culinaria dell’Australia.

L’esempio di questa “neonata” nazione può essere per noi italiani di aiuto in un periodo di forti e importanti migrazioni come quello attuale. Città come Melbourne sarebbero spoglie e fredde senza le numerose tavole calde dove consumare il Phở vietnamita, senza le centinaia di fornai libanesi dove assaggiare un Sfeehas o il tocco italiano presente in ogni menù con piatti come le “polenta chips” o i “potato gnocchi”. Queste pietanze “povere” sembrano quasi essere un allegoria dell’ umiltà e della resilienza con la quale i tantissimi immigrati sono entrati in quella che è diventata in seguito la loro casa, l’Australia. Essere spaventati dal nuovo e dal diverso in arrivo dal Medioriente è comprensibile, ma per la inamidata cultura europea tale sfida può essere motivo di rinnovamento e un contraltare al dilagare di una mentalità gastronomica incentrata sui valori sfasati del moderno neoliberismo.

“So far away and yet so close
I don’t want to lose
Everything I have left
That is Italian.
I don’t want to leave
Everything I have found
In Australia”*
Mariano Coreno, poeta italo-australiano, 2001
*Così lontana eppure così vicina, non voglio perdere tutto quello che ho lasciato dell’Italia. Non voglio lasciare tutto quello che ho trovato in Australia.

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