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Mediterranea | November 17, 2018

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Siamo custodi della terra? - Mediterranea

Siamo custodi della terra?
Nicola Lecca

“Terra” è una parola che pronunciata senza orpelli evoca da sola tante immagini, ciascuna declinabile secondo il proprio vissuto. L’agricoltore sente fatica, soddisfazione, sudore, potere, autonomia, sicurezza, “la terra dà, la terra toglie”. L’architetto sente paesaggio, territorio, valore, libertà, storia, cultura, contesto. Il migrante sul barcone sente la vita scorrere nuovamente nelle vene, crescere la speranza per una vita migliore, la salvezza a portata di mano. Il costruttore spietato si sfrega le mani, sente odore di speculazione, denaro, intrighi. Il politico sente… (sente il politico s-pregiudicato?).
La terra viene modellata dalle vicende che su di essa si svolgono, o che per il suo possesso si pongono in essere. Un territorio talvolta viene adattato alle esigenze proprie del popolo che lo abita, pensiamo alle coltivazioni terrazzate quasi a picco sul mare dalla Liguria alla costiera amalfitana all’isola di Lesina in Croazia, solo per citarne alcune; oppure alla pesante urbanizzazione delle pendici di importanti vulcani ancora attivi, benché dormienti; talvolta, invece, è il territorio a trasformare le abitudini di chi si ostina ad abitare quei luoghi, come le coste mediterranee (da quelle italiane a quelle spagnole) costellate di torri costiere, quali punti di controllo per l’avvistamento degli incursori-invasori di turno che resero necessaria l’istituzione di una speciale organizzazione di respiro “mediterraneo” con controllo centrale, (da parte della Corona spagnola), ma gestita, supportata e sopportata dalle comunità locali.

Questi beni monumentali, ancora numerosi e per lo più risalenti al periodo compreso tra il millecinquecento e il millesettecento, costituiscono un elemento ricorrente del paesaggio costiero del Mediterraneo fino a farne ormai parte integrante, tanto da essere stati dichiarati in Sardegna, già dalla metà del secolo appena trascorso, beni identitari.
Il valore attribuito alla terra è estremamente effimero, basti pensare alle lotte per possederne anche solo “un fazzoletto”, e a quanti drammi familiari si sono consumati per “l’eredità” di un terreno, che magari poi non viene neppure messo a valore. Tutto sommato, non siamo ancora usciti dall’idea medievale del possedimento terriero come vessillo del riconoscimento sociale raggiunto, il quale funge da mezzo per raggiungere, anche, il potere politico.
La terra curata dà, quella abbandonata toglie. Possedere una terra e non farla produrre rischia di diventare un costo insostenibile per chi non mette a frutto questi beni, tanto che altro elemento che rischia di diventare un “bene” identitario delle nostre campagne sono i cartelli ormai sbiaditi dal sole “vendesi terreno”. Ciò non avviene per le terre “attraenti”, ad esempio quelle ormai prossime alle città in fase di espansione orizzontale, che come macchie d’olio tendono a saturare lo spazio circostante a discapito del centro e/o della fascia di mezzo che inesorabilmente si presenta come un luogo privo di identità e catalizzatore di attività illecite. Le terre di confine risultano più attraenti, come una tela bianca da dipingere, rispetto ad una da ripulire, rammendare e reinventare. Sono in tanti a voler riempire i “vuoti urbani”, porzioni di terreno o di città abbandonata: i comitati di quartiere con alberi e giochi, gli imprenditori e lobby collegate, con metri cubi di cemento, dipinti come investimenti che “riversano ingenti risorse in un territorio depresso dalla crisi, nuovi posti di lavoro e ricchezza, per uno sviluppo sostenibile di questo nostro territorio” in un periodo in cui la classe media fatica a stare nella media.

Naturalmente oggi, almeno nella sponda nord del Mediterraneo, non si è impensieriti dalla difesa della nostra terra dai pirati-invasori, come al tempo delle torri costiere, ma forse si è attanagliati dalla paura irrazionale e politicamente guidata che l’arrivo dei migranti ci porti a perdere il nostro caro benessere, mentre altri, pochissimi, sono tormentati dal rischio del calo del consumismo programmato agli attuali livelli.
Come viene usata oggi la terra in agricoltura, allevamento, edilizia, energia, turismo? Sfruttamento del sottosuolo, dispersione nell’ambiente degli scarti di produzione gas di scarico, uso delle risorse, dismissione delle industrie a fine ciclo produttivo? Come viene curato e mantenuto il territorio? Cosa dire degli abusi edilizi, degli ecomostri, permessi dalle amministrazioni incapaci di svolgere il ruolo che gli è stato affidato?
Ci si scandalizza per l’indubbio impatto paesaggistico di un parco eolico o fotovoltaico visibili da decine di chilometri, ma non si batte ciglio per le raffinerie di petrolio che modificano ecosistemi e inquinano ettari di terra, di mare e l’aria che si respira.
La modificazione del paesaggio è insita nelle attività dell’uomo, ma perché essa possa continuare a ospitare, nutrire e proteggere l’uomo sarà necessario seguire le indicazioni ben sintetizzate nei 140 caratteri del tweet “Bisogna custodire la terra affinché possa continuare ad essere, come Dio la vuole, fonte di vita per la famiglia umana”.
21 Aprile 2015 Papa Francesco

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