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Mediterranea | November 15, 2018

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Si è conclusa l'ottava edizione del Puntodivista Film Festival con tre vincitori - Mediterranea

Si è conclusa l’ottava edizione del Puntodivista Film Festival con tre vincitori
Redazione

Si è conclusa il 1° dicembre l’ottava edizione del Puntodivista Film Festival in compagnia di Bruno Bozzetto, tra i più grandi maestri del cinema d’animazione

 

 

Tre i cortometraggi premiati:

Miglior Fotografia: “Sugar Plum Fairy” di Marco Renda (Napoli)
Miglior Regia: “Helena” di Nicola Sorcinelli (Sicilia)
Miglior Soggetto: “Senza parole” di Edoardo Palma (Roma)
Premio della giuria dei giovani studenti degli Istituti “Ottone Bacaredda” di Cagliari e “Sergio Atzeni” di Capoterra: “Senza parole” di Edoardo Palma

Nuovi sguardi e grandi storie di temi sociali, viaggi introspettivi o di grande attualità, raccontate con passione e professionalità in non più di quindici minuti, e con un budget il più delle volte minimo. Su centosettantasei cortometraggi pervenuti all’organizzazione da tutto il mondo, sedici sono giunti in finale.
Tre le opere (tutte italiane) premiate, nell’ultima serata (il 1° dicembre) dell’ottava edizione del Puntodivista Film Festival, Concorso Internazionale di Cinematografia, organizzato da Art’In e diretto da Romano Usai. Davanti a una sala gremita di pubblico sono stati assegnati i tre premi della giuria, presieduta da Pippo Ciliberto, direttore della fotografia per i migliori registi italiani che collabora da anni con la Rai.

Miglior Fotografia a Marco Renda, da Napoli, per “Sugar Plum Fairy”. Il tema del sacrificio, visto attraverso il mondo della danza classica. “Un universo straordinario da esplorare, che si nutre di totale devozione, fatica e rinunce, alla ricerca della perfezione” ha spiegato il regista sul palco; Miglior Regia a Nicola Sorcinelli (Roma) per “Helena”, per “la capacità di dare una immagine forte che ben sorregge la personale impostazione registica”. Un insolito e originale spaccato della seconda guerra mondiale dove uno strano destino gioca un ruolo determinante nell’incontro fatale tra una donna delle SS di un lager nazista e un bambino ebreo; Miglior Soggetto a Edoardo Palma (Sicilia) per il suo corto “Senza parole”. L’arte di strada (a cui il regista dedica un omaggio) come spunto per raccontare l’incomunicabilità del nostro tempo. “Il sogno come antidoto. La grazia e il silenzio trovano un’unica strada per un incontro che sembrava impossibile. Il gioco di sguardi tra i due ragazzi è pura poesia”, ha commentato la giuria. Come quello tra un solitario mimo in bianco e nero e una bella ragazza a colori, sordomuta. A quest’ultimo cortometraggio è stato assegnato anche il “Premio della giuria dei giovani” (una novità di questa edizione), composta da venti studenti del quinto anno degli Istituti Scolastici “Ottone Bacaredda” di Cagliari e “Sergio Atzeni” di Capoterra

Opere che mostrano una grande sensibilità nell’ambientazione, nelle atmosfere e nella recitazione dei protagonisti, un uso sapiente della luce e una conoscenza approfondita del linguaggio cinematografico e della materia. I giovani registi si fanno spazio con grande entusiasmo nell’intricato mondo del cinema, studiano, producono, e non demordono. La passione e la voglia di andare avanti, di raccontare attraverso le immagini il loro punto di vista sul mondo, è la motivazione più importante, un’urgenza interiore che non può fermarsi, malgrado le enormi difficoltà, come hanno raccontato in occasione della premiazione, sul palco del Puntodivista Film Festival. La partecipazione ai concorsi diventa fondamentale: un canale alternativo a quello ufficiale e vetrina per farsi conoscere e per confrontarsi con altri registi del mondo e con il pubblico.

Non solo cortometraggi. Per otto giorni dal 18 novembre al 1° dicembre il Teatro Adriano di Cagliari è diventato un vero crocevia di idee e sguardi d’autore con esperti del cinema, registi, giornalisti, attori, musicisti, protagonisti degli incontri dedicati al rapporto tra grande schermo, pubblicità, letteratura, e in particolare il Carosello e gli autori che ne hanno decretato il successo, tema centrale a cui il festival ha dedicato quest’anno un occhio di riguardo. Come l’incontro dell’ultima serata con il genio Bruno Bozzetto, uno dei più grandi animatori, fumettisti, registi, sceneggiatori e produttori cinematografici viventi che ha lasciato un segno indelebile nella storia del cinema d’animazione e non solo, così come alla Walt Disney e alla Pixar. Una lunga chiacchierata informale ricca di notizie interessanti e curiosità sulla sua lunghissima carriera intrapresa a soli sedici anni, spinto dalla passione per il cinema, dai vecchi capolavori della Disney e da una cinepresa da 8 mm che il padre un giorno quasi per caso, portò a casa.
“Rimasi colpito dalla capacità che l’animazione aveva di creare con poco un mondo completamente diverso da quello a cui ero abituato. Dai primi tentativi fatti in modo artigianale in casa, usavo un’asse da stiro allestita appositamente con la cinepresa per i fotogrammi dei disegni, restai colpito da alcuni bozzetti della Disney che per la prima volta utilizzava dei personaggi semplici e simili a quelli che facevo io. Ho fatto il classico e non ero un disegnatore professionista” – Ha raccontato l’autore milanese nel corso della serata – “Da lì ho capito che si poteva raccontare una storia interessante con dei personaggi semplici, divertenti, stilizzati, così a vent’anni ho realizzato il mio primo film Tapum! La storia delle armi”. Un film che venne rifiutato al festival del cinema di Bergamo, ma che gli diede invece un interessante spunto per raccontare proprio quella storia dell’esclusione, e dove, cosa assai curiosa, fu proprio il direttore di quel concorso cinematografico che scartò la sua opera, a ispirarlo per il personaggio protagonista: il Signor Rossi (la cui somiglianza con il personaggio animato è straordinaria, come dalla foto mostrata dallo stesso Bozzetto al pubblico). E ancora tanti gli aneddoti che il disegnatore d’animazione tra i più grandi del nostro tempo e soggettista (come preferisce chiamarsi) ha raccontato (e rappresentato per immagini) in un preciso ordine cronologico per dare l’idea del suo percorso artistico. Grazie all’arrivo negli anni ’60 della pubblicità e del Carosello ha potuto ottenere un po’ di visibilità (e risorse economiche). Nasce così il suo primo studio professionale che sfornerà capolavori eterni come “Vip – Mio fratello Superuomo”, “Allegro ma non troppo”, o “West and Soda”. “Un lungometraggio ambientato nel west che avevamo fatto senza nemmeno sapere cosa ciò comportava, ha spiegato l’autore. “Per dirne una, la sceneggiatura di questo film è stata scritta alla fine, ma solo perché dovevamo presentarlo al Ministero e serviva per forza lo script. I dialoghi venivano improvvisati, avevamo lo storyboard, ma i personaggi si muovevano a caso. Un lavoro che facemmo da dilettanti totali, con la passione per il genere western e per i suoi personaggi simbolici. Ed è questo che mi stupisce, che ancora oggi il film venga apprezzato. Credo che questo dimostri quello che penso, cioè che se una storia regge, se c’è umorismo, un bel ritmo narrativo, la musica, il dialogo, allora funziona. Perché non dimentichiamolo, il cinema è tutto questo. Il disegno è relativo, cioè è importante, ma è anche un po’ come un attore in un film. Non è che lo si scelga prima della storia. Prima la si scrive e poi si fa il casting per gli attori”.

Ad animare il palco di questa edizione è stato anche il ritorno di Maurizio Nichetti, attore, sceneggiatore e produttore cinematografico che ha segnato un’epoca importante per il cinema italiano (e della pubblicità) dalla fine degli anni ’70 in poi. Al festival cagliaritano ha portato il suo personale punto di vista sul cinema, e un’analisi assai pungente della situazione attuale e del mondo che vi ruota attorno, dominato dalle major. Ma anche le testimonianze del suo imprescindibile rapporto con la musica, il fumetto, la pubblicità e le diverse arti, tra aneddoti, momenti esilaranti, e la sua spumeggiante verve comica. Sempre in tema di Caroselli, tra gli ospiti centrali, anche Dimitri Makris regista di oltre seimila tra i più importanti spot del Carosello tra gli anni ’60 e ’70 e autore pluripremiato di oltre quindici film. Una brillante carrellata dei racconti in bianco e nero più famosi d’Italia, con le storie surreali, magiche, spesso animate da parodie e cartoon divertenti come il leggendario Calimero, o la storia d’amore tra Carmencita e il pistolero Caballero nella réclame del caffè Paulista, il tenente Sheridan, Sorbolik, Topo Gigio, tutti personaggi protagonisti delle storie da lui ideate e dirette, e “semprevivi” nel ricordo di chi allora, bambino, aspettava “Il Carosello prima di andare a nanna”.

Ad arricchire le immagini sullo schermo i commenti e gli “aneddoti inediti” dell’autore greco, tra le indiscrezioni del backstage e le storie di grandi attori come Nino Manfredi, Giovanna Ralli, Enrico M. Salerno, Lelio Luttazzi, Aldo Fabrizi, Gino Cervi, Gino Bramieri, e tanti altri. “Gino Cervi era molto generoso, era il più simpatico di tutti, anche se dovevo fargli un po’ da balia. Manfredi invece era un tirchio spaventoso”, ha raccontato il regista ateniese – “Aldo Fabrizi amava farsi spesso una spaghettata, soprattutto nelle ore più improbabili, come all’una di notte, e mi chiamava continuamente per unirmi a lui”.
E ancora Makris ha spiegato anche i dettagli tecnici, come lo spot doveva essere sceneggiato e le regole che ne guidavano la realizzazione, il passaggio al format pubblicitario moderno e la fine del vecchio modello. “Il Carosello era espressione di un certo periodo. Il mio primo Carosello “I sogni delle tre gemelle”, lo realizzai nel 1959, per la Imec. Con l’arrivo delle grandi agenzie americane iniziarono a ridurre la sua durata da centoventi secondi a ottanta, poi a sessanta, e quindi a trenta. Ma la sintesi narrativa è importante, e in centoventi secondi poteva starci un mondo intero”.

Tra gli altri appuntamenti del Puntodivista l’omaggio a Pier Paolo Pasolini di Giandomenico Curi, regista, autore, saggista, regista, e docente della Scuola di Cinema documentario Cesare Zavattini e dell’Università di Roma Tre, con lo spettacolo da lui ideato e ben curato “El me pais è un colore smarrit”, in memoria del quarantennale della sua scomparsa. Un PPP inedito, raccontato, ma soprattutto cantato. La sua vita, le sue opere, tra film, libri, poesie, e soprattutto le canzoni, a lui dedicate o legate alla sua esistenza, ai suoi affetti, alla sua terra. Ballate che parlano di quel mondo, descritto nei suoi romanzi, i ragazzi di vita, la Roma delle periferie, o di “Una storia sbagliata”, come racconta la canzone che scrisse Fabrizio De Andrè, a lui dedicata. Ma anche il periodo storico che lo ha attraversato e che il grande regista e poeta friulano, ha segnato con le sue visioni, le speranze, i sogni in bianco e nero, su pellicola e carta. Tra i commenti e gli approfondimenti dello stesso Curi, si sono alternati i canti di grande melodia e bellezza riproposti dalla dolcissima voce di Paola Salurzo, accompagnata da Pietro Pisano al pianoforte e Tommaso Sollazzo alla chitarra battente. Momenti molto intensi, colti e di grande eleganza che hanno offerto un viaggio insolito e appassionante.
Come quello nel cinema raccontato attraverso le “Apparenze” musicali e recitative dell’ensemble composto dalla voce recitante di Manuela Loddo, da jazzisti ben noti nel panorama internazionale, esperti e appassionati delle colonne sonore cinematografiche e dei film in pellicola, come Gianni Coscia e Max De Aloe, e la violoncellista Marlise Goidanich.
Tanti altri ospiti infine hanno animato questa edizione, come Paolo Pasi, Pippo Ciliberto, Pietro Pisano, Paola Salurso, Tommaso Sollazzo, Romano Usai.
Un bel volo nella memoria cinematografica tra autori, film, colonne sonore, libri, teatro, citazioni colte e musica dal vivo, e naturalmente, il grande schermo.

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