Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Mediterranea | December 16, 2018

Scroll to top

Top

No Commenti

Settembre, andiamo, è tempo di poetare... - Mediterranea

Settembre, andiamo, è tempo di poetare…
Laura Sanna

Finisce l’estate, comincia l’autunno e per chi lavora la terra settembre è il mese del Cabudanne, il capodanno che apre la nuova annata agricola. E Seneghe è un paese agricolo che con i suoi appena 1900 abitanti partecipa con gli altri centri del Montiferru a prodotti di qualità come Casizzolu e Bue Rosso (presidi Slow Foood) e olio d’oliva pluripremiato. Seneghe il suo nuovo anno lo apre con un festival di poesia premiato nel 2009 come miglior manifestazione culturale poetica italiana: il Cabudanne de sos poetas/Settembre dei poeti.

Appuntamento che porta nel piccolo centro migliaia di appassionati e decine di protagonisti della letteratura italiana e internazionale ostentato con un certo orgoglio dai residenti che ingrandiscono ed espongono gli articoli dei giornali in cui si parla di loro. Direttore artistico è Flavio Soriga, scrittore di Uta vincitore nel 2000 del premio Italo Calvino, il più giovane insignito di questo riconoscimento finchè non è arrivato Errico Buonanno che gli ha strappato il primato. Con sommo disappunto dello scrittore utese, che scherza sul palco chiamando in scena proprio Buonanno. Quest’anno hanno partecipato a reading e lezioni – tra Pratza de sos ballos, Arruga e Putzu Arru, Funtana de sa Rocca e Sa Prentza de Murone – Giulio Angioni, Joan Herrero Armanguè, Manlio Brigaglia, Errico Buonanno, Aquilino Cannas, Antoni Canu, Enric Casasses, Viviane Lamarque, Roberta Dapunt, Nino de Vita, Erri De Luca, Daniele di Bonaventura, Rossana Dedola, Paolo Nori, Franco Loi (che ha ricevuto la cittadinanza onoraria), Moni Ovadia, Enrico Pau, Giuseppe Porcu e Bruno Agus, Alessandro Portelli, Giancarlo Biffi, Giampietro Guttuso e Vasco Brondi.

In Pratza de sos ballos, palcoscenico degli appuntamenti clou della sera, una suggestiva installazione di Antonio Marras, stilista algherese art director della maison Kenzo, accoglieva gli ascoltatori suscitando un pelo di inquietudine. Un centinaio di sedie stavano sul tetto di una vecchia casetta, con sopra un fascio di libri e una lampada a illuminarli. “La sedia di mia zia”, il titolo di quest’opera composta da sedie sapienti su cui pareva che da un momento all’altro dovesse celebrarsi un incontro di streghe.

La poesia è resistenza. Erri De Luca racconta che, quando gli fanno notare che la sua è una “prosa poetica” si sente come un tale che va a piedi tenendo per le briglie un cavallo. “Tanto vale che ci salga sul cavallo, no? Ecco, se avessi una prosa poetica scriverei direttamente poesie invece di camminarci a fianco con la prosa. Ma io non penso di avere una prosa poetica”. E spiega quale sia per lui il valore della poesia raccontando la storia del poeta bosniaco Izet Sarajlic. Rimasto a Sarajevo durante l’assedio pian piano bruciò i suoi libri in una stufa per riscaldarsi in inverno. “Prima i libri di saggistica e filosofia, per ultimo Montaigne – racconta De Luca – l’inverno successivo tutti i romanzi, poi tutto il teatro, ultimo Cecov. Quando toccava alla poesia la guerra era finita, altrimenti sarebbe morto di freddo».

Discorso sulla libertà. È meglio morire di fame, in un manicomio, innocenti sotto una dittatura o sulla sedia elettrica, innocenti, in una democrazia? Domanda provocatoria quella del discorso su anarchia e governanti dello scrittore Paolo Nori che ricordando le figure di Sacco e Vanzetti e del poeta russo Charms (da lui ha tradotto) ha proposto una riflessione sulla libertà intellettuale e morale di ciascuno che nessuna dittatura potrà mai limitare. Naturalmente se questa libertà si è stati in grado di mantenerla integra, comprendendo a fondo il mondo in cui si è immersi, senza assuefarsi. Altrimenti si finisce come i due pesci a cui un terzo pesce chiede “come è l’acqua” per sentirsi rispondere “acqua? Quale acqua?”. Forse se a una persona qualsiasi durante il ventennio fascista avessero chiesto come fosse la dittatura avrebbe risposto nello stesso modo dei due pesci. (Per chi volesse approfondire il testo si può leggere nel suo blog.

Parole da un mondo perduto. Moni Ovadia è nato a Plovdiv in Bulgaria da una famiglia di ebrei Sefarditi, ceppo di origine iberica. La cultura Yiddish, degli ebrei orientali (aschkenaziti), è per lui una cultura conosciuta da straniero rubata fin nella sua essenza nel momento in cui stava scomparendo. Una cultura ricca, colta e popolare assieme, che ha pervaso l’Europa centro orientale prima di essere distrutta dall’olocausto: sei milioni di Yiddish ridotti oggi a poche centinaia di migliaia. Gli altri passati per i camini. Ovadia legge e canta questo mondo che lui ha conosciuto al crepuscolo a partire dalla poesia di resistenza del Ghetto di Varsavia fino a quelle di Marc Chagall. Il mondo degli ebrei del centro Europa emigrati negli Stati Uniti è il tema di un altro recente lavoro di Ovadia assieme al musicista Carlo Boccadoro, Di Goldene Medina, La città dell’oro.

Rime per gatti e per bambini. Vivian Lamarque è considerata una delle più grandi poetesse della seconda metà del ‘900 e la semplicità e immediatezza della sua poesia è forse ciò che la fa grande e le fa comprendere e restituire anche la psicologia di un gatto con vivacità e realismo. La sua poesia si capisce, “e allora che poeta è lei?”, pare gli avesse chiesto un bambino durante una lezione. Nata vicino a Trento e adottata da una famiglia di Milano a pochi mesi, a quattro anni aveva già perso il secondo padre e a dieci scoperto di avere due madri. Come poteva una bambina reagire a tanti sconvolgimenti? Una bambina qualunque, chissà, Vivian Lamarque reagì cominciando a scrivere poesie. Che naturalmente non bastarono a risolvere il suo animo tormentato: entrò infatti in terapia, trasformando comunque anche questa esperienza in una raccolta poetica.

Ma la poesia popolare è anche oggi materia vivissima, spiega Errico Buonanno analizzando i testi deliranti per grammatica e logica di alcuni cantanti italiani, dai più ai meno celebrati come raffinati interpreti. È poesia popolare, come gli stornelli e alla fine nella musica di uno stornello calza perfettamente anche Prospettiva Nevskij, impietosamente ridotta a un cumulo di stereotipi. La poesia vive nella canzone ma certo il suo valore non è sempre alto e una volta compreso il meccanismo per smascherare i cialtroni…non resta che trarre le debite conclusioni.

Invia un commento