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Mediterranea | November 16, 2018

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Seguendo un tango - Mediterranea

Seguendo un tango
Stefano Serri

“Finalmente si sono addormentati” – sospirò Berthe a indirizzo dell’amica e compagna di viaggio, mentre osservava i due bambini, suo figlio Charles e il piccolo Giuseppe che, quasi abbracciati, avevano trovato la quiete sul giaciglio improvvisato, in quell’angolo di stiva del Don Pedro, “il veliero per il Paradiso”, la nave che faceva rotta per Buenos Aires.
Lucia annuì con un accenno di sorriso, mentre stendeva lo scialle sui due corpicini e, con la mente, cercava di immaginare la vita nella terra promessa, una delle tante. Avrebbe potuto essere “la Merica” o “la Ustralia”. Ma la scelta era caduta sul Sudamerica, complice il fatto che Berthe, di fatto una sorella, più che un’amica, aveva dei cugini che anni addietro si erano stabiliti in Argentina e ne decantavano le meraviglie in ogni lettera.

Due vedove, anche se di diversa natura, con il desiderio di riprendersi la vita in mano e il bisogno di credere che ci fosse un posto al mondo dove poterlo fare.
Il Don Pedro aveva lasciato Bordeaux solo tre giorni prima e ora naviga su un tratto di Atlantico particolarmente calmo. Il rollio gentile della nave induceva un facile sonno nelle due donne ormai esauste e, anche se il viaggio era appena incominciato, avvertivano la pesantezza della prova.
Voltare pagina, lasciarsi tutto alle spalle, chiudere il passato in un cassetto. Riiniziare.
Eppure non sembrava così semplice.
Prima di salire a bordo della “nave di Lazzaro”, come erano chiamati i velieri della speranza, su cui si imbarcavano gli emigranti diretti verso i nuovi mondi, Lucia si era inginocchiata, subito imitata da Berthe, che a vederla piangere, le aveva chiesto se non avesse dei ripensamenti e se non se la sentisse più di partire insieme a lei.
“No, non si tratta di quello” – aveva risposto Lucia. – “Volevo solo lasciare qualcosa a questa terra”.
“Non capisco, Lucia” – aveva commentato Berthe. – “Che hai lasciato a questa terra?”
“Le mie lacrime” – aveva risposto Lucia, asciugandosi gli occhi mentre si alzava in piedi nuovamente.

Due vedove, anche se di diversa natura. Perché Lucia vedova lo era veramente.
Si rivedeva, dieci anni prima, ad aiutare sua madre nelle faccende di casa mentre suo padre e i suoi fratelli lavoravano i campi fino a sera tardi.
Poi arrivo Lui.
Denís era arrivato in Sardegna, insieme a una squadra di operai, per potenziare la rete telegrafica che ormai collegava anche la Corsica e l’Italia.
Lo aveva visto una volta solo, alla festa del paese, ma il ricordo dei suoi occhi non la lasciava dormire.
Poi tutto era accaduto rapidamente e neppure sei mesi dopo erano sposati.
Lui con il suo italiano viziato da quell’accento buffo da ragazzo di Bastia e lei che aveva costretto il parroco di Barumini a dedicarle un corso intensivo di francese.
E poi via. Dalla Marmilla a Tolosa, dove li aveva portati il lavoro di Denís.
E dove era nato Giuseppe.
E dove, solo due anni dopo aver tenuto in braccio suo figlio, Denís le aveva sorriso per l’ultima volta, prima di morire stroncato da un infarto.
Lucia aveva iniziato a lavorare come infermiera ostetrica e fu così che nel dicembre del 1890 incontrò Berthe per la prima volta.
L’altra vedova.

Berthe aveva venticinque anni quando diede alla luce il piccolo Charles e faceva la lavandaia. E il padre del bambino, a dir la verità, non era morto davvero. Ma per Berthe era come se lo fosse.
Un anno addietro Berthe aveva ceduto alle insistenti attenzioni di un uomo sposato che tre mesi prima della nascita del piccolo Charles, aveva messo moglie e figli legittimi su una carrozza e aveva lasciato Tolosa senza più fare ritorno, né dare sue notizie.
Lucia osservava quella giovane madre il cui viso brillava di gioia quando teneva tra le braccia il proprio bambino e ne percepiva il velo di dolore negli occhi quando lo riponeva nella culla e si abbandonava a un pianto disperato che cercava di affogare nel cuscino che mordeva.
Proprio come lei, quando era morto Denís.

Trascorsero tre anni, durante i quali Lucia e Berthe divennero molto amiche finché un giorno iniziarono a parlare seriamente di andar via e iniziare una nuova vita da un’altra parte.
Berthe subiva ogni giorno l’ostracismo della società francese nei confronti di una ragazza madre di rango non elevato e neppure per Lucia la vita era poi così piena di gioia in una casa che le ricordava suo marito in ogni momento.
“E Argentina sia” – aveva detto Lucia, una sera, strappando una risata all’amica.

Avevano fatto il conto dei risparmi, prenotato i biglietti, salutato tutti. Lucia aveva scritto a sua madre, in Sardegna.
Stavano voltando pagina. Chiudevano i cassetti dei ricordi. Stavano andando via.

Arrivati alla foce del Rio della Plata, a Buenos Aires, città che, ironia della sorte, era stata fondata proprio da emigranti sardi, il Don Pedro non effettuò un vero e proprio attracco ma gettò le ancore in rada e il trasbordo di merci e passeggeri, proprio in quest’ordine gerarchico, venne completato per mezzo di barchette più piccole che facevano la spola tra il veliero e la terraferma.
Lucia e Berthe dichiararono all’ufficio immigrazione di essere vedove.
I bambini vennero registrati come Charles Gardes e Giuseppe Delors.

Le due donne con i rispettivi figli si stabilirono a Buenos Aires, nel quartiere Abasto, dove trovarono subito lavoro presso una sartoria francese.
I ragazzi, ormai cresciuti, frequentarono l’istituto professionale Pio IX e diventarono presto molto popolari nell’ambito delle bande giovanili di quartiere.
Dalla strada, la popolarità dei ragazzi si trasferì ben presto nei locali notturni e bar di Buenos Aires dove Charles Gardes di Tolosa, divenne per tutti Carlos Gardel, “il re del tango”.

Giuseppe, che intanto era diventato José, non aveva le stesse doti di ammaliatore di Carlito ma nella sua timidezza trovava l’energia per creare emozioni attraverso la scrittura.
La sua poesia malinconica era diventata la piattaforma di comunicazione tra i giovani studenti e letterati del tempo e come la voce di Carlito era richiesta sempre più in tutti gli angoli del mondo, anche i libri di José facevano ormai bella mostra negli scaffali di università, biblioteche e librerie private.

Dopo la Prima Guerra mondiale, Carlos intraprese un tour di esibizioni in Europa dove, per la prima volta, incontrò i propri zii materni e la sua nonna, ormai cieca che, in lacrime, ne ascoltò la voce cantare solo per lei.

Nel frattempo, a Barumini, nel cuore di una Sardegna invasa dal parossismo mussoliniano
anche se mai del tutto cooptata alla febbre del Ventennio, José sedeva su una seggiola di legno e vimini in una stanzetta modesta, nella casa in cui molti anni prima era nata sua madre Lucia.
Di fronte a lui stavano sua zia Maddalena, la sorella di Lucia, e suo zio Vincenzo.
Fuori dal portone della casa, attirata dalla curiosità dell’inconsueto, si era radunata la metà del paese che non era al lavoro nei campi, per sapere chi era quel forestiero che era venuto proprio in quella casa e proprio quel giorno.
José, tornato Giuseppe per l’occasione, moriva dalla curiosità di fare mille domande, pur nel suo sardo stentato, imparato attraverso la memoria della madre.
Allo stesso tempo, percepiva come la curiosità dei suoi parenti, mai incontrati fino a quel giorno, fosse ancora più grande della sua.

La bottiglia di vino tinto, la terza che stavano bevendo quella sera, mandava dei riflessi gentili mentre i due uomini si scambiavano le impressioni dei loro viaggi fatti per trovare e conoscere le proprie famiglie di origine.
José era più che un fratello per lui e Carlos poteva finalmente smettere gli abiti del cantante passionale che faceva impazzire le donne.
“Sai che volevo piangere anch’io insieme a mia nonna?” – gli disse, mentre accendeva nuovamente il sigaro che, nel frattempo si era spento.
“L’emozione più forte della mia vita” – continuò – “Davvero il sangue possiede questa forza magnetica di cui tutti parlano… ma sentirlo così, da me, è stato qualcosa che non avrei mai creduto possibile. È stato lo stesso anche per te?”
“Per me è stato un po’ diverso” – disse José, bevendo un sorso di vino – “ho avvertito le sensazioni di cui parli tu, anche se non con quella stessa intensità. Forse sarebbe stato diverso se avessi incontrato i miei nonni, ma sfortunatamente erano già morti”.
“E allora? Non hai provato nulla quando hai incontrato tua zia?” – incalzò Carlos.
“Si, certo, avvertivo un certo senso di appartenenza ma, più che le persone, è stato quel luogo a trasmettermi delle emozioni sconosciute”.
“Il luogo?”
“Si. Già durante gli ultimi venti-trenta chilometri, prima di arrivare, mi sentivo come attratto da un campo magnetico. Era come se la Terra, quel posto, mi stesse chiamando. Come se mi reclamasse. Come se le appartenessi”.
“Stai scherzando? Io non ho avvertito nulla del genere a Tolosa” – disse Carlos.
“No, non scherzo affatto. E poi è anche accaduto un fatto strano”.
“Che fatto strano?”
“Arrivati alle porte di quel paesino, ho sentito come un nodo alla gola e mi è venuto da piangere. In modo incontrollato. E non so davvero dirti perché”.
“Sembra una delle tue poesie tristi!” – disse Carlos, scoppiando in una fragorosa risata.
Anche José rise e, in quel momento, gli tornarono in mente le parole di sua madre sul letto di morte “tienes que enterrarme en Cerdeña”.
E finalmente capì.

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