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Mediterranea | April 21, 2019

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Se regali un pomodoro rendi il mondo più infelice - Mediterranea

Se regali un pomodoro rendi il mondo più infelice
Laura Sanna

Se regali un pomodoro rendi il mondo più infelice, O, meglio, se lo regali dopo averlo coltivato con le tue mani e magari senza neppure acquistare il fertilizzante e le sementi. E si, mio caro, sarebbe proprio un atto di egoismo il tuo perché queste tue azioni non contribuirebbero alla crescita del Prodotto interno lordo e pensa un po’ che disgrazia sarebbe se di punto in bianco tutti si mettessero a coltivare i pomodori e a prepararsi in casa la passata. Un tracollo dell’economia misurabile in termini di decrescita del Pil che non registrerebbe più il valore dello scambio, né della merce “pomodoro” né della “passata”. Certo tu ne trarresti un vantaggio perché i tuoi pomodori sarebbero probabilmente più buoni e più sani di quelli che attraversano un continente per arrivare sui banchi del supermercato…e forse alla fine dovremmo ammettere che avevi ragione tu a coltivare e regalare. E dovremmo ammettere soprattutto che la crescita del Pil è un falso mito, che non misura il vero benessere e che non è povero chi non può comprare i pomodori ma chi non li può portare in tavola.

Il prodotto interno lordo (Pil) misura il valore monetario degli oggetti e dei servizi comprati e venduti in un anno in un determinato paese. In altre parole misura gli scambi di beni e/o servizi con denaro, per cui è un valore indicativo degli scambi commerciali. Oggi è il parametro generalmente usato per indicare la crescita, la stagnazione o la decrescita dell’economia di uno stato o di una regione dando per scontato che tutti i beni e i servizi debbano passare attraverso lo stato di “merci” e abbiano un valore solo in quanto monetizzabili. Ma è un mito recente, figlio dell’ultimo sessantennio e neppure comune al mondo intero: l’economia mondiale insieme allo scambio di merci si è retta per millenni anche su un altro sistema economico, quello del dono, che è alla base della stessa parola “comunità”. Non stiamo parlando dello scambio di regali in occasioni specifiche (Natale, Pasqua, compleanni) e neppure di baratto in senso stretto, ma di un sistema in cui il dono del tempo costituisce la base dell’esistenza di una comunità, il suo collante economico e sociale.

È Maurizio Pallante a spiegare meglio nell’intervista che segue questo modello economico-sociale che ha avuto come primo studioso Marcel Mauss e che si ritrova in tutte le epoche e in tutti i luoghi del mondo. Pallante è uno studioso e saggista italiano, che in passato è stato consulente del ministero dell’Ambiente per i programmi sul risparmio energetico ed è membro del comitato scientifico della campagna M’illumino di meno. È il principale animatore del Movimento per la decrescita felice, nato agli inizi del nuovo millennio e basato sull’idea che la crescita del Prodotto interno lordo (e dunque dei consumi monetizzabili) non sia per principio positiva perché non sempre le merci sono anche beni.

Un sistema economico diverso ha retto la vita delle comunità per millenni: quello basato sul dono e la reciprocità. Cosa s’intende con questa definizione e quali sono le sue caratteristiche?

L’economia del dono è un sistema economico e sociale che mette in relazione le persone attraverso lo scambio di beni e di tempo al contrario di quello mercantile che genera scambi di merci e denaro. E’ un sistema che ha caratterizzato i rapporti tra i gruppi umani ovunque e in ogni epoca storica, soprattutto nelle comunità rurali ma per lungo tempo anche nelle città. Io offro, regalo, a un’altra persona della mia comunità ciò che produco e che lui non ha, oppure offro il mio tempo come aiuto e stabilisco così un contatto diretto, un vincolo sapendo che questo aiuto lo avrò anche io nel momento del bisogno. Questo sistema è stato studiato soprattutto da alcuni antropologi francesi e in particolare è Marcel Mauss che ha individuato le tre regole non scritte ma valide sempre in questo sistema economico-sociale: l’obbligo del donare, l’obbligo del ricevere e l’obbligo di restituire più di quanto non si sia ricevuto. Questo non significa dar vita a uno scambio a due di doni sempre più impegnativi, ma la disponibilità a “offrire”, più in generale, a un esponente qualsiasi della comunità in cui si vive ciò di cui ha bisogno. Voi in Sardegna avete un’espressione che rende molto bene questo sistema: s’aggiudu torrau, l’aiuto restituito.

Cerchiamo l’origine di questo sistema…

Si perde nella notte dei tempi, naturalmente, e un indizio di questa sua antichità è l’origine stessa della parola comunità che nasce dall’unione delle parole latine cum, con, e munus, dono. Dunque la comunità è per definizione un sistema sociale basato sul dono che, sia chiaro, non è il baratto delle merci puro e semplice. È importante precisare anche un altro fatto: questo sistema economico creava un ponte tra le generazioni, perché lo scambio era tra beni autoprodotti dunque il “saper fare” era alla base delle comunità e il “saper fare” era tramandato da padre in figlio. Ora l’acquisto con il denaro di qualsiasi bene o servizio ha fatto perdere conoscenza e capacità e il legame con le generazioni precedenti che tali conoscenze e capacità invece avevano. La distruzione economica del sistema basato sul dono ha anche demolito il legame con la generazione precedente, determinando la perdita delle attitudini e del “saper fare” che si vuole recuperare.

In quale momento storico questo sistema è entrato in crisi?

A partire da una sessantina di anni fa e solo nel mondo occidentale in relazione all’avvio della produzione industriale di tutti i beni che si sono trasformati così in merci raggiungibili solo attraverso il denaro. L’Occidente si è impadronito di grandi scorte di combustibile fossile per avviare questo processo e da quel momento si è cominciato a misurare l’economia degli Stati con il parametro degli scambi monetizzabili. Sessant’anni sono però ben poca cosa nella storia dell’evoluzione umana e se aggiungiamo che i combustibili fossili sono per loro natura destinati a finire è facile vedere all’orizzonte il ritorno di un modello economico-sociale basato sui rapporti umani piuttosto che sul denaro.

Sembra quasi scontato pensare a un ritorno di questo tipo di relazioni socio-economiche.

Prima di rispondere voglio chiarire: non stiamo parlando di un ritorno alle origini e all’autoproduzione di tutto. So bene che un computer o un frigorifero dovrò acquistarli e così tante altre cose ma per altri beni e servizi la strada è proprio il ritorno a quel modello economico. Oggi si sente l’esigenza di avere rapporti non mercificati con gli altri ed è evidente nella nascita e proliferazione delle banche del tempo e dei gruppi d’acquisto solidali che inseriscono di nuovo la dimensione relazionale nello scambio di merci, tra acquirente e venditore, e anche nel gruppo degli acquirenti.

Sottrarre beni e servizi all’area degli scambi mercificati significa escluderli dal calcolo del Pil che dunque calerebbe. Economia del dono = decrescita?

Si, è proprio così. L’economia del dono non comportando uno scambio di merci contro denaro non fa crescere il Pil e questo è lo spauracchio del nostro mondo: ma siamo sicuri che la crescita di questo valore sia sempre positiva? Ricordiamoci che il Pil misura lo scambio monetario di merci che non sempre sono anche beni. Faccio un esempio: una casa che non sia ben coibentata consumerà molte più risorse per il riscaldamento rispetto a una costruita con parametri migliori. La prima farà sicuramente crescere il Pil più della seconda, ma c’è forse qualcosa di positivo in questo? Un’altra considerazione: se io coltivo frutta e verdura non avrò bisogno di comprarle e, non spendendo soldi, non farò crescere il Pil. Tuttavia è probabile che la qualità del mio prodotto sia migliore e dunque anche la qualità della mia vita. Non è povero chi non può acquistare i pomodori ma chi non può metterli in tavola e all’acquisto ci sono alternative che passano per il recupero di attitudini perse (come l’auto-produzione) e l’attivazione di nuovi legami attraverso il dono e la reciprocità.

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