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Mediterranea | November 16, 2018

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Sardi come i pre-socratici? Il nostro rapporto con la terra, primo elemento della natura - Mediterranea

Sardi come i pre-socratici? Il nostro rapporto con la terra, primo elemento della natura
Veronica Matta

Noi conosciamo la terra con la terra”, affermava Empedocle.

Il legame con la terra, da quando non è diventato necessario, sia dal punto di vista economico, ma soprattutto spirituale, è andato a farsi benedire. Colpa in parte dell’abbandono fisico delle zone rurali. In passato il rapporto con la terra era inteso come conoscenza, come formazione del nostro essere al mondo. La nostra società, come ha già ben notato qualcuno, sembra aver dimenticato la lezioncina dei presocratici, i quali – vivendo a stretto contatto con la terrariconobbero in essa l’archè, il principio generatore, l’elemento concreto, fondamento di tutte le cose. Una primordiale intuizione che ci riporta alla memoria Empedocle e le 4 radici dell’essere, dalla cui casuale mescolanza (amore) e disgregazione (odio) si sarebbe avviato il processo di formazione del mondo.

Non abbiamo più nulla della filosofia antica? Eppure la terra è anche bellezza, sul cui investimento dipende la capacità dell’uomo di regalare a sé stesso e ai suoi simili, a chi ci abita e ai visitatori, un territorio migliore.
Quale ruolo fondamentale ricopre la terra nella vita dell’uomo di oggi? Se intervistassimo qualcuno per strada e gli chiedessimo di quanta terra disponiamo in Sardegna non ne avrebbe la minima idea, come la maggior parte della gente che non ha nessun rapporto umano con la terra ma solo di mezzo-fine. “La terra serve, poi si vedrà”. Eppure non possiamo escludere un sostanziale e consapevole rispetto per la terra che ci ospita.

Bisogna avviare un “nuovo rinascimento”, inteso come “ritorno al principio”. Un nuovo e più produttivo rapporto Uomo-Terra. Da elemento fondamentale per il soddisfacimento dei bisogni primari e della valorizzazione territoriale nel senso più profondo dell’espressione, alla speculazione attuata con aziende “pirata”, ci siamo chiesti: come appare la Sardegna dall’esterno? Il Piano di Rinascita è stata davvero la più grande catastrofe moderna? I sardi quanta terra hanno ancora? Quanta terra hanno non sfruttata? Quali politiche economiche agiscono sul mercato per il risparmio di terra? Cosa determinano le nostre politiche lì e viceversa, in rapporto alla Terra? Quali processi produttivi partono da essa?

Ne parliamo con Adriano Bomboi, autore del libro “L’indipendentismo sardo” (Condaghes 2014). Fondatore del think tank U.R.N. Sardinnya, collettivo politico-culturale riformista.

La mancanza della terra sotto i piedi ci getta nel panico. La terra per i sardi è un limite o un approdo sicuro?

È curioso osservare come nella plurimillenaria storia dell’isola, le civiltà che vi si sono susseguite, fino al presente, abbiano alternato analoghi rapporti di amore ed odio col mare e con la terra: il mare visto come fonte di commercio e scambio culturale; la terra vista come fonte di sostentamento alimentare ma anche come riparo dalle minacce di popolazioni straniere provenienti dal mare. Difficile oggi affermare se i timori dei sardi si orientino in un senso piuttosto che nell’altro, ma con ogni probabilità, la mescolanza attuale è determinata dalla visione del mare come strumento di emigrazione verso terre capaci di offrire maggiori opportunità di quelle ottenute dal contesto storico-politico in cui siamo inseriti.

Oggi la Sardegna tra i Paesi del Mediterraneo è diventata la “terra promessa”, una meta da raggiungere come casa, come unica condizione per l’esistenza di chi affronta a rischio della propria vita i viaggi della speranza, il mare come “monstrum” e la terra come madre che accoglie.

Ecco infatti il grande paradosso del contesto attuale. Mentre i sardi emigrano, a loro volta migliaia di immigrati africani, mediorientali ed asiatici tentano la fortuna spostandosi verso l’area settentrionale del pianeta, economicamente più ricca in termini di potenzialità occupazionali e priva di guerre. Ci sono diversi fattori alla base di questo processo: uno dei problemi deriva dall’espansione dell’interventismo pubblico sul mercato, in primis sul comparto agricolo. Pensiamo alla PAC, la politica agricola europea, capace di impegnare circa la metà del budget UE da devolvere in sussidi prevalentemente orientati alle grandi multinazionali del settore, le quali alimentano una forma di dumping economico sia interno che esterno allo spazio Schengen. La Sardegna si trova così inondata di prodotti agroalimentari provenienti dall’esterno, con scarse capacità di reazione, mentre diversi Stati africani non avrebbero alternative all’acquisto di prodotti europei (ma anche USA e cinesi) capaci di sferrare una concorrenza mortale ai prodotti locali, incapaci di reggere il confronto con quantità e costi nettamente inferiori a quelli altrimenti determinabili in un libero mercato non drogato da sussidi pubblici. Bisogna inoltre distinguere tra immigrati e profughi politici in fuga da conflitti armati. La Sardegna tuttavia non rientra nei flussi principali dell’immigrazione dal nord Africa in quanto l’Italia viene vista come semplice piattaforma di collegamento verso Paesi ben più liberali del nostro, come Germania e Regno Unito, dove esistono ancora forti ceti produttivi in grado di assorbire una percentuale di forza lavoro dequalificata.

La terra è strumento di produzione di quantità enormi di prodotti per il mercato mondiale, non più per la sussistenza di piccole comunità. Tutte queste cose necessitano di abnormi quantità di ettari di terra. Si può parlare di sostenibilità in agricoltura che sia in grado di consumare meno energia rispettando l’ambiente, alimentando una catena di azioni virtuose?

Bisogna sfatare il mito che il soddisfacimento del mercato riguardi unicamente le produzioni di scala. Il mercato assorbe anche la qualità, ed il biologico, senza avventurarsi nella grande distribuzione. In secondo luogo bisognerebbe inquadrare i fattori che oggi in Sardegna determinano la scarsa performance della qualità, in termini commerciali, rispetto alla tendenza nel puntare su produzioni di scala, col rischio di esporre il territorio a pericolosi fenomeni di land grabbing. Anche su questo versante i problemi non paiono derivare da un supposto “libero mercato” ma dai modelli di politica economica che intervengono sul territorio: il primo, fin dai tempi della “Rinascita”, è stato quello di puntare sull’industria pesante come unico volano per la crescita, col risultato di aver inquinato creando disoccupazione, avendo poi annichilito il settore agricolo; condizionandone la permanenza a strumenti assistenzialistici, muniti di sussidi, incapaci di valorizzarne cooperazione e sviluppo. Il secondo, ancora oggi, attiene ad una politica economica che persiste nel puntare su produzioni di scala, pensiamo alla “chimica verde” o ai finanziamenti per la produzione eolica, le cui finalità non hanno nulla a che vedere con le esigenze di un libero mercato ma con meri interessi politici e sindacali di matrice clientelare, deputati ad intercettare consensi e finanziamenti. In terzo luogo, la politica non ha eliminato quelle barriere strutturali che avrebbero consentito l’emersione di una maggiore qualità delle nostre produzioni rispetto al saldo negativo della bilancia commerciale regionale di fronte all’importazione agroalimentare europea. Penso alla necessità di ridurre tasse e burocrazia, ma anche alla necessità di liberalizzare energia e trasporti, liberando l’isola dagli oligopoli di false privatizzazioni, come la convenzione Tirrenia, che incamera circa 72 milioni di euro di denaro pubblico l’anno a fronte di un servizio dai costi nettamente inferiori. In quarto luogo, è necessario riflettere sull’approccio culturale che le prossime generazioni dovranno tenere rispetto all’esplosione demografica che interesserà tutto il pianeta: come sfamare qualche miliardo di uomini in più? Se la banale invenzione di un supporto ottico come la pennetta USB ci ha permesso di salvare milioni di alberi destinati ad essere trasformati in carta, lo sviluppo degli OGM, qualora scientificamente sicuri per la salute umana, potrebbero aiutarci ad evitare l’impiego di milioni di ettari da destinare all’agricoltura, salvaguardando il globo dall’ingente crisi idrica ed ambientale che ne deriverebbe. Ad oggi purtroppo la cultura pop in voga presso una parte dei nostri intellettuali non considera le implicazioni a lungo termine di tali fenomeni.

I terreni cambiano forma e “destinazione d’uso”, come dicono i tecnici, ma soprattutto cambiano la vita delle persone. Necessariamente ci sono comunità che scompaiono e altre che nascono: le campagne oggi sono disabitate e le città sovraffollate, mentre la speculazione immobiliare sulle coste, solo per fini turistici, alimenta il consumo del suolo e delle risorse generali senza alimentare un vero mercato del lavoro. Qual è il futuro?

In Sardegna ha giocato un ruolo non secondario l’ambito della ricezione turistica, che tuttavia rimane ancorata a professionalità poco sviluppate e incapaci di cooperare all’insegna di una sana concorrenza. A tutto ciò si è associato un parallelo sviluppo del pubblico impiego. La politica ha utilizzato l’amministrazione per accrescere la propria sfera d’influenza, non per servire i cittadini ma per ostacolarli, tramite la burocrazia, sfruttata come welfare con cui erogare stipendi. Si tratta di un diffuso fenomeno parassitario che non partecipa al ciclo produttivo poiché non lascia al mercato la potenzialità di accrescere il volume degli investimenti per l’offerta di beni e servizi, né quindi è di stimolo alcuno per lo sviluppo dell’occupazione. Il risultato è l’abbandono delle campagne, l’emigrazione o, appunto, la ricerca del posto pubblico tramite raccomandazione politica. Un impoverimento generale del comparto agricolo, con la tendenza ad abbandonare la Sardegna centrale a favore dei centri urbani e/o costieri, capaci di diversificare in modo blando la domanda di forza lavoro rispetto al suo eccesso di offerta. In questa sede non è possibile dare conto di un’esaustiva ricostruzione dei problemi. E’ certo però che uno di questi si manifesta nella disordinata programmazione urbanistica nel settore turistico, che infatti non segue logiche di mercato ma pure speculazioni incapaci di generare reddito e occupazione. Non a caso, mentre le piccole isole Baleari, pur abusando del proprio suolo, riescono a catalizzare un traffico aereo annuo che si aggira sui 17 milioni di passeggeri, la Sardegna, pur tentando la carta di una maggiore cementificazione delle coste, raggiunge a malapena i 7. Ed ecco manifestarsi la crisi del settore alberghiero, con un’analoga presenza degli affitti nelle seconde case. Tutto ciò è generato dal combinato disposto di una rigida politica dei trasporti, da un eccesso di tasse e burocrazia che rende poco competitivo il sistema-Sardegna, e da una scarsa valorizzazione dei servizi, sia sul versante costiero che sotto il profilo dell’offerta culturale. Pensiamo infatti alla totale assenza di promozione dell’ingente patrimonio storico-archeologico dell’isola, uno dei più antichi e originali del Mediterraneo, ma poco appetibili, dato il contesto, ad investimenti in grado di potenziarne la resa turistica.
Il futuro passa inevitabilmente per un mutamento radicale della politica che sinora ha governato la nostra terra.

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