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Mediterranea | November 16, 2018

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Riflessioni sulla comunicatività dell'arte - Mediterranea

Riflessioni sulla comunicatività dell’arte
Serena Maffei

Nella vita di tutti i giorni spesso diamo per scontate molte cose, presi come siamo dalla routine quotidiana. Spesso ci dimentichiamo di riflettere su quanto siano importanti ad esempio le nostre gambe o le nostre mani. Comunicare è una delle azioni che facciamo con più spontaneità di tutte: lo facciamo con un sorriso, con un gesto o con una espressione, senza rendercene conto; sarebbe impossibile non farlo.
I metodi di comunicazione si sono ramificati in diverse tipologie di linguaggi, che esulano dal senso stretto di questo termine per sconfinare in ambiti estremamente differenti tra loro.

Parlare di Arte e Comunicazione è un obiettivo non semplice, data l’estrema compenetrazione che esiste tra i due termini.
L’arte è sicuramente uno dei metodi di comunicazione fine a se stessa più antichi del mondo (pensiamo ai graffiti nelle caverne, ad esempio): ovviamente essa si è evoluta con l’uomo, che l’ha plasmata a seconda dei tempi, delle esigenze e delle mode; essa ha permesso di trasmettere delle informazioni non solo a livello visivo, ma anche a livello uditivo (la musica, ad esempio) e a livello tattile (la scultura).

Non sempre le opere d’arte trasmettono un messaggio vero e proprio, però non c’è alcun dubbio che possano avere un impatto molto forte, il che è effettivamente un modo di reagire a uno stimolo: ecco involontariamente il passaggio di un’informazione da un individuo ad un altro. In una parola, nuovamente Comunicazione.

É importante considerarne anche i contenuti: un prodotto artistico può avere un contenuto/riferimento religioso, politico, sociale, sessuale. Bisogna tener bene presente anche il contesto socio-storico in cui si inserisce un’opera, nel senso che anche in questo campo sarebbero opportune considerazioni sulla standardizzazione della società, che ha i suoi effetti positivi/negativi anche nel mondo dell’arte. In linea di massima, molti artisti hanno avuto problemi ad essere accettati proprio per questo motivo, incorrendo spesso (e volentieri, aggiungerei, poiché lo scandalo fa sempre un po’ di pubblicità) nel fenomeno della censura.

Essa colpisce in molti casi per una questione non tanto di buon senso (l’ipocrisia è purtroppo una grande piaga) quanto di standardizzazione del pensiero sociale. É proprio per questo motivo che in un museo arabo può far scalpore una Afrodite greca con il seno nudo, mentre in Italia siamo bombardati continuamente da immagini erotico-sessuali. Se dovessimo fermarci anche sui perchè della censura, date le sue innumerevoli sfaccettature condivisibili o no, continueremmo a spingere il nostro argomento verso limiti che tendono all’infinito.

Non mi viene in mente nessun movimento artistico che sia più comunicativo di un’altro dal momento che nella storia dell’arte, chiunque abbia tracciato un segno o sbozzato una pietra aveva in mente di comunicare qualcosa; tuttavia penso che sarebbe scontato fare delle riflessioni su arti figurative che rappresentano forme già conosciute, che già d’impatto ci evocano delle associazioni mentali.

Alcuni arricciano il naso di fronte a sistemi di comunicazione artistica non immediatamente comprensibili, come ad esempio l’arte astratta: uno stile enigmatico, che alla sua nascita destò l’ira dei pittori tradizionali figurativi per la sua ermetica capacità di rottura con il passato.

Nelle migliaia di sfaccettature di questa tipologia ci sono innumerevoli perchè.
Le persone talvolta non si soffermano a comprendere i messaggi che un artista astratto inserisce nella sua opera, e questo è un grosso errore, dal momento che un prodotto di questo tipo nasce in modo diretto, senza troppi filtri nella mente dell’autore. Questo significa che dentro l’opera non ci sono solo dei segni incomprensibili, ma il frutto dell’esperienza e della vita di un artista, contaminato dai molteplici fattori che ne determinano la crescita. Sicuramente tra questi fattori gioca un ruolo chiave il luogo di formazione, ma soprattutto quello d’origine.

Un valido esempio che possiamo prendere in considerazione è l’egiziano Farouk Hosny, ministro dei Beni Culturali nel suo paese, ma prima di tutto pittore.
Pensando all’Egitto non possiamo fare a meno di ricordare le imponenti piramidi, i sarcofagi ed i papiri. Eppure egli dimostra che l’arte egiziana non è solo questo. Nel tempo essa si è evoluta ed ha subito delle notevolissime influenze intellettuali e culturali da tutto il mondo (basti pensare che Alessandria d’Egitto, o il Cairo erano -e tuttora sono- dei crocevia internazionali di cultura), ed ha potuto assimilarle per farle proprie, lasciando che l’affascinante “mondo faraonico” fosse un attimo offuscato per far posto a una creatività di nuovo respiro, portatrice di messaggi innovativi sia a livello strettamente artistico che a livello culturale.

Questo non significa che nelle opere di Farouk Hosny non siano presenti elementi chiave del paese nord-africano, anzi, essi vengono ben sottolineati dall’artista stesso, poiché reputati fonte d’ispirazione.
Durante i suoi numerosi soggiorni in Europa, egli ha potuto osservare gli sviluppi dell’arte contemporanea e piegarli alle sue esigenze, senza mai perdere il filo conduttore che puntualmente riporta al suo paese natio.

Carmine Siniscalco, nel sito ufficiale dell’artista, faroukhosny.com, ben sbroglia la matassa che si crea attorno ad una tema così controverso: arte egiziana astratta…suona strano.
Le sue tele sono spesso ricche di segni grafici ed essenziali, talvolta ricordano dei geroglifici stilizzati, mentre i colori, ricchi e corposi, sono stesi per campiture contrapposte che ricordano l’Egitto nei suoi scorci più affascinanti -spazi ampi come deserti, cieli mattutini tersi o notturni, lunghe rive fertili-.

É questo il suo modo di trasmettere arte, un Nilo di emozioni nate dalla vita quotidiana; è una pittura energica che ben rende l’idea della determinazione di Hosny a diffondere in questo senso un messaggio di espansione ed allo stesso tempo di contrazione nella cultura millenaria del proprio paese.

Sembrano opere dai tratti spontanei, immediati e pensati sulla tela stessa: sono invece studiati e strutturati -è il caso di dirlo- ad arte.
É un modo di comunicare libertà espressiva, apertura mentale e volontà di spaziare in tipologie artistiche così diverse tra loro, il che è sempre stato una peculiarità di Hosny anche nelle sue scelte dal punto di vista politico.

Non bisogna dimenticare il suo ruolo di grande promotore della scena culturale dell’Egitto oltre i soliti noti limiti dei dell’arte egiziana.
Ha dimostrato quanto e come l’arte astratta, considerata dalla stragrande maggioranza delle masse un’informe groviglio di punti interrogativi senza come né perchè, possa essere, se opportunamente spiegata ma soprattutto compresa (la legge regina della comunicazione afferma che un messaggio non è solo di chi lo porge, ma anche di chi lo riceve), un punto di dialogo moderno, pronto ad accogliere il presente senza dimenticare di tramandare le antiche radici del passato. Questa non è una cosa facile: sono due momenti separati da un abisso cronologico, storico e culturale non indifferente.

Per tale motivo non è da sottovalutare il merito di Hosny, cioè quello d’essere riuscito a trovare dei punti di contatto tra i due ed essere riuscito anche a trasmetterli ad un pubblico, anche divulgando un esempio di apertura mentale, in un paese che può apparentemente sembrare molto statico. Nel sito web prima citato sono documentate tutte le mostre dell’artista, la sua biografia, diversi link e interviste, e molti altri spazi di grande interesse per tutti coloro che riescono a vedere la straordinarietà di un uomo che ha saputo trasmettere e contemporaneamente infrangere i limiti della comune associazione mentale Egitto-Faraoni.

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