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Mediterranea | November 14, 2018

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Quel disperato bisogno di comunicare - Mediterranea

Quel disperato bisogno di comunicare
Alessandra Ghiani

Spero che ti potrò confidare tutto,
come non ho mai potuto fare con nessuno,
e spero che sarai per me un gran sostegno.
Anna Frank, 12 giugno 1942

Così esordiva la giovanissima Anna Frank nel suo diario, divenuto famoso in tutto il mondo quale testimonianza della persecuzione perpetrata dal nazismo nei confronti degli Ebrei.
Ma nelle intenzioni della tristemente nota dodicenne, Kitty – questo il nome dato al suo diario, quasi a volerne sottolineare la personificazione – doveva essere la sua amica del cuore, quella a cui confidare tutto, certa che il patto di segretezza nascosto tra quelle righe non sarebbe mai stato violato.

Cito ancora:

[…] Con nessuno dei miei conoscenti posso far altro che chiacchierare, né parlar d’altro che dei piccoli fatti quotidiani. Non c’è modo di diventare più intimi, ecco il punto […].

La giovane protagonista rimarca la sua urgenza, tutta adolescenziale, di comunicare senza veli i suoi pensieri, le sue emozioni, i conflitti interiori tipici della sua età. Questa impellente necessità non è cambiata nel corso dei decenni che separano Anna Frank dal nostro presente. Sono però cambiate in modo drastico le modalità con cui i ragazzi esternano le sensazioni tumultuose che accompagnano il loro passaggio dal giardino d’infanzia alla vita adulta.
Fino agli anni Novanta possedere un diario segreto, rigorosamente chiuso da un lucchetto, era il desiderio di tutte le ragazzine. Le pagine erano un susseguirsi di primi baci, di palpitazioni vertiginose, di dubbi amletici contornati da romantici cuoricini trafitti da frecce di Cupido. Un modo solitario di esternare il coacervo di emozioni contrastanti e mutevoli che accomunano tutti gli adolescenti. Eppure nel tempo qualcosa è cambiato, in primo luogo il ruolo dei genitori. Oggi vanno di moda le mamme-amiche, quelle a cui si confida tutto, quelle che accompagnano le loro figlie tredicenni dal ginecologo per la prescrizione dell’anticoncezionale più opportuno, quelle che a quarantacinque anni vogliono sembrare più giovani dei loro figli vivendo di riflesso un’adolescenza ormai perduta.

Questa capacità degli adulti di avvicinarsi al mondo dei giovani sarebbe positiva se spesso non si assistesse a una confusione dei ruoli in cui coloro che dovrebbero essere una stabile guida nel difficile percorso della vita, assumono il ruolo di complici che anziché correggere e aiutare avvallano scelte spesso sbagliate. Il disorientamento che talvolta scaturisce da questi meccanismi viziati, scatena reazioni diverse. In alcuni casi, quando gli adulti di riferimento si comportano come adolescenti, questi ultimi si sentono autorizzati a fare scelte da adulti, senza però quella consapevolezza che solo la maturità e l’esperienza possono trasmettere.

In altri casi, invece, la distanza tra genitori e figli è così marcata da portare i più giovani a cercare altrove le attenzioni che non ricevono in famiglia.
E mentre in passato il disorientamento adolescenziale veniva confidato alle bianche pagine di un diario o a pochissimi amici scelti, nell’era dei social network ci si sfoga con il mondo intero, spesso per l’insistente ricerca di comprensione, altre volte per attirare in modo sbagliato l’attenzione degli altri.

La confusione dei ruoli accompagnata da feroce esibizionismo rischia di diventare ancora più pericolosa di quanto non lo fosse solo dieci anni fa. Si assiste in continuazione a storie di ragazzi che commettono dei reati per poi renderli pubblici sui canali che la rete internet ha messo a disposizione. Su Youtube è possibile trovare ogni genere di filmato, su Facebook si assiste allo striptease dei sentimenti accompagnato talvolta anche da quello fisico di cuccioli indifesi, spesso inconsapevoli delle conseguenze dei loro “sfoghi”. Si è passati in modo violento da una comunicazione privata e segreta ad una pubblica e fuori controllo.
Questa non vuole essere la demonizzazione della rete e ancora meno dei social network; sono canali comunicativi fondamentali della società moderna. Il popolo della rete condivide informazioni e contribuisce alla conoscenza della pluralità di voci che spesso i media tradizionali cercano di soffocare.
Ma come per tutte le cose a diffusione virale, si devono stabilire delle regole e, poiché la supervisione non può essere curata dallo strumento stesso, diviene indispensabile il ruolo della famiglia e degli altri educatori.

E questo ruolo non deve confondersi con attività di spionaggio per scoprire in modo subdolo in che modo vivono i propri figli. Deve essere un profondo lavoro di prevenzione.
Generalizzando, ma senza leggerezza e con la consapevolezza dell’esistenza di tante eccezioni, viene da pensare che quel che non viene più insegnato ai giovani è il rispetto, in tutte le sue forme: rispetto per gli altri ma prima ancora per se stessi.
I genitori di oggi mettono in mano ai propri figli strumenti potenti; è una prassi diffusa l’uso del cellulare, ormai sempre più smart e social, fin dalle scuole elementari. Un computer è presente praticamente in ogni casa, ma le normali regole di gestione di questi strumenti non vengono prese in considerazione da chi dovrebbe avere il ruolo di educatore. Ecco allora tanti genitori prontissimi a spendere cifre astronomiche per acquistare l’ultimo gadget tecnologico ai propri figli, ma assolutamente impreparati all’impartire loro opportune regole di utilizzo.
In una società che ha fatto della condivisione indiscriminata il proprio baluardo, è divenuto normale esternare ogni aspetto della propria esistenza in questa grande pubblica piazza offerta dai social network, perdendo di vista il confine tra ciò che è privato e ciò che può essere reso pubblico. Si potrebbe obiettare che la coscienza di ognuno dovrebbe essere il filtro per separare il primo dal secondo, ma quando si tratta di giovani inesperti che giocano a fare i grandi, spesso emulando modelli sbagliati, la soglia di attenzione dovrebbe essere più alta di quanto lo sia attualmente.

E se il disperato bisogno di comunicare ha accomunato gli adolescenti di tutti i tempi, oggi si fa più fatica a distinguere questa necessità fisiologica e umana dal puro esibizionismo. O forse semplicemente il secondo è l’esasperazione della prima, in un presente in cui tutti sanno tutto di tutti ma veramente in pochi sono in grado di ascoltare e sostenere gli altri. E gli sfoghi adolescenziali “urlati” attraverso i social network, purtroppo non solo attraverso le parole, appaiono più che mai un feroce tentativo di sentirsi meno soli e di attirare l’attenzione. Ma nella presenza simultanea di milioni di voci, quella del singolo individuo rischia di perdersi nel vuoto.
Non esistono ricette magiche per vivere al meglio l’adolescenza, così come la soluzione ai pericoli insiti nella grande finestra che internet rappresenta non può essere la censura. Gli adulti spesso eccedono in permissivismo, incapaci di stabilire regole solide per i loro figli e soprattutto di farle rispettare. Altre volte impongono loro assurde campane di vetro spingendoli inconsapevolmente verso la ricerca di una libertà senza freni.
Quel che in nessun caso si dovrebbe fare è chinare la testa, ignorando i molteplici segnali che arrivano continuamente dai più giovani. Può sembrare retorico parlare di dialogo, lo si fa in continuazione, ma è proprio questa difficilissima impresa la base per aiutare gli adolescenti a crescere. E nel gioco delle parti ognuno deve interpretare il proprio ruolo con fermezza e comprensione allo stesso tempo.

Un portatile su facebookI potenti mezzi di comunicazione che ci circondano e che condizionano la vita quotidiana devono essere un punto di forza anche per i più giovani, un modo diverso di approcciarsi alla conoscenza e alla vita sociale, ma non dovrebbero mai prendere il sopravvento diventando strumenti alternativi ai rapporti interpersonali reali. Il mondo virtuale non potrà mai prendere il posto dell’abbraccio di una persona cara, cosi come le centinaia di “amici” che troppo spesso vengono sbandierate nelle bacheche dei social network non potranno mai sostituire un’amicizia vera vissuta nella quotidianità con la presenza fisica delle parti.
L’intenso sapore di una confidenza, con gli occhi dentro gli occhi e le mani annodate che si promettono amicizia eterna: queste sono le emozioni che dovremmo trasmettere ai giovani, che ormai sono nativi digitali ma che all’interno di questo mare sconfinato della virtualità rischiano di perdersi in solitudine, come naufraghi in balia delle onde.
Sta a noi lasciare sempre il faro acceso. Solo così riusciranno a non perdere di vista la terraferma.

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