L'album "Nuove esperienze sul vuoto"
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Articolo di Ivano Steri

Cagliari (ITALIA)

Lele Battista, 35 anni, è un cantautore al suo secondo album da solista: dopo Le Ombre del 2006, a settembre è uscito Nuove esperienze sul vuoto, pubblicato da Mescal. Con il suo precedente gruppo, i La Sintesi, ha pubblicato due album fra il 1999 e il 2002, L’eroe romantico e Un curioso caso e ha calcato i palchi di Sanremo con la surreale Ho mangiato la mia ragazza. Ha collaborato, fra gli altri, con Morgan, Soerba, Alessandro Raina, i Santa Sangre e si è cimentato come produttore artistico (Aria di Neve, Controluce).
Gli abbiamo fatto qualche domanda a proposito del suo nuovo disco e non solo.

Lele, ho letto che il titolo dell’album lo hai preso da un libro di Pascal. Di certo è un disco “pieno”, denso, da assaporare senza fretta: il primo pensiero che ho avuto è stato “questo album non va buttato via”, nel senso di non “bruciarlo” con un ascolto superficiale. Cosa intendi tu per “vuoto”? A me sembra che tu lo intenda come uno spazio da riempire con la riflessione, liberandoci da ciò che a volte la limita. E’ così?

Il mio è un modo strano di intendere il vuoto: mi piace dargli un significato positivo, il vuoto per definizione scientifica è assenza di materia, se la materia che ci circonda è qualcosa di invadente, che ci toglie la capacità di concentrazione, allora un po’ di sano vuoto è quello che ci vuole come antidoto a questa società ipercinetica, il fissare il vuoto, che è sinonimo di noia e inefficienza, diventa un valore, uno spazio da riempire con la riflessione, come dici tu, è un concetto che si ritrova spesso nelle filosofie orientali, anche se non lo sapevo, l’ho scoperto dopo l’uscita del disco perché me lo hanno fatto notare.

Nell’Arte di annoiarsi dici “sono diventato ipercinetico, ho perso l’arte di annoiarmi”. Ne Il mio punto debole dici “Eppure questo sguardo illuso e a tratti inconcludente mi sembra l’unico possibile”. E’ sempre riferito all’idea di “rallentare” un po’ per oziare con il pensiero e la riflessione, in modo da trasformare…“tutto il mio tremore in qualcosa di bellissimo e leggero”, come recita una tua canzone?

Vivo a Milano, e, pur amando questa città, la soffro molto, la somatizzo, mi piace andare in montagna appena posso, evadere dalla frenesia, recentemente ho incontrato un amico per caso proprio mentre ero in montagna e lui, vedendomi lì in mezzo alla natura mi ha detto: “adesso capisco di più alcuni riferimenti che trovo nei tuoi testi” che effettivamente hanno questa componente del desiderio di fuga, in quei posti mi ritrovo, ritrovo i miei ritmi naturali.

Nei tuoi pezzi le città la fanno da protagonista. Nel precedente disco parlavi di Trieste e Venezia, oltre che dell’onnipresente Milano; in questo hai scritto, ad esempio, Blocco del traffico. Che rapporto hai con le città del Mediterraneo?

Fino a qualche anno fa non avevo mai visto il mare d’inverno, mi è capitato di vederlo grazie alla musica, che mi porta in giro spesso, e quindi subisco il fascino delle città che si affacciano sul mare, perché la mia mente non è abituata ad associare il mare alla città, e questa associazione quindi mi provoca sempre delle sensazioni strane, così come non sono abituato a vedere Milano senza macchine. Blocco del traffico è nato durante una domenica di fermo delle macchine, una situazione strana in cui la città si ferma in un’atmosfera surreale, e questo in un milanese come me non poteva non provocare una reazione, che nel mio caso è stata lo scrivere una canzone.

In Attento ti avvali della collaborazione di Mauro Ermanno Giovanardi, un gigante della musica d’autore italiana. Com’è nata questa collaborazione?

Sono un fan dei La Crus fin dal loro primo album del ’94, ho avuto la fortuna di conoscerli perché per qualche anno abbiamo condiviso l’etichetta discografica, la Mescal. Poi ci siamo persi di vista per un po’ e ci siamo ritrovati di recente grazie alla collaborazione che abbiamo avuto con gli Aria Di Neve, band di cui io ho curato la produzione del loro album d’esordio, all’interno del quale Mauro partecipa in un duetto con la cantante Eleonora. Successivamente mi ha invitato a duettare con lui ad un suo concerto, e in quell’occasione ho notato le sue qualità di attore perché introduceva i brani recitando dei brevi scritti o delle poesie. Così gli ho chiesto di partecipare al mio album nel recitato finale del brano Attento, e devo dire che il risultato è incredibile, è riuscito a dare un valore aggiunto al brano, io non avrei certo saputo recitare così bene.

In parte mi ha fatto venire in mente Pirandello, il nostro essere uno, nessuno e centomila contemporaneamente, a seconda della situazione in cui ci troviamo o delle persone con cui siamo e del copione che talvolta ci troviamo a seguire, magari non volendolo del tutto. Uno dei significati della canzone potrebbe essere anche questo?

Sì ma il bello è che è valido anche il contrario, cioè che se ci pensi bene, il fatto che noi in qualche modo siamo sempre un po’ qualcun altro ci può fare dedurre che in realtà siamo sempre in parte anche noi stessi, cioè in tutto quello che facciamo ci deve essere per forza qualcosa di autentico, infatti in brano dice: ”d’altra parte sono io almeno in parte”, cioè c’è comunque una parte di me in tutto quello che faccio, anche se a volte indosso una maschera.

In passato hai reso omaggio a Battiato reinterpretando L’esodo nel disco-tributo Voli imprevedibili e sei stato scelto da Ivano Fossati per l’ep Last Minute. Conosci qualche artista del bacino del mediterraneo che ti piace particolarmente, Battiato a parte?

Tantissimi artisti di tanti generi, molti cantautori, da De Gregori a Fossati al Battisti del periodo Panella, ma ho anche degli ascolti insospettabili, ad esempio di recente mi ha colpito un cantautore pugliese che si chiama Matteo Salvatore, che canta in dialetto, non capisco molto, ma quel poco che capisco lo trovo di una profondità incredibile. Il Mediterraneo è stata fonte di ispirazione di grandissime grandi opere, basti pensare a Creuza de Ma di De Andrè.

Mi piace molto la definizione che un giorno ti hanno dato e che tu hai sposato: né “mainstream” né indie, nessuna appartenenza preconcetta, nessun vincolo, nessuna facile etichetta. Ti chiedo quindi qualcosa sui tuoi gusti musicali: che album stai ascoltando in questo periodo? Quali sono state le influenze maggiori sul disco? Ascoltando Le Ombre e Nuove esperienze sul vuoto, mi sembra che i Sigur Ros siano per te un punto di riferimento importante.

I Sigur Ros mi piacciono molto da molti anni, forse ne Le Ombre la loro influenza non è molto evidente, ma già allora erano un mio punto di riferimento, poi mi piace molto il post-punk inglese: Cure, Depeche Mode, Siouxsie & the banshees, Joy Division, e anche band più recenti tipo Editors, Interpol, Radiohead, Mogwai. Il disco credo racchiuda un po’ tutte le mie influenze, e quelle più “acustiche” e minimali di Giorgio Mastrocola, che collabora con me dai tempi dei La Sintesi e che mi ha aiutato a scrivere e realizzare l’album, diciamo che il nostro lavoro si divide più o meno così: io scrivo queste canzoni da cantautore e lui cerca di dargli un suono più esterofilo, in generale il principio che seguiamo è quello di cercare di fare quello che all’estero si è sempre fatto, cioè del pop con dei contenuti, non banale, perché purtroppo è alla banalità che in Italia siamo abituati ad associare la parola pop.

 

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