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Mediterranea | December 12, 2018

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Quando il desiderio di riscatto diventa vendetta - Mediterranea

Quando il desiderio di riscatto diventa vendetta
Ines Macchiarola

Maxi rissa durante una partita di calcio dilettanti di terza categoria, con lanci di bombe carta, fumogeni e petardi fuori e dentro gli spogliatoi. Due feriti e una decina i contusi.

Troppo spesso il termine ‘vendetta’ viene inserito nei titoli di giornali sportivi con superficialità e con l’accezione di ‘sano riscatto’, o rivincita. Potremmo qui elencare migliaia di esempi inserendo le due parole chiave – sport e vendetta – all’interno della barra di ricerca di google, ad esempio; oppure preferire sproloquiare rispetto a famosi casi di eventi sportivi dove il desiderio vendicativo, al contrario si è mostrato tra i più beceri moventi sfociati in veri scontri di guerriglia tra tifosi di squadre opposte, oltre che tra atleti dalle casacche di diversa appartenenza.

Questa volta non si racconta la solita fanfaluca da grande evento, piuttosto si prova a riflette su una giornata di ‘sport’ di ordinaria follia: marginale, da quartierucoli, poco nota alla ‘stampa dei più’, dai connotati di rappresaglia e regolamento di conti, e dove i sinonimi della parola ‘vendetta’ ci sono tutti.

Il ritorno della finalissima valida per i playoff di terza categoria, e prova di torneo provinciale, giocato, il 3 giugno 2012 tra il Tre Torri Torremaggiore e la Polisportiva Sammarco nel campo sportivo di San Paolo di Civitate (Foggia), si è fermato all’1 a 0 per il Tre Torri a fine primo tempo – si legge sulle pagine sportive locali – sugli spalti quasi mille spettatori di cui 400 provenienti da San Marco con le tifoserie gomito a gomito in uno stadio comunale inadeguato e senza divisorio”.

La partita è stata sospesa al sessantesimo minuto quando i tifosi del Sammarco hanno cominciato a lanciare dagli spalti oggetti in campo contro l’arbitro e la squadra avversaria.

Appena l’arbitro manda tutti negli spogliatoi per calmare gli animi, inizia il secondo tempo. Il lancio di oggetti non si placa, parte anche l’invasione di campo con una caccia all’uomo, ai giocatori e ai dirigenti proseguita anche all’esterno dello stadio con lancio di bombe carta, fumogeni, petardi, oltre a un assalto agli spogliatoi con spranghe, pietre, bottiglie e bastoni.

Tutto il putiferio sarebbe scaturito in seguito a un lancio di bottiglie di vetro da parte della tifoseria ospite con un dirigente del Torremaggiore che in pieno stile – mai porgere l’altra guancia – ha rimandato al mittente il pensierino…si fa per dire. “Tutto ciò dovrebbe costare caro al Sammarco che oltre alla sconfitta per il 3-0 a tavolino potrebbe subire anche una pesante squalifica”. Ripercussioni e responsabilità significative sono state inoltre imputate all’organizzazione che poteva far disputare la partita in un impianto più adeguato, visto che quello comunale di San Paolo di Civitate può al massimo contenere fino a 400 spettatori a fronte di un totale di 1000 presenti.

Lo sport e il sano spirito di fair play, in questo e in altri casi, ha visto fiaccate le sue fragili strutture. Si è assistito alla nascita dello pseudo professionismo esasperato, del falso dilettantismo, e della rincorsa al guadagno a tutti i costi. Lo sport, specie se ci riferiamo al gioco calcio, è malato di gigantismo e tecnicismo. L’antico ideale olimpico, che racchiudeva spirito cavalleresco, lealtà e fratellanza fra i popoli, è andato a farsi benedire con i secoli, per essere sostituito da un nazionalismo sempre più esasperato.

Sperimentare il movimento significa sperimentare l’intelligenza, imparare a conoscere e a costruire la propria visione di vita. In questo senso, ad esempio, i Giochi della Gioventù tenuti annualmente dal 1969, sono un invito a considerare con maggiore attenzione un’attività che non è solo sportiva, ma anche educativa e sociale. Ogni ragazzo o ragazza che partecipa ad una competizione più o meno agonistica sogna di salire sul podio, di vincere una medaglia o di vivere momenti di gloria. Spesso la vanità personale, oltre alle manie di grandezza di genitori insistenti fanno dimenticare quello che più conta: giocare con serietà ed entusiasmo, stare insieme, impegnarsi a dare il meglio di se nel confronto con gli altri, vincendo magari arrivando ultimi, ma sempre e comunque sportivamente.

Sono sempre più ricorrenti forme di interpretazione dello sport che portano a identificarsi con le manifestazioni terminali degli atleti ad alto livello che attraverso la competitività offrono momenti spettacolari di notevole suggestione. La società pare stia progressivamente cedendo alle seduzioni di tutto quello che è spettacolo, e guarda con sempre maggiore interesse i valori da esso determinati.

Lì dove prevalgono gli orientamenti utilitaristici o commerciali va da se, che anche le attività sportive sono condizionate dalle leggi del rendimento. Al contrario vengono scarsamente prese in considerazione le caratteristiche culturali di studio e di ricerca che spesso rendono possibili grandi imprese sportive. Secondo quest’ottica se l’uomo che ha conquistato la Luna, durante la sua passeggiata sul satellite fosse incespicato e caduto, i telespettatori probabilmente avrebbero sottolineato l’incidente con un irriverente momento di ilarità, dimenticando il faraonico insieme di elementi tecnici e scientifici posti in campo. Messa così si può dare l’impressione di osservare lo sport con la stessa ottica del demolitore di auto, o dello sfasciacarrozze che dimentica che le macchine in fondo sono un mezzo piacevole e sicuro per spostarsi, riducono le distanze e contribuiscono al miglioramento della qualità della vita. Cavolate? Mica tanto!

Allo stesso modo si può credere che il maggior valore dello sport risiede in quei momenti di costruzione non condizionati da interessi né vincolati dal risultato, ma legati alla ricerca della gioia intesa come piacere del movimento e conquista progressiva di un esercizio. Si fa riferimento al momento dello sport che non esige selezioni legate all’età, alla disponibilità di tempo, ma che si rivolge a un gran numero di praticanti, fatto di tutto quel corredo di atti che offrono il piacere di operare insieme, con spirito di espansione e cooperazione.

Utopia? Idealismo? Forse!

Nei fatti pare che lo sport è lo spettacolo da vedere stando comodamente seduti sulle proprie poltrone, davanti la televisione o sugli spalti di una gradinata da stadio. Troppo pochi dimostrano di sentire invece le attività sportive come un bisogno, una pratica di vita personale, anche se fosse solo una piacevole occupazione del tempo libero. Al di là delle chiacchere quello a cui si è assistito in occasione della partita di calcio presa ad esempio è stato: tifo sfrenato, fanatismo, consumismo trasformatosi in competitività esasperata, agonismo in colossale ‘affare’ per gli organizzatori, e in passività dei tifosi manipolati e condizionati a loro insaputa.

Ci si aspetterebbe, ora una conclusione ad effetto, la frase-concetto che offre in qualche modo una soluzione, una via d’uscita. In tutta sincerità se avete avuto la pazienza di arrivare a leggere fin qui, lascio a voi i commenti finali di una ‘finalissima giocata a metà’.

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