Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Mediterranea | February 22, 2019

Scroll to top

Top

No Commenti

Povertà giovanile (seconda parte dell'intervista ad Amalia Schirru) - Mediterranea

Povertà giovanile (seconda parte dell’intervista ad Amalia Schirru)
Veronica Matta

Il dramma più terribile, nel più generale dramma della disoccupazione nazionale, è quello della disoccupazione giovanile. Togliere la possibilità di progettare il futuro per i giovani è un fatto gravissimo, è come dichiarare il fallimento dello Stato, è come dire che non ci sarà un futuro per tutti.
L’Onorevole Amalia Schirru risponde alle domande specifiche sul tema della povertà giovanile, laureata e non, del nostro Paese, potenza industriale mondiale!

“Io non ho un lavoro, ma non sono considerata povera”. C’è la crisi economica, ma è anche vero che ci sono tanti giovani che, oggi giorno, snobbano certe occasioni lavorative. Qualcosa che nel passato non poteva accadere? Siamo di fronte ad una povertà giovanile atipica?

Bisogna fare delle differenziazioni all’interno della fascia giovanile, perché dobbiamo tenere presente le condizioni di partenza di ciascun giovane. È chiaro che la condizione del figlio di chi è in cassa integrazione o di quel lavoratore che a 55 anni perde il lavoro, è diversa dalla condizione del figlio di un libero professionista o di un impiegato statale che può garantirgli, all’interno della famiglia, quella protezione che permette non solo la sopravvivenza ma anche la continuazione di usufruire di quei beni non essenziali, come la breve vacanza, l’acquisto di un libro o il cinema oppure gli studi ad oltranza fino a che il giovane non trova il lavoro aspirato oppure voluto. Le basi famigliari di partenza hanno sempre contato, prima e ora; la differenza è tra chi, partendo da queste condizioni, si pone l’idea di un progetto di vita diverso, scommettendo, assumendo quel coraggio per emigrare, oppure accontentandosi di tanti altri lavori. Conosco tanti giovani laureati anche in giurisprudenza che non trovando altro, si adattano a lavorare nei bar o nei ristoranti, anche per 1000 euro al mese, una cifra che, se pur bassa, permette loro di esercitare autonomamente delle libertà.

Il giovane trentenne, formato e colto, che non lavora continuando a vivere a casa dei genitori ormai pensionati, non è considerato povero. Quel cittadino è privato o meglio si è auto-privato non solo dall’avere un progetto di autonomia economica ma anche dalla possibilità di relazionarsi con la società; si priva della possibilità di esercitare e misurare la propria forza, la propria crescita di personalità che invece è data da chi, come quella badante, si pone un progetto di vita e parte, sacrificando e nello stesso tempo accumulando conoscenze e guadagni, per attivare e porre in essere con più forza e più libertà relazioni con gli altri. Un individuo può anche avere un reddito per la sopravvivenza, ma il fatto di non poter usare al meglio quegli strumenti per costruire una sua autonomia di vita, limita la sua capacità d’azione nei confronti del mondo esterno generando una povertà che non è materiale, non è oggettiva, ma è data dalla chiusura delle relazioni umane con gli altri, nel non farsi una famiglia per esempio, ecc. Questa è la nuova povertà ed essa può, a lungo andare, diventare anche patologia; la chiusura delle relazioni produce frustrazioni e depressioni, guarda caso, sono le nuove patologie della società complessa che ti rifiuta, se non sei all’interno di quel meccanismo di consumi e di relazioni. Se vivi l’esclusione e l’emarginazione, causate dall’incapacità di costruire sane relazioni con l’esterno, automaticamente seguirà, prima o poi, l’insorgere della patologia che darà spazio a tutti quei problemi legati alla violenza e agli squilibri anche di natura sessuale.

“NOI, NON SIAMO IL LAVORO CHE FACCIAMO!”. Penso che ci sia un’identificazione troppo forte tra la personalità di un individuo (sia esso un medico o un ingegnere, piuttosto che un insegnante, uno scrittore o un operatore ecologico) e il lavoro che fa o che dovrebbe o vorrebbe fare. Il modo di concepire il lavoro, oggi giorno, è tale da produrre la seguente equazione: “se io faccio questo lavoro, vuol dire che io sono cosi!”. Sono certa che “noi non siamo il nostro lavoro!; immaginiamo se tutti cittadini partissero da condizioni familiari agiate, molto probabilmente, avrebbero potuto anche scegliere di non lavorare e nemmeno desiderare di farlo. La maggior parte dei cittadini lavora per sopravvivere, e il lavoro rappresenta solo un mezzo, una maniera per poter avere una certa autonomia che spesso non consente una totale indipendenza dalla casa in cui si è nati e cresciuti. La domanda che le pongo è la seguente: Noi siamo il nostro lavoro? Se i giovani capissero che non sono il lavoro che fanno, e lo capissero profondamente, forse le occasioni di lavoro sarebbero maggiori?

Intanto è indubbio che l’educazione famigliare sia frutto a sua volta di un messaggio della società dei consumi che tende a misurare quello che si deve fare da quello che non si deve essere; un modello culturale che ha certamente formato una generazione e una società dove appunto quello che più conta è lo status, l’immagine piuttosto che la realizzazione di se stessi. E’ senz’altro frutto di una concezione, di una cultura che ha cercato di costruire sempre di più un’idea d’immagine della persona più che della sostanza.

Perché danno cosi fastidio i poveri? Perché vogliamo solo amici ricchi?

Amalia Schirru, deputata, italia, sardegna, mediterraneoIl povero genera solitamente paura. Vogliamo solo amici ricchi perché rappresentano un’aspirazione; oggi, anche chi non potrebbe farlo, si fa una finanziaria per acquistare quegli oggetti di consumo sociale per non essere da meno in quella società d’immagine che abbiamo costruito nel nome del denaro e dell’apparire, svuotandola dai valori dell’esistenza. E’ difficile parlare di povertà soprattutto tra i giovani. Mi piacerebbe sapere cosa i giovani e soprattutto i bambini pensano della povertà, perché sono loro i parametri. Ricordo un nipotino che mi disse: “Zia noi siamo ricchi! Voi pero siete poveri! Perché noi abbiamo due bagni, voi invece uno!”; nonostante facesse parte di una famiglia monoreddito, non ricca, la misura per indicare lo stato di povertà altrui, era rappresentato dal fatto di possedere due bagni. Aveva allora soli 5 anni, ma questa sarebbe una bella domanda da porre ai bambini, per capire come misurano la povertà.

In passato e soprattutto nel mondo tradizionale, le disparità alimentari rispecchiavano anche quelle sociali; i padroni mangiavano le carne, i servi mangiavano le melanzane “is perdingianus” dette “la carne dei poveri”. L’alimentazione era un codice fondamentale di differenziazione tra le classi, poi c’era l’allattamento che però usciva da queste disparità sociali, essendo il latte materno l’unico alimento universale adatto a tutti i neonati.

Già fino a 30 anni fa, la differenza tra ricchi e poveri era molto meno evidente. “Ricordo che da ragazzina mi consideravo povera, perché non circolavano “soldi” in casa; la misura della povertà e della ricchezza, per esempio, rispetto alla mia amica, figlia di commercianti, era data dal fatto che io mangiavo il pane duro fatto in casa per tutta la settimana e lei invece mangiava il panino. Però le relazioni c’erano, esisteva uno scambio, lei desiderava il pane fatto in casa”. In passato, la povertà si sentiva, si misurava, si confessava; magari non circolava denaro e ciò ti impediva di acquistare beni di consumo, ma non c’era una frattura forte fra le classi, non c’era esclusione!

Pochi giorni fa, a proposito di allattamento, mi ha colpito il racconto di una nipote che lavora presso un’azienda che vende prodotti biologici. Pare che nella posta elettronica del suo ufficio, arrivino e-mail in cui diverse persone richiedono dei prodotti gratuiti anche se scaduti, compreso il latte artificiale. Ora non saprei come interpretare questo fatto; da un lato c’è il segno della povertà, dall’altro non sono sicura che queste richieste siano davvero richieste d’aiuto o nascondano piuttosto il tentativo di risparmiare sull’alimentazione per poi magari farsi la vacanza alle Maldive.

L’ignoranza è dappertutto anche nelle classi formate; tutti desiderano arrivare ad una posizione privilegiata che consenta l’acquisto per esempio della casa al mare, che secondo un’indagine, sembra essere il sogno delle famiglie povere italiane. Le comodità fanno gola a tutti?

E’ un pensiero dominante! A dire il vero, in Sardegna ci sono ancora dei giovani che sanno fare sacrifici e hanno sani principi; hanno ancora quella forza che forse è stata trasmessa dall’esempio. Penso che non ci sia questa superficialità dilagante. Ci sono ancora tanti giovani, probabilmente quelli che provengono da famiglie in cui si sono fatti sacrifici e che hanno capito come raggiungere o fare un gradino in più rispetto a quelle che erano le condizioni di partenze dei loro genitori.

Le frustrazioni diffuse sono tali da spingermi a ripetere in continuazione: “Tu non sei il tuo lavoro, tu sei Marco, Gabriele, Andrea… non il tuo lavoro”. Sono talmente percettibili che ti verrebbe da dire: “Fermati per un istante e rifletti un pochino! Non sei la badante, non vai a letto da bandante, non fai sogni da badante! Sei sempre una persona, fai solo un lavoro che ti consente di portare ogni mese a casa 2000.00 euro…”. Oggi, offrire un posto di lavoro da badante ad una laureata, scatenerebbe una crisi di nervi immediata accompagnata ad una frustrazione interna terribile. Prevale un non riconoscimento della realtà, una svalorizzazione della realtà, un conflitto interiore con la realtà esterna.

Si è vero! Basta pensare alla mia generazione che si è dovuta adattare a fare altri lavori , cioè non ha mai smesso di guardare in faccia la realtà, oggi ciò si è perso. Oggi giorno, le persone che hanno avuto la fortuna di avere una formazione un po’ più solida, sono rare.

Sa qual è la prima cosa che si dicono due persone che non si conoscono, cioè due estranei? Questa: “Che lavoro fai? Di cosa ti occupi?” Una delle domande più classiste che la cultura razzista può averci lasciato. Una volta data la risposta, il quadro sembrerebbe completato ed esaurito.

Si è vero, siamo messi in queste condizioni.

La problematica del lavoro è tosta e questo modello culturale è cosi forte che spesso un giovane non valuta, a priori, le occasioni di lavoro. Non è grave questo? Il giovane parte con la chiusura e si convince di essere uno giusto: “seu tropu rogu”. “Conosco 5 lingue, ho studiato le leggi, so tutto, ma non mi si chieda di ritirare un piatto in un ristorante! Io? Ma scherziamo! Lo faranno i disgraziati, i servi…”. Il classismo è forte, ed impedisce ai giovani di vedere delle occasioni lavorative, fossero anche stagionali, o forse quelle stagionali verrebbero giustificate psicologicamente dicendo: “E’ un lavoro stagionale, provvisorio, non sono io eh! Eh ti verrebbe da tranquillizzarli dicendo: svegliati, non sei il tuo lavoro!”.

Questo mi fa riflettere. Mi viene in mente un mio caro nipote che una volta diplomato non è rimasto un giorno senza fare niente; ha sempre trovato da lavorare e senza il mio aiuto; conduce una buona vita senza “nessun accozzo”; fa il camionista.

Molti sardi emigrano, per esempio a Londra, Amsterdam, Dublino ecc, e tanti trovano occupazione svolgendo dei mestieri temporanei che qui, in terra sarda, non farebbero mai. Ah beh… allora che succede? Dicono: “ho trovato un posto in un bar e sono riuscito a prendere in affitto un appartamento con altri tre ragazzi, ho anche un giorno della settimana libero, sono felice! Incredibile eh….”. In quel luogo, lontano da casa e dagli occhi del vicinato, non si sentono giudicati; nella loro città natale, la riflessione dei conoscenti sarebbe questa: “dasa accabara beni…!” (l’hai finita bene…!) e quel giovane sta unicamente lavorando e cercando di portare avanti un progetto di vita autonomo, nella legalità. Prevale un atteggiamento di snobismo nei confronti di alcune offerte di lavoro, possibilità rifiutate che impediscono poi l’inserimento, per cui un giovane di 21 anni che non intraprende la carriera universitaria, si lancia nel mondo del lavoro, mentre il laureato pieno di ego, frustrato, davanti al computer, rischia il collasso nervoso, dovuto esclusivamente alla chiusura nei confronti del mondo e dal dominio dell’idea assurda che: “Noi siamo il nostro lavoro! Che se non fai l’ingegnere fai schifo o non ti realizzerai mai e finirai fallito offrendo cappuccini”, eliminando cosi la possibilità di iniziare una propria vita indipendente.

Questo è dovuto alla scala di valori che abbiamo dato alla tipologia di lavoro; basta pensare che oggi nessuno vuole più lavorare la terra, nessuno vuole più fare i mestieri tradizionali. “L’ignoranza”, non l’istruzione, è nelle tasche anche dei laureati; non tutti i cittadini partono da condizioni di benessere favorevoli o vantaggiose, ma ciò non deve in alcun modo togliere agli altri, che rappresentano la maggioranza, la possibilità di sviluppare una parte della propria vita anche svolgendo un tipo di lavoro necessario solo a sopravvivere. L’identificazione lavoro=personalità non corrisponde al senso reale delle cose. Una cosa è certa, oggi, parlare di povertà è complicato.

Invia un commento