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Mediterranea | November 16, 2018

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PORTA D’EUROPA, A LAMPEDUSA - Mediterranea

PORTA D’EUROPA, A LAMPEDUSA
Ivana Fasciano

“Porta di Lampedusa – Porta d’Europa” opera dell’artista Mimmo Paladino è il grande portale fortemente voluto da Amani e Arnoldo Mosca Mondadori: scultura/monumento realizzato in ceramica refrattaria e ferro zincato, che si erge per quasi cinque metri d’altezza e tre di lunghezza, inaugurato il 28 giugno 2008 e posizionato sull’ultimo promontorio dell’isola.

Grazie al rivestimento interamente realizzato in ceramica, la porta assorbe e riflette luce, la luce del sole ma anche quella della luna, divenendo una sorta di faro visto dal mare. Per chi arriva dall’Africa, si tratta della prima parte di terra visibile dopo aver visto acqua per ore ed ore, spesso a bordo di barconi o gommoni troppo stretti per starci in piedi, e troppo fatiscenti per starci vivi.
Mimmo Paladino commenta: “L’artista non dovrebbe celebrare ma raccontare. Ho provato a spiegare qualcosa che avesse a che fare con un esodo forzato, qualcosa di comprensibile a tutti i popoli. Per questo ho voluto la porta il più lontano possibile dal centro abitato e il più vicino possibile all’acqua e quindi all’Africa”.

L’opera, per chi ha la fortuna di poterla avvistare dal mare dopo un viaggio lancinante, è il simbolo della rinascita, di una vita possibile dopo quella impossibile vissuta nella terra di provenienza, una vita che non necessariamente intende svolgersi in Italia, ma per cui il nostro Paese è necessariamente punto di passaggio, per approdare spesso a zone più ricche e produttive, in cui l’inserimento, l’integrazione ed il lavoro sono possibili.

La porta di Lampedusa è stata realizzata come monumento celebrativo per tutti i migranti i cui viaggi non si sono potuti compiere, deceduti e dispersi in mare, di cui in alcuni casi abbiamo notizie, ed in altri casi neanche avvistamenti, per tutte le loro storie spezzate, per tutte le storie dei genitori rimasti senza figli e dei figli orfani, degli amori perduti, delle speranze disperse, delle promesse infrante e delle paure concretizzate.

La porta è in sé un simbolo di passaggio, divide un qui da un là, permette di varcare e di separare. Aprire una porta è nella simbologia comune l’azione che dà inizio ad un nuovo capitolo della propria vita, ad un momento di rinascita, alla possibilità di salvezza da tutto ciò che si è costretti a lasciare dietro, alla speranza di un domani migliore.
E sempre viva è la speranza di tornare nuovamente ad attraversare quella porta, per riagganciarsi alle proprie radici. La scelta fatta non è dettata dalla spavalderia, ma dal coraggio e dalla disperazione: coraggio di affrontare un nuovo Paese, una cultura sconosciuta, la totale assenza di legami rispetto al luogo; disperazione perché ci si rende conto che non si può vivere in quelle condizioni, né per se stessi, né per i figli che arriveranno o sono arrivati a rallegrare il cammino.

Il progetto per la realizzazione di un’opera che commemorasse i popoli dispersi in mare è nato dopo la scoperta del grande naufragio di Porto Palo, nel Natale del 1996. La porta è stata realizzata grazie alla donazione del suo artista Paladino, e ad una società turistica palermitana che ha fornito un contributo per le spese di circa 35mila euro; il consiglio comunale all’unanimità ha deciso di posizionare l’opera sulla punta di Cavallo Bianco. I Lampedusani hanno sempre cercato di fare la loro parte e continueranno così, per loro è impossibile vivere nell’isola e dimenticare cosa accade da una parte del mondo che è così vicina.

Il giorno in cui la porta è stata inaugurata, è stata scoperta dopo una processione, cui hanno partecipato le autorità locali e artisti di livello nazionale, è partita dalla vie del paese, per arrampicarsi sul promontorio ed avanzare mestamente in onore dei morti del mare, annegati a poche miglia da Malta o da Tripoli.
La poetessa Alda Merini, per l’occasione, ha scritto ed inviato alcuni versi, scegliendo la metafora di una tartaruga, proprio come quelle che si dirigono sull’Isola dei Conigli per depositare le uova.

Una volta sognai
Una volta sognai
di essere una tartaruga gigante
con scheletro d’avorio
che trascinava bimbi e piccini e alghe
e rifiuti e fiori
e tutti si aggrappavano a me,
sulla mia scorza dura.

Ero una tartaruga che barcollava
sotto il peso dell’amore
molto lenta a capire
e svelta a benedire.

Così, figli miei,
una volta vi hanno buttato nell’acqua
e voi vi siete aggrappati al mio guscio
e io vi ho portati in salvo
perché questa testuggine marina
è la terra
che vi salva
dalla morte dell’acqua.

L’umanità e le catene di solidarietà createsi all’istante nell’isola per aiutare i protagonisti di questi viaggi, purtroppo non sono bastate per riuscire a strappare tutti ad un crudele destino. L’Italia migliore, con i suoi valori e la sua umanità, lascia trasparire i propri ideali e la propria coscienza attraverso azioni concrete che permeano la quotidianità, lottando incessantemente per restituire un briciolo di dignità e di identità a chi ha perduto tutto, e cerca, nel viaggio, un porto sicuro – anche se questo non basta!-. Ci auguriamo che per chi è alla ricerca di un domani migliore, l’occasione da vivere sia quella che è in arrivo, e che il futuro permette di vivere.

Il più bello dei mari – Nazim Hikmet
Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.
Che salpino le navi (video Daniele Silvestri)

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