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Mediterranea | December 17, 2018

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Più simili all’acqua che al denaro - Mediterranea

Più simili all’acqua che al denaro
Matteo Tuveri

Non c’è niente di più impegnativo e faticoso, in un mondo preoccupato e preoccupante, di mantenere intatta, o quasi, la creatività dentro se stessi. Ci si sveglia la mattina, carichi di sonno e, come se questo non bastasse, di preoccupazioni: la disoccupazione, i social network e l’imperante qualunquismo, il precariato, gli sbarchi di poveri disperati e in ultimo, solo perché i telegiornali iniziano prima della ripresa della nostra coscienza, i problemi personali che, a volte, non si possono dire pochi.

Ecco perché, mantenere intatti i propri stupori e i propri meccanismi creativi in un palcoscenico così ripetitivo e castrante, è diventata una vera e propria lotta che è senza dubbio possibile inserire pienamente nei disperati tentativi di preservare la propria unicità. Siamo tutti minoranze, a ben vedere, ognuno rinchiuso negli ANGusti recinti della propria riserva (eh si, “ang” maiuscolo era voluto perché è la radice di “Angst” che in tedesco è la paura). Indiani che si tramandano storie, personali e familiari, sogni, speranze, emozioni, legami e illusioni. A tutte queste cose diamo ogni giorno forma quando cuciniamo, abbracciamo, disegniamo, scriviamo, suoniamo o semplicemente diamo vita a qualcosa che prima non c’era.

Alle 9, se ci va bene, ci immergiamo in un vortice di negazioni del nostro modo di vivere: la velocità assoluta, spersonalizzata, e il continuo obiettivo produttivo non sono certo nella natura umana più irrazionale. Poi i caffè, quei numerosi, disperati caffè ingurgitati senza sapore fra gli sguardi fissi e le risatine forzate, qualche battuta, spesso piacevole, e la consapevolezza che la pausa pranzo, con la sua masticazione veloce, ci porterà dritti verso la gastralgia.

Illustrazione di Polette© (Francesca Pola - Tutti i Diritti Riservati)

Illustrazione di Polette© (Francesca Pola – Tutti i Diritti Riservati)

La sera, se ci capita di averla libera, corriamo in uno studio medico, da un avvocato, un ingegnere o letteralmente corriamo in una palestra, su rulli neri, cercando di dimenticare con il sudore anche i problemi e le frustrazioni.

Ed ecco perché ci aggrappiamo fortemente ai momenti in cui, non si sa come, ci è concesso sederci in una panchina solitaria, circondata di aiole: cani, bambini e rumori del traffico, liberi di osservare i vestiti indossati dagli altri, le stampe su tessuto, le nuvole in un time lapse dal vivo, il calore della pelle che lentamente si abitua alla luce del sole. È tutto simile all’analisi di un testo, capire dove va la trama, come funziona l’intreccio, e tirare quei fili che sentiamo sospesi sotto i piedi.

Siamo minoranze, piccoli accrocchi che bevono lo Spritz del venerdì, che si scelgono sui social network, in gruppi, eventi o pagine sui quali mettiamo un like cercando di riconoscerci l’un l’altro grazie a un tag. Siamo in realtà poco solidi, molto più simili all’acqua che al denaro, scorriamo e arriviamo, anche se il letto del fiume ci fa paura perché elude le barriere che abbiamo creato e continuiamo a costruire.

Illustrazione di Polette© (Francesca Pola - Tutti i Diritti Riservati)

Illustrazione di Polette© (Francesca Pola – Tutti i Diritti Riservati)

Patty Pravo, nell’album Ideogrammi (1994), cantava “Esiste una storia”, in cui parlava del “dolce vizio dell’assoluto”, ed è proprio quello che ci manca: ci siamo resi minoranza e ci siamo minorati, privati di quei morsi di assoluto, spaventati dalla mela peccaminosa dell’avere la pienezza del nostro essere. Ci fa paura ciò che va oltre il recinto, l’isolamento ci ha reso zoppi di poesia, “miliardi di frammenti che provano a fare di se stessi un centro”, dicono Lipperini e Arduino (Morti di fama, Corbaccio, 2013), senza il ricordo delle corse, dei canti, dei sorrisi insensati e di quei voli di cui forse un tempo non ci rendevamo conto.

Siamo molto più simili all’acqua che al denaro, mi ripeto. Dobbiamo solo lasciarci scorrere.

Smettere di avere paura e concederci tanti piccoli, irrazionali, spontanei slanci. Da essi dovrebbe sbocciare la scintilla della creatività, la capacità rafforzata di prendere per mano la paura di esprimersi e dare vita, scansandoci, appiattendoci o facendo spalluccia, a una cosa unica: la nostra vita.


Le illustrazioni dell’articolo sono di Polette*

*Francesca Pola, in arte Polette, nata a Lanusei nel 1979, laureata in Lettere Classiche presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Cagliari nel 2005, vive e lavora a Cagliari. Attualmente frequenta il corso di fumetto presso l’Accademia Santa Caterina a Cagliari.

 

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