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Mediterranea | December 19, 2018

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Nuovi rischi, vecchie paure: percezione e comunicazione del rischio nella società contemporanea - Mediterranea

Nuovi rischi, vecchie paure: percezione e comunicazione del rischio nella società contemporanea
Carmen Bilotta

“Costruire una barca…
e navigarci allo stesso tempo”
D.L. Heymann

Nonostante il progresso tecnologico abbia migliorato le nostre condizioni di vita, di lavoro e di salute, la percezione di vivere in una “società del rischio” è aumentata in maniera esponenziale. Proprio le innovazioni tecnologiche sembrerebbero costituire una delle principali fonti delle nostre paure, e la paura per qualcosa che, statisticamente parlando, è causa di incidenti poco frequenti o miete meno vittime di altre con le quali, invece, conviviamo tranquillamente, sembrerebbe costituire il paradosso dell’età moderna.
Le società sono sempre più consapevoli di essere esposte a molti più rischi, che dipendono dagli effetti potenziali ed attuali derivanti dall’introduzione e dall’utilizzazione di vecchie e nuove tecnologie. Gli aspetti critici della tecnologia derivano da due serie di fattori: sono collegati ad errori, guasti o incidenti, che esercitano un impatto immediato e riconoscibile sul sistema e determinano reazioni immediate nella popolazione, che si attenuano quando si sono individuate le responsabilità (e solo a questo punto è possibile ripristinare la fiducia verso la tecnologia); oppure questo ordine di fattori è connesso alla routine operativa e della tecnologia stessa.
A chi asserisce che oggi si vive di più e meglio grazie al progresso e a chi ha nostalgia di un passato mitico si può rispondere che probabilmente la questione è mal posta: ogni epoca ha le sue difficoltà oggettive. In epoca pre-moderna bisognava difendersi dai pericoli insiti nell’ambiente, per loro natura poco prevedibili e lottare per la sopravvivenza contro una natura madre ma anche matrigna.

Oggi scienza e tecnica, sottomettendo la natura alle volontà umane, hanno sì permesso uno sviluppo demografico rapidissimo e senza precedenti, ma hanno generato contestualmente impensabili minacce di annientamento della vita derivante ad esempio dai rischi del nucleare bellico, vissuti concretamente durante la Guerra Fredda, e ipoteche sulla qualità della vita futura, come il riscaldamento climatico. Esprimere un giudizio sul periodo moderno e quello pre-moderno è perciò impresa ardua, e tocca convinzioni personali e personali desiderata rispetto a stili e qualità di vita attesi. Il punto fondamentale è un altro: nell’attuale nuova modernizzazione i rischi del progresso sono in buona parte conosciuti, anche se le conseguenze della sinergia delle esternalità negative della crescita economica sono ancora in gran parte incerte (si pensi nuovamente ai possibili scenari futuri del cambiamento climatico). Sempre più spesso però i decisori-tecnocrati preferiscono correre il rischio. Le ragioni consistono di solito nel fatto che i rischi tecnologici e ambientali vengono valutati in base ad un calcolo costi/benefici che sopravvaluta l’importanza del profitto economico, minimizzando la perdita di valori sociali o di ambienti naturali e le esternalità negative dei rischi tecnologici e ambientali ricadono spesso in modo sperequato sul territorio. Un problema fondamentale del calcolo costi/benefici è che i pochi decisori-tecnici che decidono lo fanno per tutti gli altri, con criteri di valutazione raramente condivisi. Spesso, infatti, ad essere imposta è la logica della valutazione monetaria di un progetto. Tutti i valori sono, dunque, ridotti ad un mero calcolo economico, riduzionismo questo che rende impossibili valutazioni altre, basate su valori altri. Se le nuove attività economiche seguono una logica economica di scambio più tecno-logica, magari si rendono sì le mucche più produttive, ma anche “pazze”, senza considerare che alcuni effetti possono essere oltreché gravi in sé perfino irreversibili, basti pensare ai disastri di Hiroshima o Chernobill, Seveso, Bhopal o più recentemente Fukushima Daiichi.La tecnocrazia diviene dunque una forma di potere in cui tecnologia e scienza scavalcano la politica nel ruolo di arena di decisioni fondamentali per le comunità sociali (locali, nazionali o globali).

Su che cosa sia effettivamente fattore di rischio per le società umane attuali, è da anni oggetto di confronto fra varie scuole di pensiero e fra studiosi di livello internazionale, nonché un problema che interroga fortemente il complesso delle agenzie e delle istituzioni sovrastatali. Il rischio, lungi dall’essere più una questione che riguarda un numero ristretto di persone, è diventato elemento centrale e caratterizzante la quotidianità di milioni di persone. Si può ipotizzare che intorno al concetto di rischio è possibile agganciare la fenomenologia riguardante una vasta gamma di azione sociali e collettive (messe in campo da una pluralità di attori e soggetti) finalizzate al controllo di fenomeni potenzialmente o effettivamente pericolosi e problematici per le comunità. Ecco allora, assumere rilevanza l’impostazione della logica deontica, quella cioè legata al sistema di regole costitutive, finali e regolatorie, che entrano in gioco in presenza di problemi di rilevanza pubblica e collettiva, dando vita ad un ordine locale basato su un insieme di rapporti di potere dall’equilibrio anche instabile.

Il rapporto tra società e ambiente è molto complesso e va sempre più articolandosi man mano che i sistemi sociali si fanno più complessi. Se la società cambia, il suo rapporto con l’ambiente risente di queste trasformazioni e i due fattori agiscono e reagiscono l’uno sull’altro in un processo di continuo adattamento reciproco. In questo processo intervengono numerosi fattori e tra questi, appunto, la tecnologia.
Lo sviluppo tecnologico va incontrando sempre più resistenze da parte dell’opinione pubblica, opposizione che nasce da una maggiore consapevolezza dei costi sociali e ambientali delle nuove tecnologie.

Nell’odierna “società dei rischi” il cambiamento che ha interessato la natura di quest’ultimi è stato inevitabile: si passa dall’incidente alla catastrofe (naturale, climatica o tecnologica) i cui danni (non sempre indennizzabili), hanno minato l’affidabilità della tecnica e del sapere esperto. Ogni giorno, infatti, siamo chiamati a confrontarci con i grandi rischi della modernità e contestualmente assistiamo ad una crescita dei “saperi” a cui si accompagna una consistente sfiducia nella loro capacità di prevedere e di spiegare gli eventi. Appare necessario, allora, un continuo monitoraggio del rischio, affinché si possa scegliere quali degli ipotetici rischi è possibile e necessario affrontare e quali costi, invece, la società non può sopportare e deve, dunque, evitare attraverso l’adozione di strumenti cautelari.

Lo sviluppo tecnologico e industriale, se per un verso ha migliorato la qualità della nostra vita, ha anche cagionato danni al pianeta generando preoccupazioni, dubbi e diffidenza per i gravi rischi alla salute e all’ambiente (basti pensare all’effetto serra, alla riduzione delle diversità biologiche, all’emissione di sostanze inquinanti, tossiche, radioattive etc…). Il problema della società attuale diventa, quindi, quello di trovare un punto di equilibrio tra sviluppo e ambiente vivibile, protetti da alterazioni. Si spiega così l’atteggiamento ispirato alle esigenze di una tutela globale che faccia da bilanciere tra la naturale e spontanea aspirazione dell’uomo al progresso e la necessità di protezione che trovi fondamento nel diritto. Da questa prospettiva nasce il “principio di precauzione” che, emerso come regola comportamentale, si è trasformato in vera e propria norma giuridica, ampliando fin da subito il campo di applicazione in molteplici settori. Espressione di un nuovo atteggiamento biopolitico e biogiuridico, si è imposto a partire dalla presa di coscienza dell’inadeguatezza degli interventi di protezione meramente sanzionatori o risarcitori del danno verificatosi e degli improbabili restauri, nonché dell’esigenza di prevenzione del danno, proprio per la sua irreparabilità.

La percezione del rischio è multidimensionale, si modifica nel tempo, cambia per i diversi soggetti e le tipologie di rischio; è, inoltre, influenzata dal contesto sociale e dai mass media. Elementi soggettivi che influenzano la percezione del rischio sono: le conoscenze, i valori, le credenze e gli atteggiamenti. Su tutti questi aspetti grava poi il fatto che i cittadini avvertono la mancanza di un opportuno controllo da parte delle istituzioni sui processi di introduzione delle nuove tecnologie nella vita ordinaria, le quali sono avvertite come rischiose ed in quanto tali ostacolate o almeno messe sotto inchiesta. I cittadini oggi pretendono di sapere che tipo di impatto può avere una tecnologia sull’ambiente in cui vivono e sulla loro salute.
Il problema è che raramente queste informazioni vengono fornite direttamente dalle istituzioni o dalle organizzazioni, per cui i cittadini si vedono costretti a far ricorso ai media per ottenere queste informazioni.

La percezione del rischio è influenzata, dunque, anche dai mass media, che giocano un ruolo attivo e partecipativo nella selezione, costruzione e definizione di una situazione del rischio. Non sono semplici messaggeri del pericolo. L’impatto di un incidente, per esempio, non produce danni solo sui diretti interessati, ma le sue conseguenze si estendono in cerchi concentrici fino ad interessate strutture e persone lontane dalla fonte originaria, determinando, dunque, una crescita della percezione del rischio generalizzato, anche per eventi non correlati.
In fatto di comunicazione ambientale i media si rivelano spesso una fonte poco attendibile. Quasi sempre offrono una comunicazione sensazionalista e allarmista il che è in parte dovuto all’esigenza di semplificare l’informazione per poterla trasmettere ad un pubblico di non esperti in materia. I media, in altre parole, si offrono come trade union tra gli esperti ed i cittadini, ma questo loro filtrare le informazioni spesso fa sì che queste arrivino distorte al pubblico. Per la maggior parte dei casi, si tratta peraltro di una comunicazione episodica legata a grandi catastrofi (la comunicazione ambientale nasce proprio in seguito al verificarsi di alcuni gravi incidenti ambientali come ad esempio l’incidente di Chernobyl nel 1986).

Nel caso del rischio ambientale la comunicazione dei media può rivelarsi perfino pericolosa perché può amplificare la percezione del rischio generando allarmismi. Per questo motivo è molto importante che le organizzazioni e le amministrazioni pubbliche investano in comunicazione ambientale dotandosi di figure professionali altamente specializzate che possano farsi veicolo di una buona comunicazione attraverso i media.

Le incomprensioni, in questo ambito, sono legate spesso allo stesso modello comunicativo. Se la comunicazione è apertura, relazione ascolto e reciprocità e implica tra gli attori coinvolti affidabilità e trasparenza, la comunicazione del rischio, nello specifico, è uno scambio di informazioni e di valutazioni sul rischio tra esperti, pubbliche amministrazioni, mass media, gruppi di interesse e cittadini, finalizzato ad aiutare a prendere decisioni circa l’accettare, ridurre od evitare il rischio; uno vero e proprio strumento di prevenzione, dunque un bisogno, un diritto democratico, un determinante di relazioni sociali, il cui obiettivo dovrebbe essere quello di aiutare il pubblico a incanalare la sua paura verso una appropriata vigilanza, un apprendimento attento e una preparazione costruttiva.

Fonti

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