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Mediterranea | December 19, 2018

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Naviganti e migranti

Naviganti e migranti
Gaetano Cataldo

Il mare. L’elemento stesso da cui la vita sul pianeta ha avuto inizio, quel mostro d’energia da cui l’umana natura si è protesa verso l’evoluzione e la civiltà e sui cui traffici tanto si basa l’attività economica dei paesi più industrializzati è tutt’oggi veicolo di inquietudine e mistero.

Eppure tutti i percorsi marini, persino quelli più reconditi e remoti sono stati ben delineati e quasi del tutto descritti dalla storia, migrazioni, insediamenti, conquiste, brogliacci scritti e orali a testimoniarlo… Nonostante le loro scie siano state ormai inghiottite dal tempo e dalle onde le rotte percorse dall’uomo nelle distese azzurrate rivivono nella memoria storica dei popoli del mare e nei libri di scuola.

Ma della natura umana le colonne d’ercole non saranno mai del tutto superate e ciò che spinge gli uomini ad andare per mare e cercare risposte nella contemplazione della natura marina e nelle stelle resta per molti oscuro, incomprensibile. 
Sulle carte nautiche moderne la parola “terrae incognitae” non esiste più e le costellazioni satellitari che disciplinano il funzionamento di apparati come il G.P.S., sostituendo la buona attitudine a traguardare oggetti costieri ed astri, pare diano risposte definitive in quanto ad orientarsi. Ma i marittimi, chi lo è nel cuore, non rifuggono dalla tradizione e da uomini del loro tempo esperiscono con tutti i mezzi e le attrezzature di cui lo “scafo” loro assegnato è stato armato. 
Nessuno di loro è stato ancora sulla luna, ma vivi o morti che siano essi sono per sempre nel ventre del mare e hanno imparato a conoscere profondità imperscrutate, profondità non misurabili in lunghezze lineari. 
“Il navigante. Un uomo. Un popolo. Noi. Sospesi e fluttuanti tra una melodia base in cui si fondono sole, venti, correnti marine e maree con variazioni inattese e difficoltà logiche senza apparenti possibilità di soluzione.”
Attraverso le sue stesse parole, o riportando una nota sentenza dei setti savi dell’antica Grecia, Platone tramanda che “ci sono tre tipi di uomini: i vivi, i morti e quelli che vanno per mare”; frase amara, condanna al disprezzo e alla disistima e per il mare, che ogni terra avviluppa, e per un’intera categoria, tra più antiche, che ha mosso guerre, civiltà e poesia.
La marineria. Fatta d’uomini che taluni chiamano rozzi ma capaci a creare arte marinaresca e scienza nautica senza che mai la polvere del tempo vi si depositasse sopra invecchiandone la pratica e gli insegnamenti, così necessari anche oggi nonostante la tecnologia. Gente con una solerzia instancabile tale da dare impulso a tutte le altre umane attività, da fomentarne lo sviluppo costante, affrontando problemi nuovi e dando soluzioni innovative per secoli ad architetti, ingegneri, matematici, astronomi, mercanti, regnanti, banchieri, geografi e saltimbanchi. Essi, portatori dissoluti di ogni corruzione?

Gente di mare. Noi si continua a rimorchiare, a forza di remi, di “oh, issa!” E giri d’elica, l’umanità intera verso il progresso e la ricerca delle risorse in tutte le epoche, anche a costo di soffiarci in quelle vele, che tanto sembrano immacolate dalla spiaggia, su quelle navi che tutti giudicano sicure e inaffondabili”.
Una umanità cosi vivida, feroce, romantica e avventuriera, quella del marinaio, da alimentare sulla terraferma, dipingendoli con pura acqua di mare, sogni, speranze, letteratura e…
“…La fottuta macchinetta dei soldi per gli armatori, i banchieri e i politici di tutte le ere, che se ne stanno da sempre all’asciutto. E magari facessero solo quello”.
“Ma Platone, suvvia! La verità non dovrebbe aver fiele in bocca e tanta ne hai avuta a giudicare il mare pericoloso per la vita e per l’integrità delle coscienze che ti furono care. E i suoi figli? Tra gli uomini più corrotti che il mondo avesse mai visto? Già a quei tempi, come oggi, non se ne vedevano a frotte di “stinchi di santo” andar per mare! Però quelli che ieri come oggi lo fanno almeno c’hanno la buona virtù di dare “pane al pane e vino al vino” affrontando i propri dubbi senza starsene indecisi a rimirare il mondo dalla riva di uno stagno! Contandogliene quattro a quel Dionisio, tiranno di Siracusa, l’avrai fatto certo incollerire un tantino!” 
Platone infatti fu imbarcato a forza su una nave spartana dal regnante contrariato con l’ordine venisse abbandonato sull’isola di Egina, al tempo in guerra con Atene, e venduto come schiavo; il grande filosofo venne salvato solo grazie all’intercessione di Archita presso Anniceride di Cirene che ne riscattò la libertà per venti mine e lo fece rimpatriare sano e salvo. 
“Forse avresti dovuto riferirti al mare più tempestoso, quello della politica, e ai balordi che ne cavalcano le onde… Platone, che bell’esemplare di illustre e dotto terrazzano…Un marittimo mancato!”

Un uomo, di mare o di terra che sia, è a suo modo e in diversa misura filosofo e intimamente, seppur timoroso, amante del mare: non è forse la filosofia una forma di navigazione interculturale necessaria nel mare del tempo e dell’umanità cui tutti noi apparteniamo? 
In fondo in fondo “del mar più che del ciel amante” è ognuno di noi e leggere per non abbrutire ci garba. ….Magari lo mettessimo a frutto!”
A volerla rigirare la frase del grande filosofo ci si accorge contiene una verità quasi altrettanto difficile da mandar giù, se non più aspra: i naviganti migrano naufragando tra terra e mare, tra esserci ed essere ciclicamente assenti, viaggiatori dalle “suole di vento” sempre alle prese con una valigia fatta col criterio di un cambio di stagione trasversale, pronta a essere svuotata chissà quando e in men che non si dica messa di già “alla via” per il prossimo imbarco, a fare bella mostra di sé dietro la porta di casa!
“Noi naviganti. Sempre alle prese, al rientro, a svuotarci di un fardello fatto di fatiche e sapida turbolenza e a riempirci di nuovo l’esistenza. A provarci almeno. Come se non bastassero tutte le volte che ci si deve abituare ad una nuova nave, una nuova ciurma e diverse condizioni di lavoro”. 

Provare a riempirsi di nuovo l’esistenza con la ricerca di abitudini dimenticate e da ritrovare: i vecchi hobbies da spolverare, le vecchie cerchie di amici da riacciuffare che solo Dio sa dove se la fanno adesso, passando da un branco, quello dell’equipaggio, ad un altro che ha continuato a vivere, intanto, nel proprio contesto sociale, parallelamente; adattarsi di nuovo ad un letto, troppo fermo e troppo comodo, in una casa senza suoni che sembra diversa ma che è sempre la stessa, da quando ci si è nati magari; uomini fieri con lo smarrimento nascosto a malapena in gola o negli occhi per la sorpresa di imbattersi in genitori troppo invecchiati ed in figli, fratelli o sorelle troppo cresciuti e senza il loro “permesso” per giunta!
Qualcuno nasce, qualcun altro si sposa, altri ancora se ne “vanno” e che si rida o si pianga quelle spalle forti irrobustite dall’andar per mare proprio a causa del mare vengono a mancare e proprio quando sono più necessarie a chi ne avrebbe bisogno, a chi ci si vorrebbe appoggiare.
“E mentre ci si danna e si urla il dolore per la perdita e per la propria assenza ai flutti o a suon di pugni nel ferro delle paratie”.
Alle volte sono le donne a cedere alla lontananza e a un rapporto difficile fatto di reciproche privazioni.

Le donne, spesso unica ancora che quando si speda ti manda alla malora quel misero brandello di vita sentimentale, eppure così intenso nonostante una distanza contata in miglia nautiche, distanza che vale il doppio!” 
“Le donne. Occhi che ingannano e braccia che incatenano peggio d’un isola buona solo a impigrire. Come farne a meno? Ma quando trovi quella giusta già lo sai…S’è presa il diritto all’attesa senza che manco glielo chiedessi e ti lascia andare senza arrugginirti troppo il cuore piangendoti addii sul petto, lo farà dopo, da sola semmai; mentre con lo zaino in spalla te ne vai meno amareggiato a lasciarla sola perché sai che tra un giorno o tra un secolo la farai felice; lei che ti cuce il suo cuore addosso solo in cambio di una promessa mentre te ne vai alla ricerca della tua cavolo di pietra filosofale, dei soldi per farla tua moglie o a combinare altri danni in giro per il mondo.”
“Lei come una donna del deserto, altro che Penelope!”

I lavoratori del mare. Col sorriso sulle labbra e l’aspredine in gola, navigano e naufragano un pò dappertutto. Persone con una gran forza d’animo, la pazienza di andare e venire in una migrazione che non ha mai fine, A/R se vi aggrada; narrando di terre lontane e che insegnano col loro esempio che anche sulla terraferma si può andare alla deriva.
Popolo imbrigliato nell’immaginario collettivo da sempre tra opinioni strambe, alle volte, e luoghi comuni con fondamenti più o meno vaghi; sospesi tra l’essere lupi di mare famelici tra centinaia di cosce di femmina in ogni porto o pesce spada monogami in attesa di quell’unico abbraccio di donna. Capitani di “lungo sorso” e bordellieri oppure poetici mozzi devoti alla metrica dell’alba e del crepuscolo, fedeli detentori di oscuri o luminosi codici interiori e perennemente alla ricerca dell’isola che non c’è, da bravi “Peter pan” mascalzoni ed innocui oppure diseredati e furfanti, capaci a vendersi la madre; inossidabili lavoratori con la faccia erosa dal vento e dal sole, le mani solcate dal cordame e dalle reti o debosciati “passeggeri a pagamento” senza vocazione né midollo.
“Insomma, onesti mercenari del mare…pressapoco”.

Si naviga attraverso diversi stati d’animo e appetiti, a seconda del soggetto o della vocazione, magari dettate dall’ispirazione del momento o da un tatuaggio che ci si porta dentro sin dalla nascita scarrocciando tra sesso tradotto in tutte le lingue dei porti ai sentimenti traditi, fino a quella neoplatonica timida delicatezza di amori in forma chiusa. 
Eterni o finché durano.
“O almeno è quel che si dice…..Certo qui faremmo notte a tentare di descrivere e snocciolare tutte le “migrazioni concettuali” con cui spesso chi resta sulla terraferma sballotta, “shakera” e si dimena tra un’idea del marittimo all’altra; meno male che abbiamo il senso dell’umorismo e stiamo al gioco anche quando il buon Dio esagita le acque facendoci credere c’abbia perduto la pazienza al fine d’insegnarci come stare al mondo”.

A volte il mare è la manifestazione liquida dell’irrequietezza umana, della serenità che tutti vorremmo, di una ricerca interiore e costante. Non ci vuole poi tanto.
“Sappiamo noialtri quanto siamo piccoli nella nostra umanità e il mare, con la sua grandezza, è indispensabile per ricordarcene…Siamo solo parte di un disegno più grande, marinai o no; il mare non offusca il cielo stellato come fanno le grandi città con la loro luce accecante e anche quando è calmo e silente ci racconta sempre qualcosa. Il mare profondo, l’introspezione, ci è necessario per tirare le somme sul nostro io, per limare i nostri caratteri talvolta spigolosi e per affinare l’arte della pazienza, che la terraferma mette a dura prova; il mare ci serve per sedare il mal di vivere in una società che nega le risorse ai più giovani, la speranza di vivere con dignità nella nostra stessa terra; il mare è quanto ci occorre per placare i nostri malumori e l’odio per questa finta democrazia in cui viviamo, per questa sentina nauseabonda che adesso chiamano politica ma è solo la sintesi delle altre facce della gerontocrazia, del clientelismo, del nepotismo e della corruzione, quella vera; abbiamo bisogno del mare per pretendere la vita come la vogliamo e senza compromessi, per alimentare i sogni nostri e le speranze, le aspettative di chi resta, donando a chi verrà le opportunità che ci negarono e ci negano tutt’ora”.

Eternauta in una pessima collana di fumetti disegnata da mani indegne…La burocrazia, la politica; mani che traghettano questi sfigati, sfrontati o contrariati “Corto maltese” su barchette di carta bollata nelle stanze “socialmente inutili”, piuttosto che godersi l’altro lato della libertà nelle loro case o in un qualsiasi altro posto ove valga la pena spendere i loro giorni di ferie! 
Sono le stanze vuote del “ministero della marina mercantile” che con la legge 157 del ’93 venne accorpato al “ministero dei trasporti” chiamandosi “ministero dei trasporti e della navigazione” durante il governo Ciampi, poi assorbito, con la riforma Bassanini del 2001, dal “Ministero delle infrastrutture e dei trasporti” e successivamente scisso dal 2° governo Prodi in “Ministero delle infrastrutture” e “Ministero dei trasporti”, ricongiunti nuovamente col 4° governo Berlusconi, mandando definitivamente a fondo il concetto di “marineria” in Italia…
Sono le stanze vuote della legalità e legittimità delle capitanerie di porto, vacanti di normative applicate, del tempo materiale di leggere, se ci sono, i contratti di arruolamento marittimo in sede di convenzione tra naviganti, armatori e l’istituzione del corpo delle capitanerie appunto, che dovrebbe fare gli interessi dei lavoratori del mare; le condizioni di impiego dovrebbero essere espresse in forma chiara secondo il codice della navigazione, il contratto collettivo nazionale di lavoro e qualsiasi altra tipologia contrattuale che ne renda conforme e d’effetto l’applicazione secondo la legislazione di stato, tutelando il navigante e concedendogli, senza forzature più o meno sottintese, il tempo necessario ad esaminare tutte le clausole e le condizioni esattamente come è stabilito dalla “Maritime labour convention” del 2006.
“…Capitanerie. Un arcipelago insensato e desolante fatto di tante “Ellis island” per migranti del mare che applicano la legge in tante maniere quante ce ne sono di sedi sparse su tutta la penisola. Dopo un viaggio lungo e faticoso è proprio il luogo ideale dove un marittimo possa sbatterci il grugno tra perdite di tempo per avviare o chiudere un imbarco a libretto, aggiornare il ruolo equipaggio o qualsiasi altra pratica. Con tutti quei galloni a sormontare spalle strette, petti da “piccione” adorni di mostrine… Vallo a pescare uno che sappia nuotare e che sappia davvero che sapore abbia l’acqua di mare…”
“… Per non parlare del ritrovo dei marpioni appena sbarbati in salsa d’Acqua Velva, ufficiali tozzi e sboccati, pseudo marinai che sembrano essere in procinto di partorire tant’è che si lamentano, terrazzani, arpie in vetrinette d’ufficio (peggio che stare ad Amburgo), marinai d’acqua dolce, infermieri che chiedono soccorso e i negati della laurea in medicina; insomma le stanze della “cassa marittima” ove a torto o a ragione il marittimo chiede il sussidio di malattia, una pratica consolidata a mo’ di ammortizzatore sociale visto che il governo avrebbe pensato che se a bordo ci spetta la panatica a terra potremmo anche stringerci la cinghia fino al prossimo contratto.”

Sono le stanze degli uffici della gente di mare il varco verso il mare aperto. Bisogna andarci per ottenere la matricola iscrivendosi a registri e categorie cui ciascun aspirante marittimo si destina preferendo di vivere il mare in un modo o nell’altro (sport e marina militare a parte, essi sono la marina mercantile, da pesca e da diporto.
“Le stanze della gente di mare…La prima volta va anche bene, poi quando il mare l’hai vissuto t’accorgi che le pareti di quegli uffici sono insipide e il personale si ripara dietro finestre che sbarrano il passo alla brezza marina e sotto un climatizzatore. Paludi in carta da bollo dove solo poca gente competente ti tira volentieri una cima per tirartene fuori con un po’ di buon senso e informazioni date a dovere”.
Sono le stanze vuote dell’Inps a Roma che lasciano il marittimo appeso al filo di un telefono muto a sarcire una rete senza fine disfatta proprio dall’assenteismo di quegli sfaccendati che dovrebbero fornire servizi, risposte e invece, in piena coerenza con la classe politica, abusano del tempo libero della gente di mare e dei soldi dei contribuenti.

Confitarma, che il diavolo se la porti via, acquista sempre più potere….Un potere derivante dalla fornicazione coi governanti affezionati alla politica energetica del carbone, la politica di tenere le loro navi a galla sui verdoni e a far colare a picco l’economia del paese; derivante dalla fornicazione con confindustria…Gli industriali diventano caratisti e i cantieri navali spalancano le porte per le commesse sulla costruzione di nuovi scafi a costi agevolati…Anche se ogni tanto qualche compagnia di “portarinfusiere” ci rimette le penne e resta fregata dalla stessa gentaglia con cui faceva merenda coi soldi pubblici e che non contenta attanaglia molte realtà dello “Shipping” nella morsa delle banche.”
“E intanto le nostre paghe, ferme a vent’anni fa, acquistano sempre meno valore.”
“…E I quattrini della manovalanza delle marinerie d’ogni dove che s’asciugano al vento dell’egoismo in cui fluttuano le “bandiere ombra”…..Noi, vittime senza voce della negazione del diritto al lavoro, quello vero”.
“In più dal 200 i corsi divenuti obbligatori non vengono più rimborsati né dall’armatore né dal governo e sia i vecchi marittimi che le nuove leve si sono dovuti adeguare sobbarcandosi l’onere del diritto all’aggiornamento sulle materie di pertinenza del lavoro, che alle altre categorie è dovuto e gratuito, giusto per rendere le cose più facili alle capitanerie di porto e far arricchire le società e alcuni preposti nei pubblici uffici con cui fanno comunella…E pensare che un tempo erano i comandanti a legittimare e qualificare l’idoneità del marittimo attraverso lo zelo e l’abilità dimostrati durante gli addestramenti che da sempre si svolgono a bordo. Anche grazie ad alcuni di loro, autoritari a bordo e poco autorevoli a terra, ci è toccato pagare il dazio a siffatte società…Grazie Venduti! Tanto al governo frega poco di come noialtri si sciupa il trattamento di fine rapporto, basilare per sopravvivere fino al prossimo imbarco, figurarsi quando ci chiameranno per un’altra “crociera”, almeno a quelli di noi che non c’hanno il turno particolare. E intanto il governo coi soldi nostri (saremmo anche noi contribuenti in verità) aiuta a costruire le navi a interessi agevolati tramite le banche dei partiti e concede altri sgravi presso i cantieri e in cambio le società di navigazione cambiano bandiera e nazionalità quando gli pare stroncando l’occupazione; intere generazioni di marittimi andate in malora, quelli di noi che hanno il turno generale, le nostre famiglie e tutti i giovani delle categorie iniziali (mozzi, giovanotti di macchina, piccoli di camera, allievi ufficiali di coperta e macchina). E poi vorrebbero che nascessimo già ufficiali, nostromi e con l’arte di impiombare gasse sui cavi d’acciaio…

…Non ci può essere tradizione marinara senza continuità”. 
Infatti per i collocamenti di mare esistono due tipologie di marittimi: quelli iscritti a turno particolare e in regime di continuità, cui viene applicato l’articolo 18 in tema di licenziamento (per quanto lo Stato faccia sì che la giusta causa al licenziamento sia un “optional”), e quelli iscritti a turno generale in regime di non continuità, la quale sarebbe subordinata ad un’anzianità di navigazione che potrebbe non aver mai luogo nell’arco di una sola vita; infatti l’annosa vicenda dei licenziamenti degli equipaggi italiani ha avuto inizio a partire dagli anni ’80, nonostante una carenza di equipaggi marittimi addestrati lamentata dagli armatori che in realtà fomentano da sempre i sindacati ad autorizzare le assunzione dei “non comunitari”.
Bisognerà certo ammettere che questa è opera nella quale i sindacati si sono cimentati con un certo zelo, giocando da sempre in squadra col governo e quasi tutte le società di navigazione, inventandosi il doppio registro e consentendo all’armatore di imbarcare marittimi provenienti da altri paesi a bassissimo costo a scapito dell’occupazione dei marinai italiani, colonna portante dell’industria del terzario e conseguentemente dell’industria di trasformazione con cui il “made in italy” rivalorizza la materia prima di cui la nazione è povera rivendendo un prodotto raffinato e maggiorato dei costi del “know-how” e del trasporto via mare ovviamente. 
“Ma l’avete mai vista una nave battente il tricolore con un equipaggio formato da 22 uomini di cui solo due italiani? Vi hanno mai detto che da migranti nella professione ci si costringe alla ricerca di imbarco presso società straniere ove, anche lì, con la trovata della “paga conglobata” non ti danno lo straordinario se non si superano 13 ore di lavoro, questo perché  democraticamente i sindacati fanno le fidanzatine sia per le società nazionali che all’estero….Ammesso che i capi servizio a bordo non tarocchino pure il foglio di lavoro” I.L.O.” Ritoccando le ore di riposo e di lavoro effettivamente svolto, per far quadrare i conti alle società. Chiedetelo ai sindacati dunque, chiedetelo a loro e ai nostri governanti dove è finita la sovrana “marittimità ” della nostra amata Italia o la tutela dei naviganti italiani all’estero. Se la sono giocata bene anche privandoci del diritto allo sciopero quando sulle navi della repubblica siamo ormeggiati all’estero e, poi, vivendo da migranti non si può contare certo sul nostro voto ed ecco spiegato quanto varremmo durante le elezioni per “loro”.

Ma se i nostri cuori sanno essere placidi ed immoti dinanzi agli incendi a bordo, alle perdite di carburante in sala macchine e pure alle chiglie che si spaccano, oggi come ieri, sugli scogli sapremmo certo far fronte, se ci unissimo, a questa masnada infame di porci e sensali!”
“Che facessero almeno come hanno fatto gli armatori greci negli ultimi giorni aderendo al raddoppio delle tasse da restituire al governo per il risanamento della crisi e restituiscano dignità alla nostra categoria una buona volta!! ‘”

“Dovrà pur cambiare il vento!”
I marittimi italiani sono circa 40.000 senza contare chi nell’indotto, tra pesca e diporto, è costretto a lavorare in nero o con contratti di comodo senza regolamentare l’imbarco “a libretto” o peggio, restando arenato e disoccupato sulla terraferma, come per tanti già è accaduto.
Dalla terra natia lontano non distante, entità in perenne transito, specchio di tutte le forme di umanità più o meno codificata, il marittimo, migrante nelle sua stessa terra e nei suoi affetti, migrante per mare e verso altre terre, confrontandosi nei porti con le altre genti e con i suoi fratelli provenienti da altre marinerie vive sapendo che il suo viaggio e’ senza limiti e che i confini appartengono solo a chi teme.
Navigare alle volte significa pagarsi un viaggio che dura un’intera vita anche solo coi colori di quel mare e di quel cielo di quei luoghi geografici senza nome, definiti solo dai numeri delle coordinate e con quelle sfumature, quelle sensazioni e quei silenzi che non si incontreranno mai più, neanche a passarci per altri mille anni. Eppure sono sempre gli stessi luoghi eppure cosi’ diversi.

Navigare vuol dire arrivare coi crampi allo stomaco, vuoto di pane e di giustizia, ad ammirare luoghi fuori dal tempo, bellezza eterna con uno stato di calma solida o di gioia vera finalmente.
“ci vuole la rabbia del mare per restituirci la calma e per ogni scorcio di paradiso occorre passare per un concerto d’inferni”.
Ma com’è bello abbandonare i vestiti comodi delle convenzioni sociali e della routine, quegli impermeabili che non trasudano emozione, consunti dalla pochezza dell’essere mediocri e meschini.
Com’è emozionante lasciarsi alle spalle quei sentieri calcati dal gregge e rompere i vetri delle finestre attraverso cui viviamo guardando come dei portinai le esistenze altrui piuttosto che le nostre.
“Navighiamo per concederci di aprire un nuovo passaggio, attraverso frontiere materiali e immateriali, pretendiamo migrare col corpo e con la mente verso una visione nuova, un cammino che ci riconduca a noi stessi!”
Solo chi ama il mare e sa dove andare per quanto il vento sia a sfavore, senza accecarsi nella tempesta e senza dimenticare le proprie radici è degno di navigare!

Link utili: 
Http://www.guardiacostiera.it/organizzazione/personalemarittimo.cfm
Http://www.patente.it/normativa/decreto-legislativo-14-12-1933-n-1773-idoneita-fisica-gente-di-mare?idc=1133
Https://www.mlc-2006.eu/pagina/19/mlc-2006-downloads.html

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