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Mediterranea | December 18, 2018

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Migrazione: lavoro di cura, genere ed etnicità - Mediterranea

Migrazione: lavoro di cura, genere ed etnicità
Redazione

Articolo di Francesca Utzeri

La storia dei movimenti migratori è vecchia quanto la storia dell’umanità. Il poeta tedesco Hans Magnus Enzensberger sostiene che “la sedentarietà non fa parte delle caratteristiche della nostra specie fissate per via genetica”.

Se si guarda alla situazione attuale dei movimenti migratori si può notare che circa 191 milioni di persone vivono al di fuori del proprio paese d’origine, ovvero il 3% della popolazione mondiale. La maggior parte dei migranti vive in Europa e la metà di essi sono donne; percentuale che secondo gli esperti è destinata a salire.

I motivi che spingono le persone a migrare sono numerosi, dalle disuguaglianze economiche, alla violazione dei diritti umani, dalle catastrofi naturali ai diversi livelli di sviluppo delle istituzioni giuridiche e democratici dei paesi di appartenenza. In relazione ai dislivelli economici si può notare che negli ultimi 30 anni i paesi ricchi sono diventati ancora più ricchi e quelli poveri ancora più poveri; una donna delle pulizie ad Hong Kong ha uno stipendio 15 volte superiore rispetto a quello di un’insegnante nelle Filippine, il che significa che la classe media dei paesi considerati del terzo mondo guadagna meno del ceto inferiore del primo mondo.

Indubbiamente il discorso sui movimenti migratori è molto complesso, sul suo significato si possono dare tante letture, come ho affermato precedentemente, vi si può dare una lettura tecnico-economica che vede il fenomeno legato ai flussi continui di poveri verso paesi più ricchi alla ricerca di una vita migliore. C’è poi una lettura sociologica di una emigrazione forzata da ragioni geo-politiche, religiose oppure storiche.

Tuttavia, si può facilmente riconoscere che, a prescindere dall’etichetta o dai motivi alla base di tale scelta, si tratta di un passo complesso nell’arco della vita di una persona. E’ un momento di passaggio, non sempre facile, che implica da un lato l’abbandono delle proprio certezze, delle proprie abitudini e quotidianità, della propria casa e soprattutto dei propri affetti. Dall’altro implica un confronto con una nuova cultura, con un’altra lingua, con nuove tradizioni e stili di vita, nonché, spesso, la perdita del proprio status.

All’interno di tale processo, le donne, storicamente, hanno ricoperto il ruolo di accompagnatrici, sono state per lo più figlie, mogli, sorelle, madri che lasciavano la propria casa per ricongiungersi ai propri familiari, ma a partire dagli anni sessanta, esse assumono un ruolo primario nell’emigrazione per lavoro. Oggi, nei flussi migratori da un capo all’altro del mondo, da Capo Verde verso l’Italia, dalle Filippine verso il Medio Oriente e dalla Thailandia verso il Giappone, le donne costituiscono la maggioranza.

La portata e l’importanza che tale fenomeno ha assunto, ha indotto gli studiosi del campo ad esprimersi in termini di femminilizzazione della migrazione, fenomeno che dunque viene riconosciuto all’interno di un complesso contesto internazionale e interpretato come risultato di fattori non solo economici e politici, ma anche socio-culturali. Secondo la sociologa tedesca Helma Lutz la quota delle donne migranti è aumentata soprattutto perché i figli e gli altri familiari non sono richiesti né ben accetti. Sono soprattutto le donne, e non più gli uomini, che rispondono a determinati bisogni nei paesi occidentali. Tali bisogni riguardano prevalentemente il settore della cura e del lavoro domestico.

Pertanto, se da un lato queste donne migrano per ottenere migliori condizioni di vita per sé e per i propri familiari, dall’altro colmano un gap dei paesi occidentali.

In particolare nei paesi dell’Europa del Sud, come l’Italia, c’è stata negli ultimi decenni una forte richiesta di assistenti familiari a cui hanno risposto soprattutto donne dell’Europa dell’Est e delle Filippine. Queste donne, indipendentemente dal loro titolo di studio o qualifica, dalla loro situazione familiare hanno lasciato le loro case, il loro paese, per occuparsi di altre famiglie.

Diversi studiosi vedono una corrispondenza tra tale richiesta e l’ingresso delle donne occidentali nel mondo del lavoro e, più in generale, una più forte e cosciente partecipazione alla vita pubblica.

Le donne occidentali non sono più disposte a rimanere a casa come le loro madri o le loro nonne, tantomeno si sentono realizzate nel solo lavoro domestico. Lavorano di più, in più settori e si assumono maggiori responsabilità sociali e politiche. In altri termini pretendono più visibilità e spazio nella sfera pubblica.

L’emancipazione dal ruolo di madri, mogli e figlie ha però lasciato un vuoto; perché a tale interesse per la sfera pubblica non ha corrisposto un eguale interesse da parte degli uomini per la sfera privata. A ciò si aggiunge il fatto che gli Stati dell’Europa del Sud, come l’Italia, non offrono un sistema assistenziale adeguato, che alleggerisca le famiglie dalla responsabilità di tutti i lavori di cura e assistenza ai bambini e alle persone anziane. Per poter partecipare alla vita pubblica, molte donne hanno dovuto (ma anche potuto), fare ricorso ad altre donne, donne migranti, o donne globali, come le definiscono le sociologhe americane Ehrenreich e Hochschild, che si occupano di quei lavori che noi donne occidentali non vogliono o non possono più fare, permettendo loro di conciliare famiglia e realizzazione pubblica.

Il passaggio di consegne tra donne occidentali e donne migranti, suggerisce che non solo la struttura della famiglia – in termini di ruoli ed aspettative – non ha subito grandi mutamenti, esattamente come la società e le istituzioni. La mancanza di uno stato sociale forte è, infatti, sintomatico del fatto che anche le istituzioni delighino alle donne la responsabilità del lavoro di cura.

Nonostante gli innegabili cambiamenti per le donne occidentali, i lavori di cura rimangono legati al genere femminile, ma si sono arricchiti di un’altra categoria, l’etnicità.

Se, prima si diceva che dietro un grande uomo, un uomo in carriera ci fosse una grande donna, oggi dietro una donna in carriera continua ad esserci una donna, ma una donna migrante.

Bibliografia

Ehrenreich B, Hochschild R. A. (Hrsg.), Donne Globali Tate, colf e badanti, Feltrinelli, Milano, 2004

Hans Magnus Enzensberger Die Große Wanderung, Suhrkamp Verlag, Frankfurt/M. 1992, zit. in www.unimondo.org/content/download/1967/…/file/Migrationen.pdf

Han Petrus, Frauen und Migration, Lucius & Lucius Verlagsgesellschaft mbH, Stuttgart, 2003

Lutz H., Vom Weltmarkt in den Privathaushalt. Die neuen Dienstmädchen im Zeitalter der Globalisierung, Verlag Barbara Budrich, Opladen, 2007

Zurru M. (Hrsg.) (2007), Etnie in transito. Vecchie e nuove migrazioni in Sardegna, Franco Angeli, Milano.

http://www.migration-info.de/migration_und_bevoelkerung/archiv/ausgaben/ausgabe0209.htm

http://www.stranieriinitalia.it/news/onu8giu2006.htm

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