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Mediterranea | December 19, 2018

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Lutto, perdita, elaborazione: morte (del) reale, morte simbolica - Mediterranea

Lutto, perdita, elaborazione: morte (del) reale, morte simbolica
Claudio Basile

La morte: un punto o una virgola?
Valeria Butulescu, “Aforismi”

Quando lei se ne andò per esempio
trasformai la mia casa in un tempio
Lucio Battisti, “Io vorrei…non vorrei..ma se vuoi…”

Lutto. Un vuoto improvviso, un abisso che si scava interiormente, un ‘luogo’ che si fa grigio e mancante, un sentimento che non può più essere condiviso, la certezza che una foto d’insieme non potrà più essere scattata. Perdita. Un ‘taglio’, un ‘graffio’, una sensazione di non più appartenenza ad una persona, una distanza che si fa latrice di un’impossibilità a stare più insieme nel quotidiano, che si palesa come una camera di hotel che da doppia torna ad essere singola. Non più vicini, non più nemmeno lontani, semplicemente, non più.
Un soggetto muore, lasciando, probabilmente, altri soggetti a soffrire per la sua dipartita, a chiedersi il perché e a macerarsi, in tale domanda senza possibile risposta, dal dolore.

Un soggetto abbandona un altro, in una relazione affettiva (o anche amicale, familiare), lasciando questi a chiedersi perché (pur spesso già sapendolo, seppur talvolta inconsciamente), in quanto non si sente meritevole di tale ‘ferita’ infertagli da qualcuno che diceva di amarlo, fino ad un attimo prima. Quindi, lutto reale e perdita di un affetto, si trovano ad essere ‘incrociati’ nell’intero arco di un’esistenza, con esisti talvolta simili, talvolta differenti, ma aventi sempre una base comune, nel quale poter rinvenire dolore, sofferenza, sgomento, abbandono, sorpresa, ed altre sensazioni ‘limitrofe’. In effetti, le varie componenti di un lutto (ed, eventualmente, di una perdita) sono varie: incredulità, dolore, ira, senso di colpa, abbandono, accettazione, serenità ritrovata, quasi in una sorta di ‘lessico’ da sperimentare ed apprendere rapportato ad un episodio luttuoso che colpisce una persona. Ma, prima di affrontare il ‘passaggio’ dell’elaborazione di tale evento, potremmo cominciare a comprendere cosa realmente accade nel soggetto che si trova all’improvviso (nel senso che anche una morte ‘annunciata’ lascia sorpresi) a fronteggiare tale perdita reale, che lo dovrà portare, possibilmente, a fare ‘coping’ (termine coniato dallo psicologo statunitense Richard Lazarus nel 1966, inerente alla possibilità di ‘fronteggiare’ una situazione forte di stress che si potrebbe presentare dinanzi ad un soggetto).

Nel lutto, secondo Sigmund Freud che ne ha scritto, dettagliatamente, in un suo lavoro del 1915, “Lutto e melanconia”, avviene una perdita d’interesse per il mondo esterno, con conseguenti difficoltà a scegliere un nuovo soggetto d’amore (sia in famiglia, che in una relazione di coppia, cosa questa che è simile alla fine di una relazione affettiva), ed un’avversione conclamata per tutte quelle ‘attività’ che andrebbero in contrasto con la memoria del defunto (per esempio, immaginare di comprare una nuova casa, vendendo quella dove si viveva insieme, ‘colma’ dell’affettività che c’era prima, o effettuare un viaggio in una località che non era di gradimento a colui/colei che non c’è più), restando così in una specie di ‘limbo’, dove nessuna decisione, al momento, riesce a potersi concretizzare, neanche a livello del pensiero. Accade così che anche la ‘libido’ (ossia, quella ‘forza’ propulsiva, postulata da Freud nella sua intera opera, legata al desiderio sessuale nei confronti di un soggetto che si sarebbe scelto come ‘terminale’ del proprio affetto), verrebbe ‘ritirata’ dalla persona che si amava così come da altri possibili ‘investimenti’ (ossia, altri soggetti passibili di interesse amoroso), fino a quando, nel successivo processo di elaborazione della morte altrui, il principio di realtà torni ad avere il sopravvento, a restituire quelle ‘coordinate’ che prima erano presenti nella quotidianità del/i soggetto/i che era/no legato/i alla persona cara che è scomparsa. Nel momento in cui si perde, per entrambe le situazioni, l’oggetto d’amore, tende a mettersi in moto un meccanismo dinamico di dimostrazione, da parte di chi resta, della naturale ambivalenza delle relazioni d’affetto, nel senso che non si è certi di cosa possa essere attribuibile allo ‘scomparso’ e cosa possa essere assunto come ‘debito simbolico’ al soggetto che è stato ‘lasciato’. Il considerare la morte come la naturale fine di un ciclo di vita, non pone al riparo da alcune dinamiche insite nelle relazioni umane, ma lascia intatte le domande relative al distacco dalla vita terrena, o anche, a ciò che sembra essere altrettanto riscontrabile in un rapporto affettivo, ossia che questo possa terminare anche all’improvviso, senza apparente spiegazione.

La tendenza immediata è quella di ‘razionalizzare’ la morte altrui, mediante la subitaneità di talune situazioni circostanziali (una malattia grave, un incidente improvviso, l’età avanzata, una professione molto rischiosa), che, in linea di massima, dovrebbero portare chi è colpito dal lutto, a meglio affrontare le vicissitudini dell’elaborazione successiva. Spesso, succede anche una data ‘identificazione narcisistica’ con l’oggetto amato, pur se scomparso, che comporta una forma simile all’odio, al rancore, verso se stessi, in quanto sopravvissuti a colui che è morto, tanto da far scaturire forti sensi di colpa, del tutto inopportuni. Si sviluppa, quindi, una rabbia, relativa al fatto che quella data persona se ne è ‘andata’ lasciando solo il soggetto amato di fronte alle responsabilità di vita che prima si affrontavano insieme (nel caso, principalmente, di una coppia, fidanzata o sposata), o anche moti d’ira verso coloro che sembrerebbero non patire la sofferenza come il partner restato solo (con una sorta di ‘gelosia’ nascente, nel caso si incontrino altre coppie o situazioni familiari che possano scatenare il ricordo di precedenti felici, e non più possibili). Poi, esiste, come si diceva prima, che alcuni sensi di colpa potrebbero impossessarsi di chi resta (nel caso di lutto, soprattutto), che si originerebbero pensando a qualche dialogo spiacevole avuto con il soggetto defunto, che avrebbe potuto essere condotto in maniera differente, ed al quale non si può più porre rimedio, in quanto quella persona non c’è più. Ma un senso di colpa, potrebbe avere delle radici più profonde, specie quando ci si può sentire responsabili della morte occorsa (come capita, ad esempio, in un incidente automobilistico, dove sopravvive colui che era alla guida, mentre il passeggero muore), e si pensa, ossessivamente, a tutto quello che, immaginariamente, si sarebbe potuto fare per evitare quel lutto (cosa che, realisticamente, tende ad essere non plausibile, in quanto, magari, altre circostanze hanno concorso in quella morte, non attribuibili al soggetto che si sente in pena). Quindi, tale senso di colpa, semplicemente, è fuori dai canoni della logica, ed inoltre non sarebbe di nessun aiuto sia per l’elaborazione del lutto, che per la memoria del soggetto defunto.

Ma la morte di qualcuno, mette chiunque di fronte alla propria finibilità che non si pone come rappresentabile per se stessi; infatti, mentre si può pensare, a livello conscio, che è una circostanza che potrebbe capitare anche a se stessi, a livello inconscio, ciò non sembrerebbe apparire come possibile, in quanto esiste la ‘negazione’ della propria morte, e ci si sente, profondamente, quasi immortali, non destinati a soccombere, neanche al naturale evolversi del ciclo di vita. Sicuramente, la morte di una persona cara è un banco di prova per ‘sperimentare’ cosa in effetti possa rappresentare tale evenienza anche per se stessi, in quanto, oltre al dolore, alla sofferenza, costringe a riflettere, ad interrogarsi su tutto ciò che, prima, si era dato abbastanza per scontato, per naturale, e che da quel momento, invece, non può apparire che diverso, quasi una nuova ‘origine’ del proprio mondo soggettivo. Non muore solo quella persona, ma, in un certo senso, si tende ad ‘accompagnarla’ nel suo decorso non terreno, rivedendo la propria vita nelle relazioni fino ad allora vissute, a tendere a ripristinare i rapporti con gli altri, ri-orientando le personali coordinate di vita, affettive, relazionali.

Questo perché una relazione tra due persone porta alla creazione di un mondo comune, personale, che l’arrivo della morte distrugge, così come tutta la precedente ‘Weltaanschaung’, la comune ‘visione del mondo’. Qui, ciò che si andrà ad elaborare, oltre alla non più presenza reale della persona defunta, sarà anche un nuovo rapporto con il mondo della quotidianità, completamente destrutturato e, quindi, da ri-costruire, con altre ‘coordinate’. Tale possibilità, ossia quella di poter ritornare ad osservare se stessi e il proprio ‘intorno’ mediante un’altra ‘visuale’, di ‘connettersi’ all’idea della morte come un elemento non più distante da se stessi in luogo del ‘frantumarsi’, sarà susseguente a come si riuscirà ad elaborare il lutto occorso, in quanto tale processo vitale, lungi dal poter essere considerato come qualcosa di relativamente poco importante, si presta ad essere un momento, temporalmente anche non breve, di grande importanza per la capacità di un soggetto di ripristinare il proprio ‘mondo’ interno. In effetti, la parte esterna del mondo intorno, si muove in maniera diversa rispetto a colui che è stato colpito da un lutto, in quanto la società, specialmente quella occidentale, tende a rimuovere la morte dal proprio ‘discorso’, e si rapporta a chi lo ha subito quasi esigendo di sorpassare tale ‘sorpresa’, così da poter rientrare quanto prima nel circuito di ‘produzione’ nel quale il soggetto è inserito.

Non si accetta così, facilmente, una persona che si ‘ferma’, dopo un lutto, a pensare alla persona cara, a rinnovarne il ricordo, a piangerne l’assenza, e, soprattutto, ad essere così concentrata su tale evento, lasciando che tutto il resto continui a camminare in parallelo, senza, per adesso, incrociarsi. Diventa un momento di ‘distanza’, nel quale gli altri non si avvicinano (se non immediatamente ai momenti successivi la dipartita di un soggetto), e colui che è in elaborazione, non si appresta ad avvicinare gli stessi, poiché rappreso nel suo dolore, nella sua sofferenza. Ma, se ci si rende conto bene, questo accade anche nella fine di una relazione amorosa, dove colui/colei che si è allontanato dalla coppia scomparendo all’orizzonte di un mondo comune, lascia il partner in preda a tanti ‘perché’ di non subitanea risposta, addensati in una sensazione di morsa dolorosa, che il soggetto che è stato lasciato in tutto lo svolgersi del quotidiano, in quanto simile ad una ‘morte’, ma non reale, bensì, simbolica, quasi ad uscire fuori dal ‘registro’ di appartenenza al mondo nel quale prima era inserito mediante la coppia. E’ un (continuo) ripristinarsi di quella ‘perdita’ che si subisce quando si è svezzati dal seno materno (e, probabilmente, ancora nella reminescenza del ‘prima’, quando si abitava l’utero materno, in quello stato di unione fusionale con un altro corpo accogliente, una sorta di ‘paradiso’ biologico/emotivo, al quale, pur non avendo diretto accesso al ricordo di quel tempo, ci si sente estremamente legati), quando quello che sembrava essere l’unico mondo possibile, con tutta la sua beatitudine, la sua calma, la sua temporalità quotidiana, la sua certezza del ciclo di vita, all’improvviso, non esiste più, e ci costringe a divenire un individuo a sé stante, ad una separazione sia fisica che emotiva da un ‘campo’ di naturale tranquillità, costringendoci a fare i conti con l’altro da sé, a considerare quell’essere lasciati come una ‘ingiustizia’, come un qualcosa che non si meritava, e che, in seguito, si potrà, forse, comprendere che non era possibile palesarsi diversamente. Quindi, si scopre che si può sopravvivere, comunque, ad una ‘assenza’, ad una momentanea ‘interruzione’, ma sempre nel segno di un ‘ritorno’, temporalmente diverso, verso il quale si ripone una data fiducia (è il caso del famoso ‘gioco del rocchetto’ osservato da S. Freud nel nipotino Ernst, che grazie a questo ‘rituale’, tendeva ad elaborare l’assenza della madre, tirando questo oggetto verso l’esterno della culla, e riportandolo verso di sé, emettendo una vocalizzazione ‘Fort! Da!’ che sanciva l’inizio e la fine dell’evento ‘sostitutivo). E’ vero anche che, in molte esperienze soggettive, la separazione infantile/adolescenziale definitiva dalla madre e dal padre (per un lutto, per una separazione, per un divorzio) lascia un segno, difficilmente cancellabile, che rischia di essere il prototipo di tutte le future relazioni, con tutto il portato di rabbia, frustrazione, di ‘rivendicazioni’ che quella persona porterà in ‘dote’ a tutte le situazioni affettive che andrà a creare con un altro soggetto, sul quale, immancabilmente, verranno ‘proiettati’ tutti quegli stati emotivi restati ‘interrotti’, inelaborati, rispondendo ad un proprio sentimento di ‘scarsità affettiva’ con richieste eccessive al proprio partner, gelosia, tendenza alla paranoicità, accuse di scarso interesse, che, probabilmente, sono frutto di un proprio immaginario relazionale.

Tale perdita è altrettanto di difficile ‘soluzione’, in quanto sicuramente paragonabile ad un lutto, seppur simbolico, in quanto si deve far fronte all’idea di non essere più importanti per quella persona, di non far parte più della sua quotidianità, e di ricominciare ad immaginare nuove possibilità di legami affettivi, che, fino a qualche giorno prima, non erano nemmeno lontanamente prefigurati. Molte persone che subiscono l’interruzione di un legame affettivo, così come accade nel processo del lutto, trovano quasi impossibile dimenticare ciò che era lo propria storia precedente, in quanto fermamente ancorate ad un passato che ha ancora il ‘sapore’ riconoscibile del presente, che attiva, in una sorta di ripetizione perenne della esperienza proustiana di memoria, una languida melanconia, una vivace nostalgia del tempo che è stato, lasciandosi così ‘cullare’ dalle onde di tali ricordi, che non permettono a tali soggetti di poter ripristinare un sereno contatto con gli altri, anche in vista di nuovi e possibili legami amorosi. Taluni, quindi, come nell’esperienza luttuosa, tendono, con fatica ma inesorabilmente, a lasciarsi dietro l’evento funesto, e a ricominciare a vivere, pur serbando il ricordo della persona defunta, talaltri, invece, in entrambi i casi, erigono (anche materialmente), dei ‘templi’ in onore del soggetto ‘assente’ (si pensi a quelle dimore dove esistono delle stanze quasi interamente consacrate al culto dei morti, con fotografie dei defunti, con varie reliquie poggiate su angoliere, su comodini, su trumeau, con accanto iconografie di santi, con candele sempre accese, e con l’intero mobilio lasciato così com’era alla morte di una tale persona, quasi a voler far restare una ‘fotografia’ di quando egli era ancora in vita), verso i quali restano in uno stato simile ad una ‘adorazione’, non riuscendo minimamente a considerare nuove opportunità relazionali, di svago, di viaggi, in quanto considerati quasi un ‘tradimento’ verso la memoria del soggetto scomparso (e ciò accade, in forma diversa, anche relativamente al partner ‘abbandonante’, mantenendo viva, per un tempo indeterminato, la sua ‘presenza’ mediante album di foto, oggetti regalati messi in bella evidenza, o come accade nella Contemporaneità, restando ‘collegati’ ad un suo profilo su qualche Social network, che diviene l’ultima ‘frontiera’ da poter violare, per sancire il distacco, cosa che, quando accade, crea scompiglio e sconforto nel soggetto che si è sentito abbandonato, quasi in maniera peggiore di quanto sia accaduto nella realtà, mostrando, nel Reale del soggetto, seppur in maniera del tutto inconsapevole, quanto ancora ci sia una ‘rivendicazione’ di marca isterica nel suo rapporto con il recente, o neanche tanto, passato, e quanto si continui a pensare, indipendentemente dalle reali motivazioni, che l’ex partner, andandosene via, si sia ‘macchiato’ di un’onta che non può essere cancellata così facilmente, di un ‘assassinio’ della coppia che neanche una motivazione apparentemente adeguata, può mitigare nel dolore provato). Molta della possibile elaborazione di una perdita affettiva (non luttuosa) proviene anche dal tipo di relazione instaurata precedentemente, ossia se era basata su un costante ‘appoggio’ di un partner verso l’altro (vedere l’altro solo ed esclusivamente come un possibile genitore), se tra i due corresse una ‘identificazione’ di tipo narcisistico (ossia, uno o entrambi ‘leggevano’ l’altro come una diretta emanazione dei loro rapporti infantili, dei loro bisogni non corrisposti da una o da entrambe le figure genitoriali), o se invece sono riusciti ad esprimersi coerentemente con il loro desiderio di stare insieme, simmetrico, che lascia uguali spazi ad entrambi per poter condividere cose che nascono nella coppia, e che costituiscono un ‘humus’ alimentabile per la durata della relazione affettiva.

Esistono, ad un certo punto, varie possibilità di ‘crisi’ all’interna di una coppia affettivamente legata, che, se non elaborate in ‘presenza’ (ossia, mentre le si vive, magari anche, se desiderato da entrambi, con l’intervento di uno specialista), rischiano di divenire motivo di insoddisfazione forte e quindi un ‘principio’ di possibile separazione (si pensi alle crisi c.d. di maturità, o legata al trasferimento della sede di lavoro di uno dei due, o all’improvvisa eredità di uno dei partners, che costringe l’altro a confrontarsi con un livello economico maggiore, e più ‘ a gettito’ continuo e spensierato, non sempre con-divisibile). Sia per la morte che per una perdita relazionale, trattandosi di qualcuno che ‘scompare’, (apparentemente), del tutto, rimane, comunque, un ‘circolo’ che porta a dover affrontare sia una morte in vita che una vita in morte, in quanto è vero che si è tutti soggetti ad una morte reale, biologica, nel quale il corpo cesserà di vivere, ed avrà la sua naturale decomposizione, ed è la morte nel Reale (quel ‘reale’ che, come asseriva J. Lacan, ‘non cessa mai di non scriversi’), che ci fa rapportare alla dissoluzione del proprio io materiale, ma si origina anche una morte ‘simbolica’, in quanto non sovviene una morte corporea, ma una ‘dissoluzione’ di tutto l’universo simbolico che si era creato in una relazione d’amore, e che si pone a detrimento della propria posizione soggettiva, fino ad allora ‘conquistata’. Così accade anche che, rispetto al ricordo che coloro che restano in vita avranno della persona defunta, quest’ultima potrà continuare a ‘vivere’ nel nome, nelle azioni che essa aveva compiuto durante la propria vita, e questo fa sì che si possa ancora esistere nel Simbolico, pur nella morte reale.

Persisteranno, comunque, durante la fase iniziale elaborativa di un lutto, dei conflitti interni di natura inconscia, relativi sia ad una morte vera che ad una perdita affettiva, di non semplice soluzione, tanto che, nell’odierna psichiatria si tende a parlare anche di ‘lutto complicato o patologico’ (ossia, tale definizione viene riferita a quella tipologia di lutto nella quale una data elaborazione si interrompe o si rallenta profondamente, per la difficoltà ad accettare ciò che di emozionale si situa nella perdita affettiva; cosicché, ciò che si ravvisa come disagio o sofferenza emotiva nelle sue varie declinazioni accanto ad ogni situazione luttuosa, può espandersi, andando ad assumere forme rinvenibili nei campi della psicopatologia; non si tratterebbe che di evento molto raro, in quanto non ci si dovrebbe affrettare a diagnosticare un momento di intensa sofferenza emotiva, che potrebbe durare anche diverse settimane o mesi, con un lutto complicato avente una valenza senz’altro più complessa).
Per concludere, la morte, specie nell’Occidente europeo, sembrerebbe restare ancora un tabù difficile da rappresentar(e)si serenamente, soprattutto parlando della propria morte, con la conseguenza che anche la sua elaborazione non si palesa come un processo semplice e lineare, ma necessita di una temporalità che è tutta declinabile al singolare individuale, e che comporta una ‘messe’ di sofferenza e dolore spesso non pensabili in anticipo, nonostante la possibilità di ‘prepararsi’ anzitempo (si pensi a coloro che sono, per anni, ‘care-givers’, prestanti cura, verso familiari colpiti da patologie degenerative e/o riferite a tumori, per cui un lutto si annuncia da quasi subito, ma il patimento si prolunga anche per molto tempo) ed il tentare di razionalizzare tale evento, con tutti gli ‘apparati’ che il pensiero, sia filosofico che religioso, mette a disposizione. Va da sé che affrontare le proprie emozioni inerenti alla perdita, cercare di limitare (anche con una ‘consulenza’ esterna) il dolore e l’angoscia talvolta insopportabili, tentare di ripristinare quanto prima il normale ritmo delle cose quotidiane così come erano prima di un decesso, sono piccoli passi che potranno portare un dato sollievo, fermo restando il flusso dei ricordi e degli oggetti che legano al soggetto scomparso, mentre il desiderio di portare avanti la propria vita, anche da soli, comincerà ad essere nuovamente disponibile.

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