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Mediterranea | December 16, 2018

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Lo stretto abbraccio fra sport e tecnologia - Mediterranea

Lo stretto abbraccio fra sport e tecnologia
Ivano Steri

Negli ultimi anni il rapporto fra sport e progresso tecnologico ha permesso passi da gigante sia nel migliorare le prestazioni agonistiche degli atleti, sia nel coadiuvare l’operato degli arbitri e giudici di gara. Sono ormai lontani i tempi in cui le scarpe dei calciatori erano pesanti e scomode e i palloni sfere di marmo; oggi palloni leggerissimi schizzano all’incrocio come saette (non passa Mondiale o Europeo senza che i portieri se ne lamentino) e i calciatori indossa scarpe leggerissime quasi da non sentirle.

Lo stesso vale per gli altri sport: le racchette dei tennisti non sono di certo quelle degli albori, le biciclette dei ciclisti pesano meno di un terzo rispetto a qualche tempo fa, i piloti di Formula Uno hanno sistemi di comando da far invidia alla Nasa, per non parlare dei costumi da supereroi del nuoto. Proprio sui costumi utilizzati nel nuoto professionistico è interessante soffermarsi. Alle Olimpiadi di Pechino del 2008 e ai Mondiali di Roma del 2009 ben 43 record mondiali sono stati migliorati in maniera sensibile dai partecipanti: i costumi di nuova generazione, in poliuretano, riempiendosi di acqua, permettevano la diminuzione dell’attrito fra corpo e acqua, facendo così scivolare il corpo nel fluido più rapidamente; avevano inoltre il vantaggio di non avere cuciture. Le polemiche non sono mancate: i record erano merito più dell’atleta o del costume ipertecnologico? La FINA, la Federazione Internazionale di Nuoto, ha posto fine alla discussioni nel gennaio 2010, quando ha vietato l’utilizzo di questi costumi per tornare a competizioni più centrate sulle capacità dell’atleta. Menzione a parte merita la tecnologia statunitense denominata DPIV (Digital Particle Image Velocimetry), sviluppata da ricercatori di ingegneria spaziale del Rensselaer Polytecnhic Institute: si tratta di un sistema che permette di valutare le imprecisioni nel gesto tecnico di un nuotatore, permettendo così di intervenire in maniera certosina per correggerli. In sostanza, il DPIV filma i nuotatori durante gli allenamenti in una piscina precedentemente riempita di particelle argentate che fungono da marcatori. Un computer, utilizzando un algoritmo ad hoc, valuta tutti i parametri della nuotata evidenziandone pregi e difetti.

Non solo gli atleti usufruiscono dei “progressi della tecnica”: anche gli arbitri e coloro che hanno il compito di decidere del risultato di una gara possono essere agevolati nel loro complesso ruolo. Nel tennis l’Hawk Eye, introdotto nel 2006, consente al giocatore di rivedere su un maxi schermo una palla giudicata “dubbia”. Il giocatore può richiedere l’occhio di falco per due volte a set, più una terza volta nel tie-break. Sull’effettiva precisione dell’Hawk Eye si è sollevata qualche perplessità, subito contestata dal dottor Paul Hawkins, dirigente dell’Hawk Eye Innovations, la società produttrice dell’occhio di falco: “L’Hawk Eye è stato sottoposto a migliaia di test, superandoli tutti. L’ITF (International Tennis Federation) ha stabilito che 5mm costituiscono un margine di errore accettabile, e il nostro livello di sicurezza è ben al di sotto di questo limite”. Anche il rugby ha a disposizione uno strumento simile, il TMO, il Television Match Officer, un arbitro dotato di moviola che può essere consultato dall’arbitro in campo per episodi dubbi; il basket non è da meno, l’unico rimasto indietro è il calcio. Sulla moviola in campo nel calcio ci si potrebbe scrivere un romanzo, tanto è l’inchiostro sprecato su questo argomento. Non sono rari gli episodi che potrebbero essere risolti dalla moviola in campo – casi di fuorigioco “millimetrici”, gol- non gol- , resta il fatto che Blatter , il presidente della FIFA, è sempre stato contrario, così come Platini, ex grande giocatore della Juventus ora presidente dell’UEFA.

Eppure, qualcosa si è mosso: Blatter ha infatti aperto alla possibilità di vedere la moviola in campo nel Mondiale del 2014 (“Penso che nel 2012 avremo un sistema che consenta di dire se ci sia stato o meno un gol, se così fosse e venisse collaudato alla perfezione a quel punto sarà introdotto ai Mondiali del 2014. Per evitare all’Inghilterra un’evidente ingiustizia era necessario riaprire il dibattito su questo punto, ed è proprio ciò che abbiamo fatto”). Qualcosa è cambiato anche nel rigido mondo del calcio, da sempre restio, in maniera quasi luddista, all’introduzione della tecnologia.

Infine, parlando del rapporto sport-tecnologia non si può non accennare al caso Pistorius. Sudafricano, Oscar Pistorius nasce nel 1986 con una malformazione gravissima agli arti inferiori (non ha i talloni), costringendo i medici ad amputargli le gambe a soli undici mesi. Ciononostante, pratica sin da giovanissimo molti sport, fino a scegliere l’atletica nel 2004 come sua principale attività. Pistorius vince tutto nelle Paraolimpiadi, ma strugge di un desiderio fortissimo: partecipare alle Olimpiadi per normodotati. Fa la richiesta all’organo competente, lo IAAF (International Association of Atletics Federation), che nel gennaio 2008 gli respinge la richiesta, ipotizzando che le protesi utilizzate (supporti in fibra di carbonio) lo avvantaggino. Ma Pistorius non si arrende: fa ricorso al Tribunale Arbitrale Sportivo di Losanna e ottiene di poter tentare la qualificazioni alle Olimpiadi di Pechino del 2008. Non ce la fa per un soffio, ma non cede: tenterà di qualificarsi per le Olimpiadi di Londra del 2012.

Una bella storia, che apre ulteriori squarci sulla comprensione delle potenzialità e dei limiti del rapporto fra tecnologia e sport nella contemporaneità.

Fonti

www.moebiusonline.eu

www.sport.it

www.blogquotidiani.net

www.treccani.it

http://ondamultimediale.blogosfere.it

http://calcio.fanpage.it

http://moviolaincampo.myblog.it

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