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Mediterranea | November 16, 2018

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L'Enologo Errante e il Ruolo del Vino: Intervista a Roberto Cipresso

L’enologo errante e il ruolo del vino. Intervista a Roberto Cipresso
Gaetano Cataldo

La natura, col suo ciclo e le sue regole, esige attesa, dedizione e rispetto; assecondandola o meno gli uomini agiscono secondo leggi, idee, sentimenti e gusti personali, inseguendo dunque passioni ed aspirazioni. Nel mezzo c’è il Vino.

Spesso e senza accorgercene siamo condizionati soltanto da ciò che il vino vorremmo fosse per noi: persi tra rigida obiettività e fragili congetture, immaginario collettivo, rievocazioni e puro soggettivismo, con emotiva spontaneità, idee presunte o indotte, stabiliamo dove debba risiedere la qualità di un vino con la parzialità dei punteggi, la limitazione dei punti di vista e dei preconcetti, rifiutando di accettare, per quanto validissime, interpretazioni enologiche alternative alle nostre vedute.

Il Vino in realtà è il risultato ottenuto da una miriade di incognite, da fattori estremamente variabili come la terra e l’uva, il clima, l’amore e la volontà di chi lo produce; un risultato che varia poi anche e soprattutto nella percezione di chi lo beve…e chi beve il vino non vuole altro che inviare e captare messaggi di amicizia e di ospitalità, voglia di dissertare e sensualità, sfoggiando falsa modestia e posizione sociale, estrazione culturale o, semplicemente, diffondendo gaiezza e voglia di vivere, tra apparire ed essere… essere social o, alle volte, in meditabonda solitudine.

Col vino vogliamo insomma ottenere piacere sensoriale, spirituale ed intellettuale.

Certo è che se evitassimo di compiacerci ad ascoltare le nostre deduzioni, per giuste o sbagliate che siano, ci accorgeremmo che bere il vino è come specchiarsi in esso guardando di riflesso ciò che abbiamo dentro: il senso del gusto, del piacere e del giusto, il senso della misura, dell’ostentazione, della ricerca di un sapere antico che lega a sé tutte le umane attività o della semplice voglia di svago senza stare a pensarci troppo sopra; bevendo vino siamo proiettati al conseguimento di passioni, alla scoperta del vero e, magari, del bello che è in noi, ossia della capacità di comprendere la bellezza materiale ed immateriale insita in tutte le cose e che ci aiuta a sentire e capire ciò che, attraverso la coppa, il vino comunica e vuole ispirarci per davvero, perché in realtà è proprio mutando, a seconda dell’idea che ce ne facciamo, che il vino resta fedele a sé stesso e da millenni assolve al compito di assecondare e rivelare la natura dell’uomo all’uomo stesso.

Tra il vino e l’uomo intercorre questo e molto altro ancora: territorio, uvaggi ed una lunghissima contesa sull’assegnazione dei reciproci ruoli da cui derivano disparate disquisizioni ed eterogenee correnti di pensiero…

…Ecco perché Roberto Cipresso è dell’avviso che bisogna suddividere idealmente il protagonismo del vino, proprio partendo da quello che esso rappresenta per ciascuno e a seconda dell’obiettivo che deve centrare:

Il vino che emoziona: alto contenuto sentimentale ed umanistico dove l’uomo diventa protagonista nell’interpretazione della vendemmia e tesse congiuntamente ad essa la sua storia personale ed il suo percorso che diventeranno parte emozionale della degustazione e della narrazione del vino prodotto;

Il vino che soddisfa: alto contenuto sensoriale ed edonistico attraverso cui il calice di vino, perfetto nella sua opulenza organolettica, dona piacere puro, accentuando all’occorrenza lo status quo o almeno la propensione a mirare all’esclusiva godibilità di beva in chi lo degusta;

Il vino della classicità: oltre ai vini che narrano della relazione tra l’uomo, la terra e l’uva nella pratica dell’enologia classica l’uva ed il terroir diventano simbiosi inscindibile ed assumono di per sé un’importanza tale da diventare inviolabili ove ogni altro elemento risulterebbe alieno ed alterante. L’alto contenuto storico, la monumentalità e la tradizione che deriva dalla classicità enologica è sacra ed il vino assume pertanto il ruolo di status symbol.

Nato a Bassano del Grappa l’8 settembre 1963 Roberto Cipresso, dopo un iter studiorum ed un percorso formativo personale, scopre la propria vocazione di uomo del vino approdando a Montalcino nel 1987, dove si trasferirà in tempi brevi iniziando a lavorare per alcune tra le più note cantine senesi; non tardano ad arrivare i primi successi professionali che già la sua attività di enologo viene estesa sia in altre aree della Toscana che in alcune tra le regioni vitivinicole più importanti d’Italia. Nel 1992 crea da solo nel cuore di Montalcino “La Fiorita, concedendo successivamente una partnership a Natalie Oliveros ed uscendo con la prima bottiglia di Brunello l’anno successivo; nel 1999 fonda Winemaking, il gruppo di consulenza enologica ed agronomica in cui opera con la collaborazione di esperti scelti da lui personalmente, progettando poi Winecircus, una cantina-laboratorio orientata ai diversi aspetti dell’enologia e dell’ampelografia, dove tuttora svolge attività di ricerca su vigneti particolari e collabora con gli atenei di Milano, Trento, Udine, Padova e Pisa.

Nel 2000, in occasione del Giubileo, vinifica la cuvée speciale per papa Giovanni Paolo II, dopodiché viene insignito del titolo di “Miglior Enologo Italiano” durante la manifestazione “Oscar del Vino” del 2006, anno in cui esce “Romanzo del Vino”, il suo primo libro scritto con la collaborazione di Giovanni Negri e, per la curatela del glossario, di Stefano Milioni; viene eletto “Uomo dell’Anno” nella sezione food dalla rivista Men’s Health nel 2008 e pubblica, assieme a Giovanni Negri, “Vinosofia”; anche il 2009 sarà un anno favorevolissimo per il nostro enologo: vedrà infatti l’assegnazione del premio di “Migliore Cantina del Mondo” per Wine & Spirits a Bodega Achaval Ferrer, cantina argentina vincente proprio grazie alle sue indicazioni enologiche, e pubblicherà, sempre in collaborazione con Giovanni Negri, il suo terzo libro dal titolo “Vineide”; nel 2010, dopo l’incontro con la massima carica della Repubblica Italiana, riceve l’incarico da “Città del vino” di produrre una bottiglia in occasione del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia.

Con una carriera così prestigiosa ed un successo in continua ascesa non possono che essere altissimi i riconoscimenti ed i premi attribuiti anche ai suoi vini: nel 2011 Robert Parker, sul “The Wine Advocate”, assegna ben 99/100 al Finca Altamira, 98/100 al Finca Bellavista e 97/100 al Finca Mirador, tutti vini dell’azienda Achaval-Ferrer del millesimo 2009; nel 2012 Roberto Cipresso ottiene ben quattro importantissime premiazioni: il suo Brunello di Montalcino Riserva 2006 La Fiorita viene valutato 95/100 dalla nota rivista “Wine Spectator”, riceve la Medaglia d’Oro al Merano Wine Festival, entra nella classifica dei “Migliori 50 Vini d’Italia” durante la kermesse Best Italian Wines Awards” e il suo Finca Bellavista 2010 si posiziona nella “Top 10 di Wine Spectator”; nel 2013 Wine & Spirits giudica il Finca Altamira 2010 “Miglior Malbec al Mondo” e le edizioni del 2011 di Finca Altamira e Finca Mirador verranno entrambe stimate da Wine Spectator con un punteggio di 96/100.

Romanzo del VinoVinosofiaVineide

Altrettanto brillante risulta il suo percorso di relatore nel mondo accademico: lo vediamo impartire una lectio magistralis nel gennaio 2013 presso la Scuola Enologica di Conegliano Veneto incentrata sul tema “La Vite ed il Vino in 25 anni di Esperienza” e, nel giugno dello stesso anno, durante lo svolgimento di un master sul cibo ed il vino all’Università “Ca’ Foscari” di Venezia, tiene una lezione su “Il Vecchio ed il Nuovo Mondo del Vino”; nell’ottobre del 2013 condivide l’esperienza professionale maturata nell’area vitivinicola di Mendoza mediante una relazione presentata presso l’Ambasciata Argentina di Montecarlo; grazie al suo costante impegno ed alla sua fervida attività di enologo e appassionato studioso del Vino ottiene la nomina a membro del Comitato Scientifico dell’Ente Vini/Enoteca Italiana il 30 luglio 2014; col patrocinio dell’Università di Udine e la collaborazione del prof. Roberto Zironi ha inoltre tenuto, nel gennaio 2015 presso la Scuola Enologica di Conegliano Veneto, una conferenza sulla “Storia della Vite e del Vino”.

Attualmente Roberto Cipresso segue oltre trenta aziende italiane, senza contare le cantine straniere a cui offre competenza e professionalità; ha raggiunto traguardi straordinari ed impensabili se si considera che agli esordi non aveva in mente il grande business, non possedendo la struttura sulla quale può contare oggi e tantomeno le intenzioni, eppure la sua impresa era già proiettata a creare il futuro più ricco e libero possibile, incentrando nell’attività enologica valore professionale ed umano al tempo stesso, valori inestimabili che lo hanno condotto ad accorpare brillantemente produzione, consulenza, ricerca, realizzazione di vini straordinari, formazione ed editoria… un mondo complesso unito dal millenario nettare degli dei e dalla sua capacità di vedere oltre.

Roberto Cipresso reputa che ciò che è tipico è spesso frutto di condizioni obbligate o di felici coincidenze che hanno contribuito a plasmare il volto dell’ampelografia europea e reso possibile la diffusione della viticultura principiata dalle popolazioni mediterranee malgrado la carenza di mezzi per comprendere l’importanza della tessitura del terreno rispetto alle varietà di vitis vinifera; inoltre sostiene che una forma di audace rivoluzione di pensiero, di anarchia organizzata eticamente, professionalmente e culturalmente sia l’unico modo di uscire fuori dalle ingessature burocratiche delle denominazioni di origine e di certe leggi, assolutamente limitanti per l’enologia, che imbrigliano la filosofia del terroir e talvolta mortificano persino la qualità che esse stesse dovrebbero difendere; un atteggiamento dunque rivolto ad assumersi pur certo maggiori responsabilità ed impegno sia in vigna che in cantina ma che contribuirebbe ad aprire nuove frontiere per il vino, ad avere un rapporto più rispettoso con l’ambiente e a comprendere meglio l’evoluzione di un mercato sempre più dinamico e colto. Atteggiamento coraggioso e rettitudine di pensiero che attraverso Winemaking e Winecircus hanno dimostrato da subito la sua capacità di innovatore e riformatore del settore, essendo inoltre tra i primi a credere nell’importanza del gioco di squadra… ecco perché la sua persona, da questo punto di vista, ispira principalmente all’idea che tutto sia libertà e cooperazione. Tra le sue mani il vino torna ad essere, se non una bevanda per tutti, quell’elemento liquido irrinunciabile capace di appagare i sensi e l’intelletto, lo spirito e la vanita’, fatto apposta per ciascuno di noi, indipendentemente dall’essere papi o presidenti, uomini comuni o personaggi dello spettacolo, pretty women o intellettuali, proprietari di cantina o semplici appassionati. E forse, tutto sommato, è questa la vera democrazia enologica da porre in essere: creare vino secondo i sogni e le aspettative di chi lo imbottiglia e di chi lo beve appunto.

Passione in movimento, coraggio, proprietà di sintesi, concretezza nel perseguire i targets assegnati e libera circolazione delle idee”.

Per quanto compìto, metodico ed essenziale Roberto possiede spirito di introspezione, generosità, audacia e romanticismo: a parlare per lui sono i suoi stessi libri, l’essere filantropo e ottimista verso il prossimo, l’importanza dei i valori familiari in cui crede ed in cui include anche i compagni di lavoro; persino le letture che lui ama, da “Siddhartha” di Herman Hesse a “Lo Straniero” di Albert Camus fino a “L’Alchimista” di Paulo Coelho, sembrano ricondurre ad una persona dall’animo sensibile e risoluto al tempo stesso, dedito a quella laboriosa ricerca interiore volta a migliorare costantemente sé stesso ed il circostante; “L’Attimo Fuggente” è tra i suoi film preferiti ed una grandissima passione per il Jazz, sin da quando era ragazzo, lo ha portato a conoscere sia i grandi interpreti del genere che gli esponenti dell’essenzialità delle note, dell’immediatezza e dell’avanguardia musicale che oggi apprezza tanto. Continua a studiare lo straordinario fenomeno del vino e, apparentemente non interessato alla parte storica, per lui sembra importante solo il domani, con tutte le possibilità di espandere la sua singolare idea di essere enologo, team leader e scrittore, ma in realtà, pur vivendo con obiettività il presente, così come John Coltrane prese coscienza del significato da dare alla sua musica ripartendo dalle origini del Jazz, Roberto Cipresso indirizza i suoi passi verso le origini del vino e le radici della viticultura.

Tutto questo fa di Roberto Cipresso qualcosa di più dell’essere un winemaker, bensì quell’enologo errante capace di cogliere a fondo l’anima delle terre che attraversa, studia e vive fino al momento di interpretarne lo spirito delle uve e compiere il miracolo del vino senza temere il nuovo e le difficoltà, esattamente come sta facendo adesso in Argentina a 1700 metri d’altitudine, in una terra estrema ove i suoi vigneti, tra cacti e cespugli secolari, possono sopravvivere soltanto grazie alle sue cure e alle acque provenienti dal ghiacciaio di Aconcagua.

Aconcagua

Mediterranea lo ha intervistato e, auspicandogli un’ottima annata, con ammirazione riconosce in lui quanto segue:

Laddove l’uomo incontra l’imprevisto, affrontandolo, riconosce la sua vera Natura ed esprime la Natura del Vino che è capace di fare.

Enologo e consulente di fama mondiale, team leader e scrittore… quando ha deciso sarebbe diventato l’uomo votato al Vino ed il Roberto Cipresso che tutto il mondo conosce oggi? Aveva già in mente tutto questo quando nel 1999 ha iniziato con Winemaking?

Il mio percorso professionale non è stato segnato fin dall’inizio… certo ho condotto studi attinenti alla campagna, alla terra e all’agricoltura, ma senza pianificare un percorso preciso né maturare una convinzione ben delineata; in giovanissima età ero infatti più attratto dalla montagna che dal mondo del vino, essendo nato e cresciuto a Bassano del Grappa. Sono state le prime e quasi casuali esperienze a Montalcino, in aziende poi divenute molto celebri come Case Basse, Poggio Antico e Ciacci Piccolomini d’Aragona, che hanno acceso in me la grande passione per il far vino, una scintilla che mi ha anche portato a considerare quanto la Montagna ed il Vino siano effettivamente, ciascuno a suo modo, entrambe forze della Natura.

Winemaking è la mia squadra di professionisti, pensata per affiancarmi nella consulenza agronomica ed enologica ai viticoltori, con particolare attenzione alle realtà in fase di startup; il lavoro condotto con il team di Winemaking mi ha messo in contatto con terre e storie eccezionali, persone uniche, che hanno poi consentito la nascita ed ispirato lo sviluppo di tutta una serie di idee e progetti successivi che erano già dentro di me ed attendevano soltanto di essere posti in essere.

Cosa pensa di lei il suo team?

Il mio team è parte di una famiglia fatta da colleghi ed amici dove non poteva che nascere e corroborarsi un grande feeling; nel corso degli anni, quando questo senso di coesione non è stato sentito da tutti i miei collaboratori all’unanimità, anche per divergenza di idee, ho assistito ad un frazionamento all’interno dello stesso gruppo che oggi invece vanta un grande e solido legame, un legame familiare appunto, fatto di passione ed obiettivi professionali comuni.

I miei collaboratori pensano a me come ad una persona estremamente curata e meticolosa che però, spesso e all’improvviso, disorienta e spiazza costringendoli ad una sorta di continua ricerca di un nuovo centro di gravità permanente, a fare equilibrismi, e a compiere nuovi sforzi. Infatti, neanche si cimentano in un progetto che già, quasi intimoriti da questa mia continua sete di innovazione, sospettano sia in arrivo un’altra delle mie idee già pronta per essere sviluppata. Sono molto soddisfatto di loro per l’abnegazione al lavoro e per l’ottimismo col quale accolgono una nuova sfida.

Un suo difetto, un suo pregio…

Mi annoio dell’ordinarietà, sono un visionario ed un precursore.

Personalmente ritengo di essere un credulone, ed il mio difetto è quello di avere una grossa fiducia nell’umanità, ma nonostante le delusioni che da ciò talvolta derivano, continuo ad agire con slancio, a cuor leggero e con incrollabile ottimismo, ecco perché sono uno a cui piace rischiare.

Il mio pregio è il forte senso di famiglia, l’attaccamento ai grandi valori e alle relazioni umane che scaturisce proprio da questa fiducia nel prossimo e, come dicevo poc’anzi, il mio team è parte di tutto ciò.

Qual è il vino che ha fatto nascere e che le ha dato maggiori difficoltà e di quale va maggiormente fiero? Ci aiuti a comprendere il perché…

Ho collezionato tutta una serie di annate difficili nel corso della mia vita professionale, che poi hanno dato risultati insperati; questo mi ha messo al confronto con molti territori estremi, dalle condizioni particolari e di non facile comprensione ed interpretazione; sono umanamente affezionato a tutti i vini che ho fatto o che ho contribuito a produrre, dovendo operare una scelta però, propenderei per il Brunello de “La Fiorita”, la mia azienda a Montalcino: questo vino è infatti la mia traduzione più autentica, energica ed espressiva di un binomio terroir/varietà praticamente unico al mondo, nonché il coronamento di un’esperienza di lunga data, costruita e maturata a piccoli passi, una susseguirsi di tappe raggiunte grazie alla mia forte dedizione al lavoro e non senza sforzo; sono molto compiaciuto del mio Brunello poiché è un vino che sin dalla nascita ha rinsaldato ancor più, se possibile, il legame preesistente tra soci ed amici diversi conosciuti nel corso del tempo. E poi ancora, non voglio mancare di ricordare ciascuno dei miei vini, frutto della ricerca, realizzati nella cantina/laboratorio del Winecircus, omaggi alle potenzialità espressive di terroir speciali o a mescolanze in grado di creare particolari alchimie organolettiche ed emozionali tra i reciproci elementi costitutivi.

Lei può vantare una formidabile esperienza internazionale grazie ad i suoi innumerevoli viaggi e alle consulenze offerte in diverse aree del mondo. Quali sono i territori e gli uvaggi che l’hanno affascinata di più ed in quali aspetti la scuola enologica italiana si distingue rispetto alle altre?

Senza dubbio tutte le esperienze maturate all’estero mi hanno coinvolto e affascinato tantissimo… intendo sia quelle nel “Vecchio Mondo”, come le attuali attività in Ribera del Duero e nell’Isola di Maiorca, che quelle nel “Nuovo Mondo”, così radicalmente diverse per approccio al vino e per filosofia di produzione: mi riferisco soprattutto alle mie avventure professionali in Argentina, presso la bodega Achaval-Ferrer, ad esempio, ma anche nella nuova “officina” di Matervini/Davalos, nonché al progetto brasiliano condiviso con l’amico Galvão Bueno. Inoltre, mi preme tanto citare un’altra straordinaria esperienza, importantissima per me… mi riferisco alla collaborazione coi miei recenti contatti in Armenia ed in Georgia, che mi consente di indagare sulle varietà antiche della Vitis Vinifera e sui suoli che hanno accolto per prima questa nobile pianta, dando dunque origine alla meravigliosa storia della viticoltura mondiale.

L’approccio enologico italiano è incentrato su tutto quanto concerne ed accomuna il “Vecchio Mondo”: brand nobili, antichi e blasonati, varietà autoctone prestigiose e protagoniste del territorio di coltivazione, vigneti antichi, una grande varietà di terroir radicalmente differenziati tra loro e che a volte sono collocati su versanti diversi della stessa collina. Il Nuovo Mondo invece è del tutto diverso: l’appeal che lo può contraddistinguere è in gran parte ancora tutto da costruire, ma in questo caso l’elemento più interessante e diversificante è la libertà di esplorazione e di espressività enologica.

Eseguire una cuvée speciale per papa Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo del 2000 e vedersi commissionare nel 2010 un vino speciale in occasione del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia direttamente dall’allora presidente della Repubblica non è da tutti. A quale personaggio del presente vorrebbe dedicare una sua creazione e perché? E del passato?

Tra i personaggi del presente ai quali mi piacerebbe dedicare un vino citerò W. Chan Kim e Renée Mauborgne, gli autori del libro “Strategia Oceano Blu”; avrei potuto scegliere personaggi più noti o di maggior rilievo per l’intera umanità, ma questi due scrittori sono stati davvero importanti per me, perché la lettura del loro libro ha cambiato significativamente la mia prospettiva su alcuni aspetti della vita che giudico fondamentali. Riguardo invece ai personaggi del passato, scelgo John Coltrane, la visione del Jazz che preferisco e che più mi corrisponde in assoluto.

Volendo ipotizzare una sottile differenza tra Enologo e winemaker in che maniera e misura traccerebbe una linea di demarcazione tra le due figure? Quali sono i principi dell’enologo e come esprimere i suoi valori per il conseguimento di un Vino Etico?

Il Vino Etico è per me quello che ha come punto di partenza il rispetto del terroir e, dall’analisi di suoli, climi e microclimi, discenderanno poi tutte le altre scelte… varietà da impiantare, pratiche agronomiche ed enologiche, obiettivi commerciali, strategie di comunicazione. Ma l’etica non è l’unico aspetto da tenere in considerazione poiché il vino, materia viva e complessa, deve contemplare tutti gli elementi affascinanti che riguardano l’origine, la proprietà o il territorio al quale l’azienda ed il vino appartengono, incluso l’elemento umano. Da queste considerazioni nasce dunque il distinguo tra il vino della classicità, pressoché inviolabile, il vino edonistico, così legato al soddisfacimento dei sensi, ed infine il vino/emozione, ovvero quello che narra dei sentimenti che lo hanno visto nascere e veicola in sé le storie degli uomini che lo producono, insomma qualcosa di unico ed irripetibile, che dovrà rappresentare una componente indispensabile anche nelle strategie di comunicazione, aggiungendo verve ed emozionalità.

Nel binomio vino-salute qual è l’equazione che consente il miglior risultato? Crede che le autorità competenti, principalmente in Italia, facciano abbastanza per tutelare il consumatore?

La legislazione italiana è molto rigida e credo, quindi, che ciò sia più che sufficiente ai fini della salvaguardia della tracciabilità dei prodotti e della salute dei consumatori; l’elemento che semmai a volte è un po’ deficitario è costituito dai controlli sul territorio, ossia proprio quelli che dovrebbero essere finalizzati a verificare che tutti i produttori mettano effettivamente in atto le leggi che già abbiamo in vigore.

Da Brunellopoli agli ultimi scandali, dove troviamo coinvolti sia i produttori di Sauvignon che quelli di Prosecco… possibile che si debba sacrificare la reputazione dell’Italia Enologica in nome della produttività e del marketing? Il consumatore ha il diritto di sapere se uvaggi ed espedienti migliorativi, per quanto non nocivi, siano stati impiegati per arrivare ad un dato risultato?

Vale quanto sopra espresso: la legislazione in atto è sufficiente a prevenire questi fenomeni; abbiamo molte regole e forse anche troppa burocrazia da seguire in cantina, ma le frodi si possono prevenire soltanto con un controllo più puntuale e capillare.

Ogni anno temiamo i nostri competitor, sia dal Vecchio che dal Nuovo Mondo. Secondo lei siamo abbastanza determinati nella ricerca di una migliore penetrazione di mercato per il vino Italiano? Abbiamo davvero bisogno di ingegnarci così tanto in termini economici o c’è qualcos’altro che manca? Come ci presentiamo oggi in termini di appeal comunicativo rispetto agli altri paesi?

Negli ultimi anni in questo senso sono stati fatti passi avanti incommensurabili, pertanto credo si debba proseguire su questa strada, facendo leva più che mai sulla tradizione e sulle storie affascinanti delle quali il nostro Paese è ricchissimo in senso culturale, storico, artistico e paesaggistico. E ancora, portare avanti il percorso già intrapreso nel senso della qualità, degli strumenti d’avanguardia, della pulizia di cantina, della collaborazione con guide e con personale qualificato, nonché, puntare sui risultati incontestabili ottenuti con la ricerca scientifica.

Sembra ci siano diversi pericoli della diffusione di nuovi cloni immuni a determinate malattie, termoresistenti e capaci di resistere all’alta quota. Esistono dei rischi per la preservazione del patrimonio genetico della Vitis Vinifera del Mediterraneo? Che atteggiamento dovrà mantenere il vigneron del futuro per preservare il nostro grande patrimonio ampelografico?

La ricerca scientifica non deve mai essere temuta od osteggiata a priori; prima però di impiantare nuove varietà è opportuno valutare bene, oltre alle nuove proprietà organolettiche, la qualità della loro produzione, l’equilibrio dei loro mosti, la loro capacità di interpretare al meglio i terroir a cui verranno destinate, invero la “vocazionalità” di queste terre rispetto ad esse.

Tendenzialmente reputa che il futuro apparterrà alle grandi aziende, coalizzate per monopolizzare il mercato del vino, oppure ritiene che aziende come la sua che diversificano le attività potranno rappresentare una valida alternativa? Inoltre, quale modello organizzativo dovrebbero seguire le cantine del Sud per riuscire a promuovere i loro grandi vini spesso offuscati dalle grandi capacità manageriali e dalla fama di regioni come Piemonte e Toscana?

Credo che ogni dimensione aziendale possa avere il proprio mercato di riferimento in funzione dei rispettivi strumenti. Le aziende meridionali hanno molte potenzialità, puntando sempre sulle peculiarità dei loro vitigni e territori, intesi sia dal punto di vista storico-umano che rispetto al binomio suolo/clima. Molte di queste cantine lo hanno capito e lo stanno già efficacemente mettendo in pratica.

Quali sono i suoi progetti futuri, ce ne parlerebbe per favore?

Continuerò ad esplorare suoli e aziende in Italia e nel mondo con il mestiere di winemaker; proseguirò anche le mie attività di ricerca nella cantina del Winecircus, con particolare attenzione all’esplorazione delle potenzialità espressive dei diversi terroir e allo studio delle varietà antiche.

Sembra essere decisamente innamorato dell’Argentina tanto da aver accettato una nuova sfida con anima e corpo… mi riferisco a “PedraVieja”. Ci parlerebbe di questo suo nuovo, grande progetto? E sarebbe possibile creare un confronto tra questa realtà e quelle dell’Italia della vinificazione eroica e d’altura?

Il progetto PedraVieja ha come protagonista uno dei terroir più estremi del pianeta, una terra madre antichissima risalente a 300 milioni di anni fa e che è situata sulla pre-Cordigliera delle Ande; la presenza di rocce silicee testimonia la probabile precedente immersione di questi suoli, mentre la composizione dei sottosuoli richiama quella delle croste africane all’origine della Terra. La vegetazione è pressoché desertica, con qualche cactus e arbusti più bassi di me ma con qualche secolo alle spalle. In questo caso, sono le viti che abbiamo piantato che si sono adattate all’ecosistema che le ha ospitate e non il contrario; i tempi necessari per questo processo di adattamento sono stati lunghi e solo nel 2014 è stato possibile ottenere le prime micro-produzioni. Insieme a Santiago Achaval, mio socio, complice ed amico fraterno, ho così potuto assaggiare questo vino straordinario, forse il più emozionante della mia carriera; il vitigno impiantato è il Malbec e la produzione ha rese unitarie di 150-200 gr uva/pianta.

Quali sono le sue aspettative per la prima vendemmia a Pedra Vieja? Ci descriva il vino che s’attende e quello che dovrà incarnare per centrare il target prefissato…

Il vino che mi aspetto dovrà andare oltre i concetti di bontà e piacevolezza – per lui banali ed ordinari – e dovrà raccontare la complessità di una sopravvivenza conquistata con fatica, ottenuta adattando il metabolismo della vite ai limiti imposti da una natura non facile.

Cosa consiglierebbe ad un giovane intenzionato a seguire il complesso cammino dell’enologia perché possa riuscire un giorno a conseguire i grandi risultati da lei ottenuti?

Le ricette non sono mai una buona idea, a ciascuno dunque il suo percorso umano e professionale. Suggerisco soltanto di fare le cose con passione e di evitare di seguire ciò che dettano gli altri o le mode e le tendenze del momento; trovo sempre consigliabile, dopo una buona preparazione di base, prediligere una strada personale che, per quanto mi riguarda, è quella che solo i singoli ambienti di coltivazione e gli imprevisti sono capaci di ispirare conducendoci, con i loro segreti e le loro peculiarità, verso la crescita e l’innovazione.

LINK CONSIGLIATI:

www.robertocipresso.it

Commenti

  1. Chi beve vino non può sfoggiare falsa modestia o posizione sociale. Osservazione acuta e puntuale. Complimenti

    • Gaetano Cataldo

      Ringrazio Giulio per il cortese commento ed i non scontati complimenti, soprattutto grazie per il tempo dedicato alla lettura.

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