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Mediterranea | December 13, 2018

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L’emigrazione musicale - Mediterranea

L’emigrazione musicale
Fabio Ciminiera

Qualche tempo addietro abbiamo già parlato di precarietà e mancanza di welfare per i musicisti e degli artisti in genere: se la precarietà è una condizione connaturata al lavoro creativo, allo stesso modo, la capacità di sacrificio e la necessità di andare oltre i propri limiti si traduce facilmente nell’accondiscendere al bisogno di viaggiare per andare a confrontarsi con altre realtà e trovare palchi dove potersi esibire: la ricerca della strada per farcela e ottenere successo.

Per questo motivo troviamo moltissimi ragazzi italiani e, negli ultimi anni, anche molte ragazze nei corsi di perfezionamento di istituti prestigiosi come il Berklee College of Music di Boston. O, ancora, abbiamo numerosi musicisti nelle scene jazzistiche di Parigi, New York, Londra, Berlino e delle altre capitali europee.

In realtà il fenomeno si verifica da tempo. Anche il genio artistico italiano è uscito dai confini nazionali insieme alle emigrazioni del novecento. Se si rimane in ambito jazzistico è facile individuare quanto siano state importanti l’influenza e la presenza degli italiani, agli albori del jazz, sin dai primi decenni del secolo scorso. Se poi si arriva alla fine degli anni ’60, possiamo considerare ad esempio la vicenda di Enrico Rava, raccontata nella sua recente autobiografia: una dimostrazione palese di come la necessità di crescere, sia a livello umano che espressivo, porti alla necessità del confronto con altri mondi. D’altronde il trombettista, in qualità di presidente della giuria del Premio Internazionale Massimo Urbani, ha dato un input molto preciso ai giovani partecipanti al concorso: bisogna andare dove le cose succedono e “scontrarsi” con le realtà più attive e, perchè no, competitive.

Un altro passaggio importante è stato quando, dalla fine degli anni ’80 e per tutto il decennio seguente, molti dei personaggi più in vista nel panorama odierno del jazz italiano – Paolo Fresu, Stefano Di Battista, Flavio Boltro e, naturalmente, molti altri – hanno avuto esperienze importanti in Francia e in Europa e hanno fatto crescere così il rispetto nei confronti di quanto stava avvenendo nel nostro paese.

L’emigrazione odierna, quanto meno in campo artistico, è un fenomeno che segue la prospettiva scaturita dal processo di unificazione europea e dalla diffusione dei voli low cost: le persone si muovono più facilmente e si diffondono a macchia di leopardo, anche seguendo occasioni specifiche e preferenze individuali. In questo contesto i grandi centri di eccellenza statunitensi restano sempre un punto di riferimento, come si diceva in precedenza, per due motivi: da una parte perchè hanno sempre avuto una capacità di attrazione e di accoglienza internazionale e rappresentano, almeno da tre decenni, una dimensione internazionale e globalizzatrice; dall’altra hanno seguito l’evoluzione del jazz europeo, sbarcando nei festival e nelle realtà più vitali. I college musicali statunitensi hanno condiviso un percorso simile a quello dell’NBA, con i campus estivi e con le tournée delle squadre più forti: questo ha aperto le porte del campionato più importante del mondo a sportivi di tutte le nazioni. La presenza ormai storica dei seminari di Berklee a Umbria Jazz e di tanti altre realtà in festival europei, l’apertura di una sede del college bostoniano a Valencia è stato il contraltare alla crescita esponenziale delle attività delle istituzioni pubbliche e private europee: conservatori, scuole storiche e grandi orchestre hanno fatto leva sulla grande libertà di movimento arrivata all’inizio del nuovo secolo e in questo modo hanno svincolato i vari soggetti dal mero bacino nazionale, dando una spinta propulsiva maggiore alle realtà operanti al di qua dell’Atlantico.

In pratica, semplificando molto, il movimento delle persone ha provocato una visione più ampia e una unione di fatto. Le realtà, a questo punto, hanno potuto e saputo confrontarsi alla pari con le strutture americane: a loro volta, queste ultime hanno saputo raccogliere la sfida e rilanciare il loro ruolo accogliendo al loro interno, in maniera più consapevole, i musicisti delle altre parti del mondo.

È venuto meno, nel bene e nel male, il concetto di essere nati in un posto sbagliato o di essere lontani dal centro focale delle esperienze importanti. Ragazze e ragazzi normali, nel nostro specifico musicisti alla pari con i loro colleghi di altre nazioni, possono così inseguire non un sogno e nemmeno una strada facile, ma un obiettivo raggiungibile con lavoro e sacrifici.

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