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Con l’avvento di Internet abbiamo assistito all’annullamento dei confini fisici: è possibile comunicare istantaneamente con chiunque in qualsiasi parte del mondo, visitare virtualmente luoghi lontani e sfogliare le pagine del web come se fosse un’immensa enciclopedia contenente quasi tutto lo scibile umano.

L’aver sfondato le porte della conoscenza e della comunicazione ha indubbiamente tessuto trame inimmaginabili fino a qualche decennio fa, ma questo incredibile fenomeno, seppure denso di opportunità, ha un’importante contropartita: la mancanza di filtri adeguati a contenere quel che di deprecabile la rete lascia passare. Questa carenza è avvertita un po’ in tutti i campi, dall’utilizzo incivile dei social network, alla divulgazione di notizie errate o non vere, per arrivare alla scarsa qualità dei contenuti che spesso si leggono in rete. Nel web tutti possono dire la propria, scrivere, commentare, recensire. E, grazie all’opportunità offerta da tante aziende più o meno grandi, chiunque può pubblicare i propri libri, molto spesso a costo zero.

Il sistema dell’autopubblicazione sta diventando la panacea per tanti scrittori, o aspiranti tali, che preferiscono scavalcare i canali tradizionali o che, molto spesso, vengono da questi respinti. Da questa situazione scaturiscono quotidiane diatribe tra editor professionisti e scrittori talvolta incompresi, ma molto spesso privi di un reale talento.

L’afflato artistico che in tanti sentono di possedere non sempre corrisponde alla capacità di trasmetterlo all’esterno. In molti sono convinti che sia sufficiente scrivere correttamente per poter entrare nel mondo del bello stilo, senza rendersi conto che la letteratura è, innanzitutto, l’uso magistrale delle parole volto a dilettare e compiacere il lettore: egli non vuole leggere passivamente le vicissitudini di qualcun altro, vuole vivere la storia, emozionarsi, soffrire, amare, in una parola immedesimarsi. Per ottenere questo risultato non è sufficiente mettere le virgole al posto giusto o non sbagliare le doppie – e in tanti non si pongono neppure questo problema –, occorrono studio, preparazione, sacrifici e, ovviamente, ispirazione. In tanti possiedono solo questa, ritenendo erroneamente che sia l’unico elemento indispensabile per essere considerati degli artisti.

Tanti autori che si sono inizialmente autopubblicati hanno effettivamente raggiunto il successo; un esempio su tutti è E. L. James, autrice delle famigerate Cinquanta sfumature di grigio (poi di nero e infine di rosso).  La trilogia ha fatto il giro del mondo, letto da vip e casalinghe, nonché da curiosi e blogger che lo hanno poi recensito. Il successo di pubblico è frutto del vero protagonista dei tre romanzi: il sesso sadomasochistico intriso di bondage, sottomissione e disciplina, il tutto condito con una storia d’amore e l’immancabile lieto fine.

È opinione di chi scrive, ma anche di tanti critici, che il successo di pubblico in questo caso sia stato inversamente proporzionale al valore letterario dell’opera. Il linguaggio è semplicistico e banale – ma probabilmente questo aspetto ne ha favorito la diffusione –, i personaggi sono fortemente stereotipati – la studentessa imbranata; il giovane ricco, bello e impossibile che viene conquistato e salvato dalla prima – e i luoghi comuni sono presenti in ogni riga.

Anche in Italia sono tanti gli autori che scelgono la strada dell’autopubblicazione o dell’editoria a pagamento. Un caso di moderato successo è quello di Vera Q. scrittrice noir per certi versi originale, che descrive le debolezze umane con un certo cinismo infarcito di macabra ironia. La sua prima opera, La scatola di cioccolatini di Silvia… (e di altre crudeltà), narra le vicende di quattro personaggi protagonisti di altrettanti racconti. Il primo colpisce per l’originalità e la scrittura altisonante ma briosa, al punto da indurre il lettore a sorvolare sulle imprecisioni grammaticali e la punteggiatura usata con troppa libertà. Dal secondo cominciano a essere troppo evidenti e fastidiosi i limiti: tutti i personaggi, seppure di estrazione sociale varia e con livelli culturali assolutamente diversi, utilizzano lo stesso linguaggio. Paroloni da saccente vengono sciorinati dal protagonista del secondo racconto, pur in possesso della sola licenzia media. Il primo pensiero è che la cultura non se la sia fatta sui banchi di scuola ma da autodidatta, e questa tesi regge fin quando egli stesso si definisce in questo modo:

“Non nego di essere ruspante, ciò nonostante, al giorno d’oggi, contano gli zeri che puoi apporre sul libretto d’assegni e nessuno ti chiederà mai le declinazioni dei verbi irregolari. Il fatturato parla per me, non per la mia licenza di scuola media”.

Lo stesso personaggio, dopo aver acquistato alcuni libri, probabilmente le sue prime vere letture, più avanti dirà:

“Zompetto fiducioso all’auto ripartendo in quarta, mi aspetta una lunga nottata di studio matto e disperatissimo“.

La citazione leopardiana risulta assolutamente inappropriata sulla bocca di un contadino di cui non si perde occasione di rimarcare l’ignoranza. Il linguaggio usato dai personaggi nei quattro racconti è assolutamente uniforme, il che induce a pensare che in realtà a parlare sia sempre e solo Vera Q. Il registro linguistico invariato è una lacuna che neanche un buon editor potrebbe colmare, se non riscrivendo completamente i racconti, e questo potrebbe essere uno dei motivi per cui nessun editore si sia ancora fatto avanti per pubblicare i suoi lavori.

Un altro errore grossolano e fastidioso è l’uso smodato delle “d” eufoniche. Premesso che vengono da molti considerate ormai superate – a meno che non ci sia l’incontro di due vocali identiche o in altri casi eccezionali come in “ad esempio”–, la scrittrice aggiunge la d a sproposito come in questo caso: “ed ad alta voce”. Tale cacofonia non può essere giustificata come cifra stilistica dell’autrice, in primo luogo perché non è un mostro sacro della letteratura a cui si potrebbero forse concedere delle licenze e, in secondo luogo, perché non è l’unico neo dei suoi scritti. Ultima pecca da sottolineare – non perché non ve ne siano altre, beninteso – sono le note. Intanto è di per sé poco gradevole che una raccolta di racconti presenti delle note – a meno che non siano necessarie, ad esempio, in presenza di locuzioni dialettali –, ma il vero problema è che Vera Q. ha ritenuto importante spiegare ai suoi lettori cosa sono i Gianduiotti, precisare cos’è l’Autan e chi sono Hannibal Lecter, Rita Levi Montalcini e Roberto Giacobbo – che, almeno per l’imitazione fatta da Crozza se non per il suo ruolo di conduttore e scrittore, si presume sia noto a tanti –. Non si comprende a quali potenziali lettori si stesse rivolgendo l’autrice; le note inopportune portano a credere che Vera Q. consideri il livello culturale – nel senso lato del termine – dei suoi connazionali estremamente basso, ma il linguaggio elaborato e altisonante sembra indirizzato a un pubblico quantomeno avido di letture e informato su ciò che lo circonda. In tutto questo stupisce che una scrittrice come Michela Murgia, vincitrice del Premio Campiello e di tanti altri premi, lo abbia consigliato. Se da un lato i racconti sono in qualche modo originali, la lingua italiana viene continuamente oltraggiata in maniera non sopportabile per chiunque abbia un po’ d’amore per essa. Saper scrivere significa utilizzare sapientemente le figure retoriche, cambiare registro linguistico in base al personaggio che di volta in volta si esprime, e soprattutto rispettare la regola d’oro del show, don’t tell. I personaggi non si descrivono, se non per sommi capi. Devono agire, ed è  attraverso le loro azioni, il loro modo di esprimersi, le loro vicissitudini che si delinea il loro carattere, che suscitano empatia, che rendono il lettore partecipe a trecentosessanta gradi della loro storia.

Il lavoro degli editor consiste in questo: valutare la capacità di un aspirante scrittore di sedurre il lettore, di scrivere correttamente – la conoscenza della lingua e delle sue regole non può essere opzionale – e di comprendere se l’opera avrà successo. A ciò si aggiunge il lavoro di correzione e di miglioramento dello scritto per una sua più facile immissione nel mercato. A essere cambiato nel tempo è invece il ruolo degli editori i quali, in veste di imprenditori, spesso pubblicano libri che avranno sicuramente un grande successo di pubblico ma la cui qualità letteraria non è sempre così elevata come dovrebbe.

A questo punto è lecito domandarsi quale sia il reale confine tra letteratura e spazzatura e soprattutto chi sia autorizzato a delimitarlo. Gli aspiranti scrittori orfani di un editore mancano spesso di autocritica e sono convinti di essere dei geni incompresi, gli editor devono in qualche modo seguire le direttive degli editori per cui lavorano e questi ultimi devono scontrarsi sempre più con le opportunità offerte da aziende come Amazon che non solo permettono l’autopubblicazione a costo zero, ma pubblicizzano i lavori di perfetti sconosciuti al pari dei grandi della letteratura. Inoltre, in un Paese come il nostro in cui si legge poco, diventa fondamentale pubblicare libri che raggiungano il maggior numero di lettori possibile, anche se spesso ciò avviene a discapito della qualità. È anche vero che le case editrici non possono trovare posto per tutti coloro che si sentono scrittori, anche quando magari sono realmente dotati di talento.

Rimane solo il lettore, che poi è l’unico vero giudice in un mondo in cui il ruolo del critico professionista appare sempre più obsoleto. Non si leggono più le riviste specializzate, è più semplice consultare le recensioni fatte dai lettori stessi.

Per concludere, il confine tra letteratura e spazzatura appare sempre più come una delimitazione mentale che gli amanti della qualità continueranno a invocare e gli scrittori privi di talento ma convinti di averlo, a ignorare.

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