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Mediterranea | December 17, 2018

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Le donne e il mondo arabo a Venezia - Mediterranea

Le donne e il mondo arabo a Venezia
Redazione

Venezia (ITALIA)

(tratto dallo speciale VENEZIA 69 Scent of a Woman di Andrea Bettini della newsletter della rete italiana Anna Lindh Foundation a cura della Fispmed ONLUS)

Un’edizione per alcuni sottotono. La mancanza di star e nomi altisonanti del mondo del cinema. Anche il numero degli addetti ai lavori era sicuramente inferiore rispetto al passato. Testate di rilievo che hanno ridotto il numero degli inviati. Responsabili dell’industria cinematografica cupi in volto. Però in una situazione che rispecchia la situazione economica-sociale generale, la qualità media delle pellicole presentate è stata piuttosto elevata. Forse perché proprio nei momenti di crisi, si è spinti a dare il meglio di sè stessi. Nella vita reale e nella fantasia di una creatività applicata.

Sono stati due gli elementi che hanno caratterizzato questa 69° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Il primo è relativo all’attenzione dei cineasti nei confronti del mondo arabo, a temi come quelli dell’integrazione, della diversità culturali e dell’immigrazione. Il secondo è il ruolo rilevante delle donne. Interpreti, sceneggiatrici, autrici e naturalmente registe. Insomma se questa Mostra del Cinema non passerà alla storia per i lustrini e le paillettes da red carpet, potrebbe invece lasciare il segno a livello cinematografico. Come giustamente dovrebbe essere. Sempre.

C’è stato “Wadjda” il primo lungometraggio girato da una donna in Arabia Saudita, Haifaa Al Mansour, al Festival di Venezia. E ci sono state le rivoluzioni egiziana e tunisina, raccontate dai registi Ibrahim El Batout (“Winter of Discontent”) e Hinde Boujemaa (“It Was Better Tomorrow”). La 69° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia ha aperto una finestra sul mondo arabo, i suoi problemi sociali e la voglia di democrazia.

WADJDA
Il primo film girato da una donna in Arabia Saudita

“Parla di una storia come tante: la voglia di una ragazzina undicenne di fare ciclismo, che vive in una societa’ che vieta alle donne di praticare sport considerati per soli uomini”, spiegava ad ANSAmed già alla fine del 2010 Haifaa Al Mansour, la prima donna ad avere impugnato una cinepresa in Arabia Saudita.

Sin dai primi anni 2000 Al Mansour ha iniziato a girare cortometraggi, riuscendo ad aprire la strada a un movimento indipendente di registe che hanno seguito il suo esempio. Ci sono voluti 3 anni per completare le riprese e riuscire a portare a Venezia “Wadjda”, primo film interamente girato sul territorio, con un cast tutto saudita, in un Paese in cui non esistono sale cinematografiche. “L’unica possibilita’ che abbiamo per vedere un film, e’ guidare chilometri e chilometri, fino ad arrivare in Bahrain. Oppure ci sono i dvd e le proiezioni private”, rimarca. Ironia della sorte per un regista. (fonte originale Biennale Cinema)

WINTER OF DISCONTENT
La rivoluzione egiziana di piazza Tahrir

Nella sezione Orizzonti, a parlare di piazza Tahrir c’è stato l’ultimo lavoro del regista egiziano indipendente El Batout. “Winter of Discontent” e’ co-prodotto e interpretato da Amr Waked, gia’ noto in Italia per avere recitato insieme ad Alessandro Gassman in ”Il padre e lo straniero” (2010) di Ricky Tognazzi e al fianco di George Clooney in ”Syriana” (2005).

Tre personaggi – Amr, un programmatore di personal computer, Farah, la sua fidanzata giornalista e Salah, un ufficiale della sicurezza – e il loro legame. Sullo sfondo la rivoluzione egiziana. (fonte elaborato sulla base originale fonte Biennale Cinema)

YEMA, SOMEWHERE IN BETWEEN E IT WAS BETTER TOMORROW

C’è stato pure “Yema”, secondo lungometraggio della regista algerina Djamila Sahraoui.
Un imbroglio famigliare che racconta gli anni schizofrenici del terrorismo nel Paese maghrebino. Sempre per Orizzonti è stato anche presentato “Somewhere in Between”, della regista e sceneggiatrice turca Yesim Ustaoglu. Mentre la rivolta tunisina vissuta al femminile è stata raccontata con il documentario di Hinde Boujemaa (“It Was Better Tomorrow”, Fuori Concorso – Proiezioni Speciali). (testo elaborato sulla base originale fonte Biennale Cinema)

LA NAVE DOLCE E LE PELLICOLE ISRAELIANE

Sempre tra i fuori concorso ci sono stati i lavori di Daniele Vicari, “La nave dolce”, documentario dedicato alla drammatica storia dello sbarco dal “Vlora”, mercantile giunto a Bari su cui erano ammassati 20 mila immigrati albanesi, e “Witness: Libya”, di Abdallah Omeish, lavoro incentrato sui reporter di guerra in Libia e realizzato per il canale statunitense Hbo. Diverse, poi, le pellicole israeliane presentate alla Mostra diretta da Alberto Barbera. In concorso “Fill the Void”, di Rama Burshtein; Amos Gitai con Carmel (Fuori Concorso – Proiezioni Speciali) e Lullaby To My Father (Fuori Concorso) e Idan Hubel, Manatek Ha-Maim (The Cutoff Man) (Orizzonti). (testo elaborato sulla base originalefonte Biennale Cinema)

WATER, SETTE AUTORI CON PERLOV PER UN FILM SULL’ACQUA COME MOTORE DI CONFRONTO

L’oro blu del mondo, l’acqua, diventa motore di confronto e dialogo fra israeliani e palestinesi in Water, il film composto da sette corti di registi esordienti provenienti dal Dipartimento di Film e televisione dell’Università di Tel Aviv (dove è nato il progetto) e dalla Palestina, che ha aperto alla Mostra di Venezia la Settimana della Critica. La pellicola è coordinata dall’israeliana Yael Perlov, già ideatrice di Coffee, altro film collettivo, realizzato due anni fa da autori israeliani e palestinesi, mostrato in 90 festival. “Per Coffee si erano candidati 25 registi, per Water 125” ha spiegato la Perlov in un’intervista.

Circa 70 studenti israeliani hanno partecipato alla produzione del film, lavorando con i ‘colleghi’ palestinesi, incontrati a Tel Aviv e Betlemme. “E’ importante anche politicamente secondo me – spiega la coordinatrice – perché dopo aver preso parte a un progetto come questo ti si risveglia qualcosa dentro”. Fra le storie c’é il corto documentario The Water Seller di Mohammad Fuad su Abu, venditore d’acqua ai palestinesi nella zona di Betlemme lasciata all’asciutto dal controllo dei coloni. “I nostri bambini – spiega Abu – aspettano le gite scolastiche per vedere una piscina”. In Raz e Raja dell’israeliano Yona Rozenkier, un soldato israeliano sull’orlo di una crisi di nervi deve sorvegliare un contadino palestinese che non ha rispettato il coprifuoco per innaffiare i suoi cocomeri. Il famoso attore palestinese Mohammad Bakri racconta in Eye drops una storia vera: il legame creato da lui e i suoi figli con un’anziana israeliana scampata ai campi di concentramento. Now and Forever dell’israeliano Tal Haring è sul curioso dialogo tra una giovane ebrea ortodossa prossima a un matrimonio combinato e un idraulico palestinese. In Kareem’s Pool di Ahmad Bargouthi, regista e montatore a Ramallah, è protagonista un anziano arabo gestore di una piscina frequentata sia da famiglie palestinesi che non hanno mai visto il mare sia da coloni prepotenti. “Ci sono due popoli che dalla costruzione di una barriera di separazione non sanno niente l’uno dell’altra – ha spiegato Bargouthi -. E’ importante provare che possiamo lavorare insieme, vivere come vicini e come amici”. (fonte Ansamed)

L’INTENSITA’ DI MIRA NAIR

Due elementi la contraddistinguono. La veridicità dello sguardo. L’entusiasmo del sorriso. E’ una presenza che non passa inosservata, semmai il contrario. Il suo modo gentile di porsi, le sue eleganti movenze catalizzano in maniera discreta l’attenzione nei presenti.

Precisa, attenta, concentrata, ma allo stesso tempo disponibile. E’ così che appare alle orde dei giornalisti che se la contendono. Traspare la gioia del suo lavoro. Un lavoro che molto di più di una professione. Piuttosto è una missione per Mira Nair in grado di alimentare la sua passione per il cinema e allo stesso tempo di farne emergere il suo naturale talento.

Una donna che se non fosse regista, potrebbe tranquillamente essere un’attrice protagonista.
I presupposti ci sono, forse c’è solo quella latente timidezza, che la fa sentire più a proprio agio dietro la macchina da presa. Intanto è un piacere ammirarla, anche solo un momento nell’attesa di uno scatto di un nuovo fotografo. Poi è immergendosi nei suoi film che inizia un dialogo interiore che permette di coglierne ulteriori aspetti. Del suo carattere. Del suo modo di essere. Tutti contraddistinti però da quella sua personale intensità. L’intensità di Mira Nair.

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