Eleonora d'Arborea interpretata da Caterina Murino
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In una terra piena di contrasti e in un’epoca così piena di luci ed ombre, non poteva che nascere una figura femminile piena di sfaccettature, di mistero e di sorprendenti qualità. Dalle donne potenti che hanno deciso il destino dell’Isola a quelle che umilmente tessevano, fino alle guaritrici, la figura della donna medievale in Sardegna prende connotazioni differenti, confermando la poliedricità della donna nei secoli.

Contrariamente a quanto si pensa, le donne sarde durante il medioevo non vivevano quella situazione di assoluta sottomissione all’uomo e alla società alla quale tutti siamo abituati a credere. Fermo restando che si tratta di un periodo in cui i diritti in generale sono soggetti a variazioni in base al ceto di appartenenza, si può dire che con l’introduzione della Carta de Logu, voluta dalla Giudicessa Eleonora d’Arborea (nella foto impersonata da Caterina Murino) alla fine nel XIV secolo, che modificò e unificò la serie di leggi precedentemente redatte da suo padre Mariano IV dei Bas-Serra, si ponga la questione della regolamentazione dei diritti delle donne. Non si può certo parlare di femminismo, ma di certo stupisce confrontare la posizione della donna all’interno della Carta e quella che fino a pochi anni fa erano le leggi italiane riguardo la violenza sulle donne e il matrimonio riparatore.

Impressiona la severità del codice penale che prevedeva l’ammenda di ben cinquecento lire per chi usasse violenza su una donna, che fosse sposata, promessa o vergine, e che se non avesse pagato la pena sarebbe stata quella che gli venisse “segad’uno pee pro modu ch’illu perdat” cioè tagliato un piede in modo che lo perda. Nel caso che la violenza sia stata perpetrata su una donna nubile era sempre possibile un matrimonio riparatore, ma solo se la donna fosse stata consenziente, altrimenti il violentatore era condannato a procurare una dote alla donna che avrebbe così contratto il matrimonio che più le avrebbe aggradato. Anche qui, se non fosse stato in grado di pagare dote e ammenda la pena era quella della perdita del piede. Una pena non certo dolce, se si pensa che oltre al dolore fisico inflitto c’era anche da prevedere che l’uomo in questione non sarebbe stato più capace di lavorare, e quindi di avere sostentamento, e sarebbe stato così costretto a mendicare e a dipendere dalla società. Visto l’ammontare della pena pecuniaria, (un cavallo da battaglia aveva il valore di dieci lire) era praticamente certa la pena per la maggioranza dei condannati che non appartenessero a famiglie nobili.

È naturale, quindi, pensare che siano sempre stati i ricchi a poterla fare franca, come in ogni società che ci ha preceduto, ma se si raffronta la Carta con la legislazione italiana che ha annullato la possibilità del matrimonio riparatore come metodo di cancellazione del reato di violenza sessuale sulla donna nel 1981, e al quale la donna non si poteva rifiutare (fino al caso estremo e tristemente famoso di Franca Viola, che costituì un precedente), si può intuire quale modernità e rispetto si avesse per le donne. Naturalmente bisogna collocare queste disposizioni nella più ampia griglia in cui la società poneva l’essere femminile. Le donne in Sardegna erano comunque, qualora fossero figlie o mogli, sotto il continuo potere-controllo del marito o del padre, che poteva educare anche con percosse. Ci sono comunque figure di donne, Eleonora in primis, che nel medioevo si sono distinte per la loro capacità di indipendenza e di potere.

La donna nel medioevo oltre ad essere identificata come moglie, madre, donna di potere poteva anche incorrere nella pericolosa situazione in cui venisse additata come strega. Spesso e volentieri le donne che avevano capacità di guaritrici e che sapessero curare in special modo con le erbe, potevano essere additate come seguaci del diavolo. Guaritrici, dunque, ma anche semplici levatrici o novelle erboriste. Diversi sono i nomi attribuiti a queste donne, a sottolineare la loro diversa essenza. Qui naturalmente leggenda e storia si uniscono e si dividono, regalandoci figure mitizzate e frutto della fantasia e donne reali che a causa dell’ignoranza o della persecuzione cristiana hanno dovuto ammettere in umilianti autodafé. Infatti dal primo medioevo fino al più recente settecento la Chiesa, tramite l’Inquisizione, ha combattuto pratiche di guarigione e di sciamanesimo che paiono invece aver attecchito con insolita tenacia in Sardegna, di questi tristi processi ci rimangono oggi documenti molto precisi che ci permettono di capire quanto poco di satanico ci fosse in queste donne.

Cogas, janas, bruxas, surbile, sono solo alcuni dei nomi con cui venivano identificate queste donne che pare avessero poteri e fisionomie diverse. Se le cogas potevano attentare alla vita dei neonati, la notte le janas potevano aiutare a trovare tesori inimmaginabili. Le abrebarojas infine erano capaci di curare attraverso il verbo (brebos), la parola. I brebus sono infatti dei rituali dove la parola è la parte viva, e tramite la parola con l’invocazione ai santi che si mischia all’invocazione pagana si ottiene la guarigione del malato. I brebus hanno resistito fino ad oggi e sono ancora le donne a praticare questo rito.

Ecco che la figura femminile passa dall’estremo campo terreno in cui si parla di violenza e percosse a quello dell’intangibile, in cui fa da tramite fra umano e divino e umano e profano; dove può trasformarsi da donna ad essere sovrannaturale, da portatrice di bene e di cura a vittima di processi ingiusti. La figura femminile nel medioevo sardo è piena di sfaccettature tutte interessanti, la vita stessa delle famiglie veniva scandita da manufatti che nascevano nelle mani delle donne, che attraverso l’arte tessile accompagnava ogni grande evento familiare. Le donne, quindi, sono presenze importanti per la società dell’epoca perché sono chiari indicatori del grado di civiltà presente. L’atteggiamento verso le donne nella Carta de Logu ci indica attenzione verso il loro diritto di scelta, il passaggio di conoscenza da donna a donna delle erbe e dei loro poteri curativi, ci danno l’impressione che fossero anche detentrici di sapienza. Purtroppo esiste l’altra faccia della medaglia, che le vede assoggettate agli uomini e alla Chiesa, che spesso hanno abusato del loro potere. In un certo qual senso e con la dovuta prudenza, si potrebbe dire che poco è cambiato, leggi e società danno loro diritti altalenanti e la possibilità di essere additate come “streghe” seppur di genere diverso da quello medievale, è ancora presente.

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