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Mediterranea | December 17, 2018

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Un Commento

L'Arte come strumento della disabilità - Mediterranea

L’Arte come strumento della disabilità
Serena Maffei

Chi è il disabile? Semplicisticamente si potrebbe affermare che sia una persona che non possiede una o più abilità. Se si focalizza sulla locuzione una o più abilità, vien da sé dedurre che comunque quell’individuo ne abbia delle altre. Mi riferisco sia alle disabilità fisiche che psichiche, poiché anche queste ultime, con meccanismi differenti, possono portare alla totale mancanza di abilità in un mondo dove la frenetica corsa verso il successo personale concede poche soste e ripensamenti.
A questo proposito si parla di Diversa Abilità, il più delle volte vista come una di quelle locuzioni politicamente corrette, ma che secondo me rappresenta molto bene l’approccio positivo alle problematica, ed è su questo che vorrei concentrarmi.

La storia di Simona Atzori è un esempio davvero straordinario che fa leva proprio su questo. Ho appreso la sua vicenda attraverso un servizio in tv in cui la avevo vista danzare, che mi aveva davvero stupito e portato a riflettere. Per chi non la conoscesse, lei è nata nel 1974 a Milano da genitori sardi, e dalla nascita è priva delle braccia. Scopro che prima della danza, già da quando aveva quattro anni, aveva cominciato a dipingere, e da allora non ha mai smesso di esercitarsi e di migliorare, iscrivendosi a un corso di laurea in Arti Visive in Canada, titolo conseguito nel 2001. Lei tiene il pennello con il piede. Realizza opere pittoriche prevalentemente con l’acquarello, e si dedica anche alla decorazione su ceramica. I suoi lavori sono molto curati e mi fanno pensare quanta precisione e coordinazione deve possedere un individuo per realizzare lavori di livello con tecniche che richiedono oltretutto una grande meticolosità. Ma d’altronde, già vedendola ballare potevo immaginarmi la sua enorme capacità di controllo del corpo. Non è un caso anche il fatto che abbia aperto la quarta serata del Festival di Sanremo del 2012. É di sicuro una storia positiva, una storia densa di idee e di progetti che vanno dalla danza all’arte e che sono raccontati anche nel suo libro, dal titolo molto significativo: Cosa ti manca per essere felice? (Mondadori, 2012), che ben rappresenta che si possono raggiungere dei risultati eccellenti anche nelle situazioni apparentemente più difficoltose.

Scopro con le mie ricerche che Simona Atzori non è la sola in questo ambito a dedicarsi alla pittura: fa parte del collettivo SPAM (Solo Pittori e Artisti Mutilati), una ditta commerciale che si occupa della vendita e della diffusione di opere di pittori che utilizzano solo la bocca ed i piedi per sorreggere il pennello. Tra gli esponenti di spicco Natalina Marcantoni, Luca Bucchi e Tranquillo Fregoni. Sfogliando la gallery del sito di SPAM e i siti personali degli artisti ho colto una grande delicatezza artistica, distante dall’obiettivo “successo-a-tutti-i-costi” e invece molto vicina al significato più profondo dell’arte, cioè comunicazione in primo luogo. Attraverso SPAM le opere vengono ogni anno raccolte e commercializzate in diverse forme o esposte al pubblico nelle gallerie d’arte, e ciò ha permesso a tantissimi artisti di tutto il mondo di creare un circuito molto interessante poichè, al di là del risultato molto buono, utilizza l’handicap come punto di forza. Valorizzare queste opere significa anche fornire agli artisti l’opportunità di realizzarsi, e nei casi più fortunati di vivere del proprio lavoro, trasmettendo un messaggio molto importante sia dal punto di vista umano che sociale: quello dell’inclusione e dell’integrazione.

Vorrei spendere due righe anche a proposito della disabilità psichica, poiché quando si parla di disabilità predomina spesso quella fisica, senza riflettere sul fatto che il disagio mentale talvolta può essere un blocco altrettanto consistente a livello sociale. Ed anche in questi casi l’Arte può fornire una valvola di sfogo e di miglioramento.
L’analisi del rapporto tra arte e disagio mentale non rappresenta una novità: l’Art Brut teorizzata da Jean Dubuffet a metà degli anni ’40 ben aveva interpretato questo legame poiché diversi artisti che rientrano in questa categoria in molti casi furono internati in ospedali psichiatrici (ad esempio gli svizzeri Adolf Wölfli e Aloïse Corbaz, l’italiano Carlo Zinelli) ed è risaputo che molti altri artisti storicizzati avessero delle patologie psichiche non da poco, basti pensare anche a Van Gogh, Goya, Camille Claudel, Pollock. Queste personalità hanno riversato nella loro produzione artistica la malattia. Possiamo già parlare di Arteterapia?… E’ una tecnica che val la pena citare in questo argomento. Si tratta infatti di percorsi d’appoggio alla terapia tradizionale, a diversi livelli, soprattutto nel trattamento di patologie come schizofrenia e autismo, essa si concentra non sul lato estetico del lavoro ma su quello comunicativo e significativo, il più delle volte perchè il paziente ha difficoltà nella comunicazione verbale e si esprime meglio magari modellando, danzando, dipingendo o scrivendo. L’arte moderna e contemporanea hanno reso questo processo più scorrevole: libertà nelle tecniche, negli strumenti e nei materiali. Questo a dimostrazione che l’arte e la creatività possono rivelarsi uno strumento positivo anche in caso di problematiche psichiche.

La storia quindi insegna che esistono molti esempi di personalità che hanno segnato l’arte, la musica e la letteratura nonostante evidenti lacune fisiche e psichiche: Toulouse-Lautrec era affetto da una malattia che bloccò la crescita delle sue gambe quando era ancora bambino, Beethoven cominciò ad avere delle avvisaglie della sordità a 26 anni e finì per diventare totalmente sordo, Leopardi sviluppò dei gravi problemi alla vista, alla colonna vertebrale e conseguentemente di natura psichica.
Se quindi è vero che l’handicap genericamente toglie o limita una capacità, è anche vero che dall’altra può stimolare a sfruttarne altre, trasformando la percezione della disabilità in condizione favorevole per la realizzazione personale.

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