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Mediterranea | November 16, 2018

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L'Art Brut e Filippo Bentivegna - Mediterranea

L’Art Brut e Filippo Bentivegna
Serena Maffei

Davanti a un’opera d’arte particolarmente accattivante, spesso, può avvenire la reazione di commentarla con “ma questo artista è pazzo!”. Capita di affermarlo anche per inventori, per poeti d’avanguardia, per musicisti, per ogni persona che esuli dalla routine della normalità.

In fondo, tutto ciò che esce fuori dagli schemi imposti viene spesso giudicato “strano”, “folle”, per usare degli eufemismi.

Esistono da sempre numerosi luoghi comuni che legano l’arte alla follia. Gli esempi sono davvero tanti, dal momento che la storia dell’arte è ricca di personaggi bizzarri che sono ricordati, oltre che per le loro opere, anche per comportamenti anormali.

Mi viene in mente la tormentata esistenza di Munch dipinta in opere dalle linee colme di angoscia, Francisco Goya affetto da un Saturnismo1 che lo portò alla depressione, per non parlare di Michelangelo, anch’egli afflitto da depressione, o ancora Leonardo che nella sua ossessiva ricerca scientifica, usava, come racconta il Vasari nelle Vite, trafugare i cadaveri per poter studiare dal vivo il corpo umano e meglio riprodurlo nelle opere.

Lo stesso discorso può essere riportato nell’ambito dell’arte contemporanea: molti lavori sono disprezzati perché “troppo stravaganti”, “senza senso”.

É d’obbligo una riflessione fondamentale: ricordare cioè che l’arte non è altro che la trasposizione di moti d’animo. Tutti noi sappiamo -chi più chi meno- che i sentimenti, le emozioni, i pensieri, talvolta un senso non ce l’hanno proprio: partono dall’istinto.

E oggigiorno l’istinto forse non si esprime più con ovali perfetti, o muscoli guizzanti, o paesaggi descritti fino in lontananza. Benché meritevole e degno di lodi, questo forse è troppo scontato. La bravura, si sa, con insegnamenti e studi accurati è raggiungibile dai più, ma il genio? Quello non si impara dietro a un cavalletto, credo.

Esso scaturisce da una visione oltre le righe, una sensibilità molto acuta. E chi è particolarmente sensibile, spesso soffre. Le reazioni possono essere molteplici, ed una di queste è sicuramente il disturbo mentale. Incappare in una depressione, per fare un esempio diretto, o subire un cambiamento repentino del carattere in seguito a un trauma, non significa comunque essere pazzi. Eppure l’immaginario comune “ama” etichettare tutto questo come follia.

Recentemente ho fatto una piacevole scoperta che ha numerosi legami con questa tematica: L’Art Brut, meglio conosciuta come Outsider Art, o per meglio intendersi, Arte Grezza. Numerosi degli artisti in questione, infatti, erano dichiarati a tutti gli effetti mentalmente insani. Ciò che rende speciale questa “categoria” (anche se questo termine risulta essere un po’ forzato) è il fatto che, come afferma il suo principale teorico Jean Dubuffet, non sia assolutamente contaminata da accademismi: è un’arte pura, che plasma in maniera assolutamente fedele ciò che scuote la personalità dell’artista, ed è dettata da impulsi creativi autentici. L’artista non bada all’acclamazione, al successo, alla concorrenza, come dice Dubuffet, ma solo a ciò che si muove dentro di lui.

Un esempio fortemente mediterraneo che vorrei prendere in considerazione è sua “eccellenza” Filippo Bentivegna.

Anche se fece l’esperienza di una permanenza negli Stati Uniti, che dovette interrompere, la sua storia si svolse interamente in Sicilia, a Sciacca, cittadina costiera in provincia di Agrigento che guarda dritta negli occhi il nostro mare Mediterraneo. Filippo Bentivegna si recò intorno al 1913 negli Stati Uniti per cercar fortuna, come molti italiani del Sud, e lì si innamorò -si dice- di una ragazza dagli occhi neri. Non fu il solo però. Infatti, secondo ciò che si racconta, un rivale in amore lo colpì violentemente al capo. Questo trauma lo tenne immobilizzato per diversi giorni, e pare che da quel momento non fu più la stessa persona.

La sua carriera lavorativa cominciò a scemare: considerato inadatto a qualsiasi impiego a causa della sua instabilità mentale, fu costretto a tornare in Sicilia dove subì nel 1919 un processo per diserzione (era appena finita la Prima Guerra Mondiale) in cui fu dichiarato infermo mentale, perciò non dovette più scontare la pena in carcere e fu liberato. Tuttavia, poiché non era pericoloso, gli fu concesso di acquistare un vasto podere, dove si dedicò alla scultura e anno dopo anno plasmò il suo Castello Incantato, scolpendo sulla roccia viva decine e decine di teste, di tutte le grandezze, spesso malinconiche, talvolta rappresentanti personaggi importanti, come Mussolini, Dante, Garibaldi.

Scavò dei cunicoli sempre più profondi alla ricerca di pietre morbide e facilmente modellabili per accrescere la sua collezione. Il Castello Incantato, così nominato successivamente, diventò il suo regno, e si dice che le teste potessero rappresentare i suoi sudditi, e che coloro apprezzassero i suoi lavori fossero insigniti di un titolo speciale, come ad esempio fu per il pittore svedese Liliestrom, nominato dignitario di corte.

Numerosi altri artisti di diverse nazionalità possono essere annoverati in questo “girone” molto criticato, e tra di essi diversi italiani: Carlo Zinelli, o ancora Agostino Goldani e Tarcisio Merati. Nelle loro biografie ricorrono termini come schizofrenia, sindrome dissociativa, psicosi, ritardo mentale. Tuttavia credo sia importante osservare come ciò non abbia impedito ai critici di riconoscere la genialità di queste personalità e di capire quanto il loro modo d’esprimersi potesse rappresentare un genere innovativo ed autonomo.

Il concetto di arte come perfezione estetica ed imitazione della realtà è stato abbandonato dai tempi dell’espressionismo, se non prima: da allora l’artista mette in piazza se stesso, i suoi crucci, i suoi pensieri più profondi. Credo che l’Art Brut permetta di realizzare che talvolta la malattia mentale non rappresenta un ostacolo all’evolversi dell’arte, ma un potente catalizzatore.

 


 

1. Il Saturnismo è una grave intossicazione causata dal piombo, che è contenuto anche in alcuni pigmenti colorati: Goya infatti inumidiva il pennello con la bocca.

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