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Mediterranea | November 12, 2018

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L'ansia del futuro, il futuro dell'ansia - Mediterranea

L’ansia del futuro, il futuro dell’ansia
Claudio Basile

Allorquando un singolo individuo abitante nell’attualità del mondo contemporaneo si ponesse una domanda chiarificatrice sulle sue sorti nel prossimo futuro, potrebbe capitargli di sentire qualcosa che si avvicini alla descrizione del sintomo ansioso: un po’ di sudore, un leggero tremore, un accenno di palpitazioni, una diffusa sensazione di malessere che sembra non avere origine da nessun ‘comparto’ fisiologico, ma che si estende per il proprio corpo ed offusca un po’ la mente, poiché sarebbe tenuto a rapportarsi con una assoluta incertezza, sia dal punto di vista personale che da quello più meramente collettivo. Ed è una sensazione sempre più condivisa, tanto che, oggi, si parla di ‘Disturbo di ansia sociale’ (presenza di grande paura, talvolta incontenibile, nell’interazione con altre persone. Tale disagio che la persona prova lo limiterebbe nello sviluppo di relazioni sociali, e si rifletterebbe in gravi restrizioni della vita sociale, oltre ad un peggioramento nei compiti scolastici e professionali del soggetto).

Un soggetto con Disturbo d’Ansia Sociale teme di parlare in pubblico poiché molto preoccupato dal fatto che altri notino le sue manifestazioni d’ansia o perché teme di essere sembrato poco chiaro nell’interazione; inoltre, tende ad evitare di mangiare e bere in pubblico, usare i bagni pubblici o scrivere davanti agli altri. Ancora, ha difficoltà a compiere atti naturali quali il chiamare al telefono qualcuno che non si conosce bene, entrare in una stanza dove altre persone sono già sedute o prendere la parola ad una riunione; per finire, ha sempre l’impressione di essere fuori luogo, spesso proprio in relazione alla sua vita, ed a ciò che la riempie, manifestando, quindi, una costante sensazione di incertezza per il suo futuro esistentivo.

La quantità in aumento di persone che tenderebbe a provare tale stato di ansia, starebbe a dimostrare quanto il legame sociale, attualmente, sia in serio bilico, e le ‘notizie’ spesso divulgate di ‘apocalissi’ prossime, di ‘fine del mondo’, rinvigorirebbero tale ‘status’, tanto da far ripensare ai passati ‘millenarismi’ che affastellavano epoche trascorse nel confronto con le naturali incertezze di un futuro al di là da venire (a riprova di questo, capita di interloquire spesso con persone, di solito molto giovani, spaventate da uno dei ‘must’ dell’attualità, la ‘Profezia dei Maya’, che starebbe ad indicare una ‘previsione’ di qualche cambiamento nell’ordine del mondo presente, che taluni interpreterebbero addirittura come la ‘fine’ di tutto, o, in casi più benevoli, come una possibile trasformazione spirituale dell’era odierna. Tutto ciò partirebbe dal calendario maya, nella fattispecie del ‘b’ak’tun’, ossia, un ciclo pari a un periodo di 144.000 giorni (ossia circa 400 anni), in cui ogni b’ak’tun è formato da venti ‘k’atun’ (periodi di circa 20 anni), in cui al 20 dicembre 2012 corrisponderebbe il 13º b’ak’tun (12.19.19.17.19 nella notazione originale del calendario) a cui farà seguito, il giorno successivo, ossia il 21 dicembre, nel quale dovrebbero avvenire ‘sconvolgimenti’ tali, da rendere molto incerto l’avvenire della Terra, sotto vari aspetti).
Tutto ciò, inevitabilmente, ci riporta molto indietro, ai tempi dell’epoca del Medioevo, dove esistevano ‘canoni’ di vita completamente differenti da quelli della Contemporaneità.

Una delle ‘idee’ che sembrano mutate oggi, rispetto a quel periodo, e che sembrerebbe aumentare l’ansia del futuro, è quella del rapporto dell’individuo singolo con la morte. Probabilmente, l’essere umano, durante quel periodo storico-sociale, non aveva ancora dimestichezza con le forme dell’individualità, poiché era inserito in un contesto dove un legame sociale era già dato, e tutto sembrava avere un ‘posto’ prefissato e difficilmente modificabile. Ciò conferiva a coloro che vivevano all’interno di quel ‘sistema’, una diffusa sensazione di sicurezza, rispetto allo scorrere del tempo, che veniva ancor di più ratificata da un esercizio di fede, condiviso da quasi tutti gli ‘attori’ di quel periodo.
C’era una ricerca di un ‘assoluto’ interiore, che, pur con le ‘spinte’ di imperativi politici e legislativi, riusciva a resistere meglio ad influssi esteriori, diremmo, di corruttibilità (sebbene, esempi non consoni a tale stato di cose, esistevano anche allora), in un manto quasi di ‘genuinità’ infantile, che rapprendeva totalmente l’uomo singolo, seppur all’interno di una rete sociale fatta di chiesa, città, Stato.

Le varie trasformazioni sociali che sancirono la fine del periodo medioevale, contribuirono a portare l’esistenza dei singoli verso un nascente individualismo, che tese a sovvertire quelle che erano state le certezze costruite durante tutto quel periodo, prima di tutte, la fede religiosa. Una maggiore agiatezza, unita ad una dimensione di potere più ampio nelle umane vicende, minarono quel dato ‘istinto’ di solidarietà, che in poco tempo, tese a disgregarsi.
Inoltre, tale situazione si palesò ancor di più, poiché dalle modalità cooperative di un tempo, si passò ad un desiderio di competizione sociale, che sciolse quasi del tutto l’uguaglianza tra persone, sotto il significante della fede in Dio.

Questo fece nascere maggiore libertà individuale, ma, contemporaneamente, originò anche la sensazione di ansia, che prima era molto più sottesa e controllata. E accadde che ci fu una sorta di ‘scissione’ nella possibilità di trovare diversi e nuovi punti di riferimento ai quali appoggiarsi. Da una parte, tale stato di esistenza inquieta diede impulso a nuove conoscenze di carattere scientifico, che prima erano maggiormente limitate dalle ‘verità’ non sindacabili, proposte dalla Chiesa; e dall’altra parte, ci fu una sorta di ‘regressione’ angosciosa, verso un pensiero ‘magico’ molto poderoso (fu il tempo delle discipline alchemiche, che, attraverso la ricerca di una ‘pietra filosofale’, cercassero di bandire tutto ciò che di malvagio si era venuto a creare, così come il frequente ricorso a un’antica ritualistica demonica che cercò di rendere l’uomo padrone del proprio destino, nonché di quello altrui, naturalmente non riuscendovi).
Ciò che sembrava essersi instillato nelle persone, era una incapacità di affrontare la propria finitudine, di ‘consegnarsi’ ad una eternità non più così certa, tanto da far fiorire l’idea che ci potessero essere una ‘buona’ ed una ‘cattiva’ morte, e che ciò dipendesse anche dalla capacità del singolo di potersi preparare ad addivenire all’una o all’altra. Nacque così una fiorente letteratura di ‘manuali’ per affrontare la propria singola dipartita, che spingevano, in sostanza, a coltivare la propria confessione del male ed il pentimento per questo (tentando, quindi, di ripristinare un po’ di quell’esercizio ieratico perduto con il passare degli anni).

Tutto questo, però, non bastò a trasformare l’idea della propria fine, in qualcosa di consolatorio, cosicché il livello dell’ansia, sia singola che collettiva tese di nuovo a ricrescere. Ed allora fu la nuova e crescente medicalizzazione a dare una speranza se non di sconfiggere o ‘ingraziarsi’ la morte, perlomeno di rinviarla al più tardi possibile, adottando, oltre a costanti cure mediche per cercare, nel possibile, di rallentare i processi di invecchiamento, anche una ‘metodica’ di tipo comportamentista, ossia, una manualistica che consigliava di familiarizzarsi con il pensiero della fine terrena, della possibile sofferenza per questo, del praticare una assoluta indifferenza in forma di esercizio di ‘apátheia’ (gr. ‘απ?θεια’), di derivazione stoica, por potersi distaccare sapientemente dal pensiero della morte. Con l’avvento, tra il 19° ed il 20° secolo delle moderne tecniche mediche, vere e proprie ‘armi’ contro la ‘invasione’ di virus, batteri, cellule ‘cattive’, il discorso sull’ansia della (propria) morte si è tentato sempre più di allontanarlo, di ‘rigettarlo’, nella speranza di una migliore esistenza in vita.

E tale ‘rigetto’ sembrerebbe essere diventato una sorta di ‘tabù’ tendente ad essere nella mente delle singole persone, incessantemente ‘combattuto’ (nel tentativo di diminuire l’ansia e l’inquietudine di una esistenza destinata a terminare) con differenti ‘alambicchi’ contenenti nuovi ‘rimedi’ verso tale angoscia:
a) nuove ‘proposte’ di spiritualità: i movimenti ‘New Age’ ed l’insieme di post-sincretismi rinvenibili sempre più copiosamente, in ‘pratiche’ e manualistiche di dubbio spessore culturale; nuove forme di ‘sciamanesimo’, in una sorta di recupero di un pensiero animistico/magico che vorrebbero ristabilire quel contatto umano che è frutto di culture molto diverse dalla nostra, nelle quali tali ‘tecniche’ hanno un significato esistenziale ben più radicato ed importante di ciò che si potrebbe recuperare nella cultura occidentale; il ritorno alle discipline orientali, che ebbero un importante influsso durante la contestazione giovanile degli anni 60/70 in Europa, con i famosi ‘viaggi in India/Tibet/Nepal’ per ‘ritrovare se stessi’, ma che ora, completamente decontestualizzate e detemporalizzate, rischiano di divenire soltanto una caricatura di quella che è, in effetti, una cultura millenaria, degna del massimo rispetto, ma molto lontana dai costumi dell’Occidente;
b) Situazioni di wellness e ‘cura di sé’: il dirigersi di molte persone verso i sempre più numerosi ‘centri di benessere’, che porterebbero una ‘centrifugazione’ rispetto alla vita sociale in favore di un individualismo ricercato per sconfiggere l’incedere di un tempo d’invecchiamento fisiologico , e quindi, del deperimento del corpo in vita (che avrebbe dalla sua, ancora oggi, una data inesorabilità), per cercare di arrivare ad una sorta di ‘incapsulazione’ di una personale felicità salutistica, che, invece, rischia di proporre una ‘modellizzazione’ del corpo umano, piuttosto incline alla ‘mascherata’ più che alla ‘vivificazione’ del proprio essere-nel-mondo);
c) il circondarsi di ‘oggetti-gadgets’ e ‘technè’ virtuale: la ricerca, ossessiva, anti-economica, gruppale, dei nuovi ritrovati della tecnologia, come I-pad, I-phone, Play-stations, GPS, etc., apparecchiature sempre più piacevoli e sofisticate, ed, apparentemente, sempre più comprensive di ‘funzioni’ accessorie con una utilità non meglio precisata, e, molto spesso, ridondante rispetto ad un uso generale, che hanno come caratteristica propria una rapida obsolescenza, dovuta a continui ‘up-grades’ forniti dalle case costruttrici, che così facendo, tendono a spingere il pubblico ad un continuo acquisto dei nuovi e più ‘performanti’ modelli, in una sorta imperativo kantiano/lacaniano “Compra, e Godi!”; o il proliferare della Rete, con il web-blogging e i social networks, riempitivi, probabilmente, di ‘vuoti’ esistenziali e/o ‘trampolini’ di rivendicazioni isteriche/perverse, sotto la ‘marca’ di ipotesi di cambiamento socio-politico-personale, che sembra essersi radicato nell’Immaginario dei singoli partecipanti, e che, spesso, in realtà, si traduce in una sorta di odierno ‘tam-tam’ in stile Navajo, dove al posto delle nuvole di fumo ci si scambia ‘nuvole’ di bytes, per cercare di rasserenare soprattutto se stessi, del fatto che si è vivi, e che si è collegati quotidianamente alla collettività del Virtuale);
d) Utilizzo di sostanze ‘alteranti’ la coscienza e/o il corpo: additivi iper-eccitanti posti in molti prodotti di consumo originariamente semplici, pillole ‘compensanti’ per qualsiasi possibile ‘deficit’ dell’essere umano, psicofarmaci ‘supportanti’ ed ‘anestetizzanti’, tesi a ‘cancellare’ i sintomi che appaiono nell’individuo a segnalare che qualcosa della propria soggettività non va tanto bene, ributtando così indietro ‘ad libitum’ l’importanza della ‘formazioni dell’Inconscio’ (sogni, lapsus, atti mancati), dove, seguendo la definizione che ne da’ J. Lacan, ‘il sintomo è un nodo di segni’, perdendo così la possibilità di ‘dis-annodare’ i sintomi dal proprio vissuto esistentivo;
e) Geografie di ‘evasione’: la ricerca di luoghi ‘incantati’ e lontani, dove sia possibile trascorrere quello che alla fine resta un periodo minuscolo della propria vita, ma che sembrerebbe distillare ricordi ‘memorabili’, tanto da non poterne fare a meno, pena l’avvento di un pensiero depressivo pre-vacanziero ove mai ciò non fosse possibile per determinate ragioni (disponibilità di denaro e/o di tempo, traversie famigliari);
f) La frequentazione di ‘non-luoghi’ (secondo la definizione che ne da’ l’etnologo francese Marc Augè, ossia, “uno spazio che non può definirsi né identitario, né relazionale, né storico”): l’incedere costante e diffuso di singole persone e gruppi familiari verso le nuove ‘cattedrali’ del Consumo, ossia, super ed iper-mercati, ricchi di molto ciò che per una famiglia media, presa dalla limitatezza del ‘capitale’, non sarebbe necessario, ma costituente un richiamo denso di una promessa di ‘godimento’ suppletivo/supportante, ancorché superfluo, rispetto alla banalità dell’Attuale, alla pesantezza del quotidiano ‘(in)finito’, oltre alla possibilità di creazione di nuove ‘agorà’, disidentitarie, dove la moltitudine contemporanea tende a ritrovarsi, e a ‘canonizzare’ la propria vita quotidiana, sostando molto più del tempo necessario a fare acquisti reali (che, anzi, diventano qualcosa di superfluo), per usufruire di tutto ‘l’intorno’ di tale spazio (pizzerie, ristoranti, multi-cinema), ponendosi così la questione che una o più intere generazioni di ragazzi, avranno nel loro background conoscitivo, non più una vera piazza, parco, giardino comunale come ‘memento’ della loro infanzia, quanto parchi-gioco tecnologici, vetrine a led infrarossi, scale mobili, parcheggi sotterranei/sopraelevati, in una sorta di ‘architettura di passaggio’ infantile che cancellerà del tutto la traccia dell’ “Homo naturalis”;
g) L’utilizzo, sempre più diffuso e ‘dispersivo’ di pseudo-terapie ‘orto-disciplinari: l’avvento di nuove forme di ‘disciplinarietà’ terapeutica, di pragmatismo di ‘contatto’ conformistico, di derivazione anglosassone, quali ‘counseling’, ‘coaching’, ‘mind-managing’, ‘spiraling’, ‘reiki-consulting’, etc, che tenderebbero, appunto, ad ‘ortopedizzare’ il corpo e/o pensiero del singolo soggetto, in una sorta di foucaultiana ‘biopolitica terapeutica’, con quello che M. Recalcati, psicoanalista, definisce una sorta di ‘dressage psicoeducativo’, teso ad apprendere tecniche di consolidamento dell’Io soggettivo, a mirare alla suggestione del paziente, incline al ‘reclutamento’ semantico della nozione di ‘disturbo’ in luogo di quella di ‘sintomo (come spiegato precedentemente), laddove si crei non una situazione normale di ‘transfert’ terapeuta-analizzante, ma una nuova forma di terapeuta ‘soggetto-supposto-sapere’, nel quale cade l’aggettivo ‘supposto’, e prenda forma una moderna figura di leader carismatico, che tenderà ad orientare sempre in maniera corposa le eventuali ‘scelte’ del soggetto che si è rivolto ad esso, lasciando che cresca sempre di più un’altra nuova ‘figura’, ben più numerosa, rappresentata, sempre seguendo la ‘direzione’ indicata da Recalcati, di ‘Uomo senza inconscio’.

Tutto ciò indicato, unito al ‘fattore guerra’ da sempre presente nel mondo, nonostante si siano potuti raggiungere, nella maggior parte del globo, situazioni di vivibilità pressoché ottimali (anche se un’altra parte della Terra, proprio a causa di una dicotomia ‘perversa’, pur magari possedendo ricchezze tangibili, quali petrolio, oro, etc, proprio perché sfruttata costantemente da chi ha reso tali ‘sostanze’ necessarie per il proprio benessere interno, tenderebbe a non avere tali condizioni di vita sufficientemente adeguate, lasciando che nuove generazioni crescano nella povertà e nella indigenza), lascia che si sviluppi un sentimento di angoscia e di sfiducia vero il proprio ed il collettivo futuro, tale da poter essere avvolti da un neanche troppo velato senso di pessimismo, che, altrimenti, potrebbe essere ‘pervertito’ solo da un impegno, sia degli Stati che dei singoli appartenenti ad essi, tendente ad una minore discriminazione del soggetto ‘nomade’, ad una migliore distribuzione delle risorse presenti sulla Terra (sia naturali, che in termini di merce), ad una maggiore condivisione delle questioni socio-politiche che ciascun Paese ponga all’attenzione degli altri, e ad una maggiore riduzione dei consumi nei Paesi cosiddetti industrializzati, attuando nuove forme di ‘descrescita economica’, che, pur lasciando spazio al Reale del singolo individuo, tengano ben presente l’insieme del Simbolico (sotto forma di parola e legame sociale) che dovrebbe interessare tutti gli ‘abitanti’ del globo terracqueo.

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