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Mediterranea | November 12, 2018

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La Viticultura e l'Enologia Itinerante di Roberto Cipresso tra Vecchio e Nuovo Mondo

La Viticultura e l’Enologia Itinerante di Roberto Cipresso tra Vecchio e Nuovo Mondo
Gaetano Cataldo

Sono già passati due anni dall’ultimo incontro tra Roberto Cipresso ed il nostro Giornale ed il Mondo Enologico, fluido e mutevole, affronta nuove sfide, sia che si tratti del rispetto territoriale che dell’obbedienza ai mercati, sempre più competitivi, piuttosto che ad assecondare nuove tendenze.

Con ilconcept 43° Parallelo e Wine Circus Roberto Cipresso ha già tracciato il suo sentiero da anni, rendendo omaggio ad ogni singolo territorio in cui è chiamato ad operare, affrontando situazioni fuori dall’ordinario tra il Vecchio ed il Nuovo Mondo in un continuo desiderio di equilibrio sostenibile tra uomo, vite ed ambiente. È proprio da Wine Circus a Montalcino, un vero e proprio polo di ricerca e sviluppo, che Roberto Cipresso trova soluzioni “taylor made” per chi desidera avvalersi della sua esperienza, sostenendo attività didattiche e mantenendo relazioni costanti con le più importanti Università. Wine Circus resta un contenitore di idee e visioni dalla struttura estremamente dinamica e razionale in cui si esagita la dirompente passione di Roberto per tutto ciò che fa ed in cui crede. Dai suoi ultimi exploit in Argentina ecco che l’enologo della Viticultura ed Enologia itinerante ci racconta, col suo inconfondibile entusiasmo, dei frutti raccolti dalle ultime fatica e svela per Mediterranea Online gli ultimi progetti in divenire.

Dalla “First Edition” di PiedrasViejas ne è passata d’acqua sotto ai ponti. Com’è andata? Ha riscontrato peculiarità vendemmiali tra la prima e la più recente annata?

Il progetto Piedras Viejas, espressione di un Terroir  estremo, ha rappresentato un investimento molto impegnativo, in termini di fatica, tempi di attesa e costi di realizzazione: per la prima volta nella mia vita ho partecipato in questo caso al tentativo, molto duro nelle prime fasi ed infine riuscito, di adattare la vite impiantata alla crosta che la ospita. Il primo fiore al quale ha fatto seguito il primo grappolo, ovvero la prima produzione, lo abbiamo avuto soltanto al quarto anno di vita dell’impianto; peraltro, oltre alle difficoltà appunto connesse al metabolismo delle giovani viti in fase di adattamento, abbiamo avuto molti problemi anche con l’approvvigionamento idrico: avevamo convogliato l’acqua di sorgente proveniente direttamente dai ghiacciai in un laghetto, dal quale attingevamo per i fabbisogni del vigneto; a seguito di un forte terremoto in Cile però, questa vena è scomparsa e abbiamo dovuto costruire un pozzo per prendere acqua dalla falda freatica, portando la corrente elettrica da valle. Il primo frutto, circa 28 litri di vino da 30.000 piante, destinati ad essere bevuti con gli amici più intimi, è stato da subito sorprendente per la sua elevata e particolarissima intensità. L’annata 2018, ancora in barrique, corrisponde a circa 2.500 litri, destando ancora una volta stupore perché, all’intensità alla quale le annate precedenti ci hanno abituato, vanno ad aggiungersi elementi di vibrazione e sapidità a testimonianza della capacità del vigneto, davvero insolita per impianti così giovani, di veicolare la mineralità dell’ambiente circostante nel calice  traducendola in espressione sensoriale.

Effettivamente il gradimento che il Malbec sta raccogliendo anno dopo anno, anche grazie al MalbecDay, è evidente. Cosa ci può dire in proposito della kermesse del vino argentino a Milano di qualche mese fa?

Sono intanto molto contento che il Malbec sia celebrato a Milano, in una cornice così bella e prestigiosa come il Westin Palace Hotel. E ciò grazie al lavoro instancabile di Federico Bruera e alla collaborazione dell’AIS. Sono anche fiero di essere stato scelto come guida alla degustazione dei migliori Malbec protagonisti dell’evento. Per la mia esperienza professionale sono molto legato a questo vitigno, che ha il fascino unico di essere una sorta di sintesi e punto di incontro tra Vecchio e Nuovo Mondo del vino; idealmente, la cultura europea impiantata su suolo argentino.

L’Argentina è una Terra che nel tempo dimostra sempre più la sua grande vocazione enologica. Potrebbe aiutarci a distinguere le aree vitivinicole più importanti di questo Paese?

L’Argentina del vino si compone di tre macro-aree principali: la zona di Mendoza, capitale indiscussa del vino argentino, quella di Salta/Cafayatea Nord di Mendoza ed infine quella della Patagonia a Sud. L’argentina è molto estesa in senso latitudinale: per fare un esempio, tra le aree viticole più a sud e quelle più a nord c’è una distanza simile a quella che in Europa sussiste tra Marrakech e Londra. I contesti produttivi sono quindi molto diversi tra loro, senza considerare gli altri fattori di influenza, come la distanza dall’Oceano o l’altitudine. Dalla viticoltura argentina del futuro dobbiamo secondo me attenderci un buono sviluppo dell’area della Cordigliera tra Cafayate e Mendoza, che arricchirà il patrimonio vinicolo del paese con nuovi vini. Questa zona però dovrà fare i conti con i problemi logistici che le peculiarità del territorio evidenziano.

A suo avviso quali sono i tratti caratteristici che legano l’Italia e l’Argentina culturalmente e nella maniera di vivere il vino? E quali le differenze più evidenti?

Circa il 70% della popolazione argentina ha sangue Italiano nel suo patrimonio genetico, Il legame è quindi molto forte in tutti i sensi. Nel tempo le tradizioni del nostro Paese si sono affievolite, sono state modificate, o sono andate perdute, ma resta intatto il rispetto che gli Argentini, anche i più giovani, nutrono nei confronti dell’Italia. Peraltro, nel modo di fare degli Argentini e nella loro filosofia di vita c’è una forte impronta latina, che si nota anche confrontando questo Paese con altri vicini, come il Cile, dall’impostazione e dallo spirito decisamente più anglosassoni.

Come definirebbe invece il legame tra lei e L’Argentina?

Una storia d’amore iniziata molto lentamente. Ho conosciuto l’Argentina passo dopo passo, anno dopo anno dal 1995 ad oggi, attraverso l’esperienza diretta delle sue peculiarità, che ho assorbito come per osmosi. Adesso la riconosco come la mia “altra Terra”.

Ovviamente per un enologo della sua rilevanza l’Argentina non è la sola Terra adottiva. In quali altri Paesi sta dando il suo supporto ed in cosa sente essi differiscono tra loro?

Si, in effetti il mio lavoro, e lo spirito curioso ed un po’ avventuriero con il quale l’ho sempre vissuto, mi ha dato la possibilità di avere esperienze in molti Paesi: Turchia, Croazia, Spagna (Mallorca, Ribera del Duero e Jumilla), Repubblica Ceca, Georgia, Brasile eCalifornia del Sud (area di Santa Barbara). Tra i miei progetti più affascinanti ce n’è uno che sta iniziando adesso in Perù, nell’area viticola più alta del mondo (3.600 metri di altitudine). Chiaramente, gli elementi di differenza sono molteplici, non soltanto in termini di qualità dei suoli e di clima (e, in tal senso, gli aspetti che incidono maggiormente sono la latitudine e la distanza dal mare), ma anche per ciò che concerne l’approccio del pubblico locale e delle rispettive proprietà di cantina: nel Nuovo Mondo è più libero e vivace, ma di impronta maggiormente legata all’estetica, mentre nel Vecchio Mondo resta più legato al passato e con maggiore profondità intellettuale.

In effetti, dopo aver accumulato un’esperienza così profonda e globale, non avverte che lo Spirito che pervade il Vino Mediterraneo sia un elemento fondamentale ed irripetibile?

Certamente le aree viticole mediterranee si compongono, in molti casi, di terroir forti, dal carattere marcato ed in grado di imprimere nei vini che producono un’impronta di sé stessi ben riconoscibile. Anche in zone del mondo lontane dal Mediterraneo però, esistono ambienti molto incisivi e affascinanti, che attendono solo di essere interpretati o che, in qualche caso, hanno già il loro riflesso in vini favolosi.

Come poter difendere questo ingente patrimonio ampelografico dai modernismi che potrebbero causare un’ulteriore fase di estinzione? E come riconoscere i progressi e le innovazioni di cui si ha maggior bisogno per poter essere in grado di preservarlo?

 

Ci vuole onestà, nonché capacità e coraggio di fare delle scelte. Personalmente credo che le categorie di vitigni vincenti per il futuro siano le seguenti: le varietà più nobili e dal più alto pedigree, che con la loro plasticità siano in grado di dare fedeli espressioni dei migliori terroir del mondo; oppure quelle meno complete e più povere, ma  dotate di un fascino particolare legato alla loro storia passata e al loro ambiente di coltivazione – purché coltivate proprio all’interno di quest’ultimo ed interpretate seguendo la chiave del genius loci – Non sono poi affatto contrario alla ricerca e al miglioramento genetico, purché la direzione dei processi e la gestione dei risultati sia regolata dai principi etici stabiliti da accordi tra stati democratici e non dalle leggi stabilite dai mercati e dalle multinazionali più potenti.

Quali sono i valori più significativi e determinanti per poter qualificare il senso Mediterraneo del Vino?

La possibilità di valorizzare le espressioni della grandissima quantità dei terroir presenti attraverso l’opportuna calibrazione delle scelte di campagna e di cantina. E poi ancora il collegamento emotivo con gli ambienti e le culture di produzione, per lo più ricchi di storia, fascino e suggestione.

Come potrebbe descrivere il gusto autentico del Vino Mediterraneo pur nelle sue diverse espressioni?

Come accennato sopra, il Mediterraneo del vino non ha un’espressione soltanto, ma ne possiede tantissime, sia in senso ambientale che culturale, ed entrambi questi fattori si riflettono poi nell’espressione sensoriale dei vini prodotti. Dovendo però individuare una linea comune, la identificherei nei requisiti di mineralità, vibrazione e definizione fragrante dei tannini.

Grandi macerazioni, artigianalità, biodinamica, anfore… esiste un’equazione che renda il profilo del Vino Mediterraneo più aderente alla sua identità?

Le pratiche di campagna e di cantina che rendono il vino del mediterraneo più aderente alla sua provenienza sono quelle che, a seconda dell’esattoterroir d’origine e dell’annata climatica, favoriscono la rispondenza del suo profilo sensoriale al suolo e al clima che lo hanno prodotto, ma anche al paesaggio e al contesto umano che lo hanno generato. Non esistono quindi regole precostituite, ma è l’uomo che, al centro dell’attività viticola e del terroir in cui opera, sceglie di volta in volta programmi di lavoro coerenti con il proprio ambiente ed il proprio percorso. Per fare esempi più concreti, generalmente un vino di montagna avrà un’acidità più marcata, così come sarà più presente lo iodio nei vini di mare o saranno maggiori la complessità aromatica e l’intensità di colore nelle zone contraddistinte da buona escursione termica. Se l’utilizzo delle anfore, l’attuazione del metodo biodinamico o le altre soluzioni che si possono adottare risultano utili allo scopo finale di far riflettere terroir e paesaggio nel vino finito, allora saranno state ben impiegate; in caso contrario andranno ad interferire e quindi costituiranno dei limiti.

Il modernismo enologico però è anche in grado di replicare il gusto tipico dell’artigianalità. Come difendersi dalla simulazione della tipicità di un vino?

Quella che io chiamo “la prova del nove” per testare il grado di autenticità, di integrità e di equilibrio di un vino è la sua tenuta, ovvero la capacità di trasmettere il suo messaggio di riflesso di un luogo e di un tempo precisi per almeno 9-10 anni dall’epoca della sua vendemmia.

Negli ultimi tempi la sua visione sul Saperavi impiantato in terra argentina sta facendo molto parlare di sé. Ci racconterebbe del progetto Noah e della sua esperienza in terra georgiana?

Il progetto Noah è un esperimento, un atto di pura ricerca, non dettato da programmi e richieste di tipo commerciale; ha l’obiettivo di testare l’espressione del Saperavi, vitigno Georgiano alle origini della viticoltura mondiale, in pieno Nuovo Mondo, e alle intensità luminose uniche della terra argentina. Il nome Noah è stato scelto per il riferimento biblico, ma anche perché in aramaico significa “vino”. La vera sfida sarà dedicare un’intera “birca” ad ospitare una collezione di tutte le viti antiche che si riescano a recuperare, come omaggio oltre Oceano all’archeologia della viticoltura.

Sapeva che Mediterranea Online è diventata media partner al ConcoursMondial de Bruxelles?

I miei complimenti più vivi e sinceri. Si tratta forse del primo concorso europeo per storia e prestigio, dotato dell’autorevolezza che ben si addice e si abbina al lavoro di Mediterranea Online.

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