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Mediterranea | November 12, 2018

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La sessualità femminile nella cultura sarda antica - Mediterranea

La sessualità femminile nella cultura sarda antica
Claudia Zedda

La lancetta di una bussola impazzita, ecco a cosa è assimilabile lo status di donna. Mutevole, ambivalente, ambiguo da sempre e per sempre. E questo è vero sia che ci si riferisca alla storia europea, sia che ci si interessi ai particolarismi locali, alle sfumature mediterranee o alle sfaccettature sarde. Non ci soffermeremo sul matriarcato isolano, noto a molti anche se purtroppo non a tutti, ne tanto meno ci fermeremo sulla condizione delle donne sarde in epoca medievale. Basti dire che non se la passavano poi troppo male, tutelate dal matrimonio a sa sardisca che vedeva una perfetta divisione dei beni, almeno ufficialmente in possesso dei medesimi diritti degli uomini in fatto di eredità, di compravendita, di proprietà e transizione, nella condizione di poter prendere in mano le sorti di un regno divenendo donna de logu, o meglio ancora danna maiore.

Ma l’aspetto che interessa indagare oggi è quello della sessualità femminile, del suo legame con l’istituzione del matrimonio, con la tanto chiacchierata prostituzione e con quel mondo magico che affascina tanto quanto intimorisce. Attorno a questo mondo parallelo la bigamia, il concubinato, la chiesa e l’occhio attento dell’Inquisizione, che di cose in Sardegna ne cambiò un bel po’, o per lo meno, dobbiamo dargliene atto ci provò e nelle maniere più cruente e ottuse. Un bel primato.

Si colloca in quel movimento chiamato civilizzazione dei costumi, l’azione repressiva verso il sesso, infausto processo prende avvio tra il XVI – XVII secolo.
Di li a poco il sesso, parte integrante della vita di ciascuno, sarà investito da una pioggia di tabù, innaturali pudori, restrizioni e condanne. Una vera e propria ossessione che porterà nel XIX secolo a farlo oggetto di studi attenti e condurrà alla coniazione della parola sessualità fino ad allora ignota.

Se a lungo i ceti popolari, cui facevano parte anche i preti, restarono impermeabili a questi mutamenti, pressoché da subito la lancetta che moveva lo status delle donne si mosse freneticamente. Principali colpevoli delle trasgressioni maschili, vennero invitate ad entrare in un labirinto senza uscita, colpevoli o di ravvivare gli istinti sessuali maschili, o di non riuscire a sottrarsi a questi.

La sessualità, almeno nella concezione ecclesiastica perdeva quell’aspetto di piacere che sempre l’aveva accompagnata e acquistò come unica funzione la riproduzione e i rapporti sessuali vennero accettati solamente entro il sacro vincolo del matrimonio.
Tanto era visto con sospetto l’atto carnale, che dopo il parto, condizione ultima del rapporto, le sarde venivano escluse per 40 giorni dalla vita societaria e solamente dopo l’affascinante rito de s’incresiadura, venivano reintegrate nella società. Attraverso il rito da svolgersi in chiesa, il sacerdote avrebbe purificato la donna, in quanto macchiata dallo stesso parto o meglio dall’atto sessuale.

Stando così le cose era praticamente impossibile che il concilio di Trento non affondasse il proprio interesse entro l’istituto ben gestito del matrimonio in Sardegna.
Le cose stavano più o meno così: il matrimonio almeno fra i ceti bassi era ancora gestito a sa sardisca. Secondo questo rituale si prevedeva che la donna contribuisse all’istituzione di un nuovo nucleo familiare non con una dote, bensì con il mobilio e il corredo. Contratto e cerimonia si svolgevano secondo complicati rituali all’interno della famiglia stessa, conclusi i quali la coppia si intendeva ufficialmente unita e in possibilità di condividere dimora. Il concilio di Trento ritenne la situazione inaccettabile in quanto non era prevista la presenza di alcun sacerdote che potesse sancire l’unione.

In ogni caso per lungo tempo l’abitudine al matrimonio familiare, e alla convivenza precedente al matrimonio ecclesiastico sopravvisse. Le si risolveva con il pagamento di una multa. E poi dicono che il denaro a nulla serve nella purificazione dell’anima!
Rimasero in auge inoltre concubinato, bigamia e l’usanza delle spose bambine. A lungo una donna sarda venne ritenuta pronta al matrimonio compiuti i 12 anni.
Seppure l’atto sessuale era previsto all’interno del matrimonio, vigevano una serie di regole che pretendevano di regolamentarlo. Baci, abbracci, carezze sembra non fossero vedute di buon occhio, e seppure non considerati peccati mortali, non erano ritenuti necessari alla “benevolenza fra i due”. Sembra superfluo ricordare che qualsiasi atto sessuale non finalizzato alla procreazione fra marito e moglie, fosse da ritenersi un gravissimo peccato.
Anche la prostituzione ha conosciuto un netto cambiamento di rotta. Nella prima parte del Cinquecento era considerata il male minore e paragonata ad un servizio sociale che avrebbe evitato di corrompere ogni cosa con la libidine. A dirlo niente meno che il grande pensatore cristiano S. Agostino, seguito a ruota da S. Tommaso.

Un servizio dunque che avrebbe evitato il dilagare di peccati e disordini che avrebbero potuto causare disonore a donne rispettabili, con violenze di vario genere. Una valvola di sfogo sociale che nella seconda metà del XVI secolo non poteva essere accettata. Combattuta e oggetto di riprovazione a parole, la prostituzione ben diffusa anche in terra sarda, continuò a sopravvivere. Spesso dettata, come risulta dai documenti, da condizioni di necessità reale, questa veniva svolta talvolta a livello familiare e non erano insoliti i casi di mariti compiacenti o di madri che spingevano le figlie alla professione, perché mangiare si doveva pur farlo in qualche modo. E’ il caso di due donne, madre e figlia, la cui storia è raccontata nel 1601 dall’ufficiale di giustizia cui venne a sapere di tale Giovanna e Monserrata Corellas, abitanti in Sestu, che usavano male il proprio corpo pubblicamente. Le due vennero allontanate dal paese, ma risulta palese la necessità da parte delle colpevoli donne alla professione.
Le prostitute in Sardegna le si poteva pure riconoscere dall’abbigliamento. Elemento fondamentale era l’andare in pubblico mostrando il capo scoperto, abitudine che denotava leggerezza e spregiudicatezza sessuale. Era infatti pressoché impossibile intravedere una sarda priva di fazzoletto se non nella propria dimora.

E anche quando le donne il sesso non lo praticavano, o istigavano, comunque potevano influenzarlo attraverso quella sfera del magico e del proibito che ben si lega al mondo della libido, almeno a detta degli inquisitori.
Alcune donne sarde sapevano fare qualcosa non da tutti; attraverso l’uso di pozioni, parole, rituali erano capaci di stimolare l’amore o inibirlo. Niente male no?
Influenzavano la sfera del femminile, ma soprattutto quella maschile attraverso le inquietanti legature che impedivano all’uomo sposato di portare a termine un rapporto sessuale.
Per riuscire nel rito della legatura si dovevano conoscere is brebus de accapiai – le parole per legare – che dovevano essere pronunciate in chiesa, il giorno delle nozze dei due, nel momento della benedizione. Nelle varie fasi si sarebbero dovuti effettuare diversi nodi su un pezzo di stoffa. Nessun rapporto sessuale sarebbe stato possibile fintanto che l’uomo fosse stato legato.

Ma queste donne erano capaci anche d’influenzare in positivo l’amore di un uomo per una donna, con l’utilizzo di parole e oggetti che per la maggiore erano ritenuti sacri, quali l’olio santo, o le ostie entrambi oggetto di frequenti furti e spesso utilizzate dagli stessi sacerdoti per invogliare coercitivamente le donne al rapporto.
Le sarde accusate di stregoneria e dunque eresia racconteranno inoltre di numerosi rituali svolti a notte fonda nei quali esse stesse invocavano la discesa della luna che sarebbe corsa in aiuto degli amanti non corrisposti.

Se è facile oggi vedere nella figura della luna quella di Divinità capace di influenzare le cose umane, manco a dirlo gli inquisitori ci videro il Demonio. I rapporti sessuali con questo diventeranno spaventosamente comuni nelle confessioni delle donne accusate di stregoneria solo dopo la seconda metà del XVI secolo, e non di certo per la scelta della Sardegna come luogo di villeggiatura da parte de s’Aremigu – il Diavolo.
I rapporti sessuali minuziosamente descritti da queste risultano oltremodo banali, e la figura del demonio finisce col trasformarsi in figura di marito. In alcuni casi risulta addirittura che questo sgridasse le donne, le rimproverasse o maltrattasse proprio come alcuni uomini erano soliti fare. Dovremmo pensare dunque o a un demonio poco fantasioso o ad un cliché.

Una donna quella sarda succube e soggetta alle mire maschili, siano queste laiche o ecclesiastiche, ma una figura capace comunque di influenzare le pratiche sessuali, determinarne il buon esito, o il cattivo risultato.
Una donna enigmatica ed ambivalente quella sarda, signora di segreti e custode di poteri e vittima della storia scritta dagli uomini, ma capace di influenzare il bene e il male.

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