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Mediterranea | January 22, 2018

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LA SCULTURA LIGNEA DEL SETTECENTO FRA NAPOLI E LA SARDEGNA

LA SCULTURA LIGNEA DEL SETTECENTO FRA NAPOLI E LA SARDEGNA
Alessandra Ghiani
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Un po’ di storia
Quando si parla di arte in Sardegna nel Settecento, si deve necessariamente far riferimento agli importanti apporti esterni, non solo italiani ma anche iberici. Come sappiamo, la Spagna ha esercitato il suo dominio sull’Isola per circa quattro secoli, un tempo sufficientemente lungo per instillare nella cultura sarda elementi propri di quella iberica e per rendere difficile la nascita di un’arte sarda autonoma.

È importante sottolineare che durante il regno di Ferdinando il Cattolico (1479 – 1516), si progettò l’unificazione amministrativa dei territori appartenenti ai regni d’Aragona e di Castiglia e si procedette anche al riordino delle diocesi e del sistema ecclesiastico in generale. L’arte, in questo contesto di grandi riforme, fu utilizzata come mezzo di coesione politica e religiosa; a tale scopo venne intensificata l’attività edificatoria e frequenti furono le commissioni di retabli pittorici destinati alle chiese di tutta l’Isola.
Grande diffusione ebbe la statuaria lignea, soprattutto in età controriformistica: si trattava per lo più di opere d’importazione, spesso di buona qualità, utilizzate come strumento di evangelizzazione. Il compito della liturgia, spesso incomprensibile alle orecchie di persone incolte, veniva così parzialmente delegato alle arti visive, il cui linguaggio semplice e diretto era capace di raggiungere un gran numero di persone. A questo scopo, dopo il Concilio di Trento, si diffusero in modo capillare le confraternite, associazioni volontarie laiche aventi una ben delineata organizzazione interna e la facoltà di amministrare il proprio patrimonio. Molto spesso erano le confraternite stesse a commissionare statue devozionali, inserendosi attivamente nella diffusione dei precetti controriformisti con l’ausilio dell’arte.
Da un punto di vista strettamente tecnico, i secoli XVI e XVII videro la diffusione dell’estofado de oro, procedimento in base al quale le statue lignee venivano dorate e successivamente ricoperte con il colore. Questo veniva poi asportato con una punta d’osso in base al disegno prescelto, al fine di ottenere un’elegante e fulgida damaschinatura volta a riprodurre i motivi presenti nei preziosi tessuti dell’epoca. Questa tecnica si diffuse rapidamente e largamente in Sardegna, soprattutto attraverso l’importazione di opere realizzate nel Regno di Napoli oppure fatte in loco da artisti forestieri. Opere di matrice partenopea, realizzate in diversi periodi, si trovano in varie parti dell’Isola, a testimonianza dei fervidi rapporti esistenti tra Napoli e la Sardegna.
Non è spesso facile dare un giudizio estetico sulle opere presenti nel territorio poiché i committenti condizionavano pesantemente le scelte degli artisti, spesso per motivi economici, altre volte per ragioni più legate al gusto individuale. In ogni caso è ampiamente documentata la consuetudine di richiedere agli artisti di seguire determinati modelli, che potevano essere stampe o statue già esistenti. Ciò non facilitava certamente la libera creatività artistica o la tendenza all’innovazione originale. Pertanto, per svariati secoli è mancata una figura di scultore che riscattasse la Sardegna almeno dal punto di vista artistico, è mancato il genio che potesse dar vita a un’autentica arte sarda.
I contatti e gli scambi con Napoli non vennero meno neppure quando l’Isola passò dalla dominazione spagnola a quella dei Savoia, così come per tutto il Settecento non cessò l’importazione di statue lignee dalla Campania. Attraverso il canale napoletano, gli artisti sardi mantennero i contatti con la cultura iberica, anche se questa non fu l’unico polo d’influenza. Se l’architettura fu appannaggio, per tutto il Settecento, degli ingegneri militari piemontesi, per la scultura e gli arredi marmorei fu quasi esclusiva l’impronta dei marmorari originari della Val d’Intelvi che passava attraverso i “piazzali” genovesi. Per quel che riguarda la statuaria lignea, invece, sono numerosi gli apporti che giungono dalla Campania, e da Napoli in particolare.

La scultura napoletana
È opportuno fare qualche accenno alla scultura lignea napoletana del periodo e ai suoi rappresentanti, al fine di comprendere gusti e tendenze presenti in Sardegna nel Settecento.
Un ruolo importante ebbe lo scultore Giacomo Colombo che realizzò anche opere marmoree, le più importanti delle quali in collaborazione con Francesco Solimena. Nel campo della scultura lignea, troviamo anche in Sardegna opere che possiamo riferire al Colombo o comunque ad artisti da lui influenzati, come ad esempio il San Archelao del duomo di Oristano.
Altro importante artista napoletano fu Nicola Fumo, morto nel 1723 e quindi operante negli stessi anni di attività del Colombo. Un confronto interessante potremmo farlo tra la statua raffigurante la Madonna del Rosario della parrocchiale di San Lorenzo a Villanovafranca e la Madonna delle Grazie realizzata dal Fumo per la parrocchiale di San Michele di Serino (Avellino). Le due opere hanno dei particolari significativamente simili, come la postura e l’andamento del panneggio: in entrambi i casi, l’abito scivola morbido evidenziando il movimento del corpo e il ginocchio destro leggermente piegato in avanti. Questi particolari non sono ovviamente sufficienti a proporre un’attribuzione, soprattutto in assenza di dati documentari, ma le due opere potrebbero provenire da un medesimo ambito culturale.
Altra opera interessante è il Cristo risorto realizzato da Giovanni Battista Antonini per la parrocchiale di Meta di Sorrento. L’andamento fluente del panneggio è tipico delle sue opere, mentre è meno frequente in opere presenti in Sardegna, soprattutto se si tratta di opere realizzate in loco, anche se un timido esempio potrebbe essere la Vergine Assunta della parrocchiale di Barumini, il cui manto vaporoso sottolinea l’ascensione al Cielo mentre i cherubini esaltano questo momento con il loro fuoriuscire dalle nubi. La base intagliata a motivi fitomorfi è settecentesca ma non sappiamo se la statua è coeva. L’iconografia di questa statua è un connubio tra le raffigurazioni cinquecentesche – in cui la Madonna schiacciava con i piedi un serpente, come descritto nel Libro della Genesi – e quelle diffuse in seguito alla codificazione dell’iconografia dell’Immacolata da parte di Francesco Pacheco del Rio (pittore, scrittore e rappresentante dell’Inquisizione per l’arte sacra) nel suo trattato del 1649 El arte de la pintura: la Donna – simile a quella dell’Apocalisse nell’interpretazione datane da S. Bonaventura da Bagnoregio – viene raffigurata con la luna sotto i piedi e una corona di dodici stelle sul capo.
Il 1720 rappresenta una data importante sia per la Sardegna sia per il Regno di Napoli; la prima passa sotto il dominio dei Savoia e vede la nascita dello scultore senorbiese Giuseppe Antonio Lonis; il secondo registra invece la nascita di Giuseppe Sanmartino, fecondo scultore napoletano, vero maestro nel plasmare principalmente il marmo ma abile anche nell’utilizzare stucco, terracotta e legno.
Di inusitata bellezza è il Cristo velato realizzato per la Cappella Sansevero a Napoli, prima opera certa del Sanmartino e forse anche una delle più frequenti fonti d’ispirazione per i suoi seguaci. Quest’opera è emblematica: il marmo sembra diventare materia fluida e plasmabile, il velo scivola sul corpo esanime con una sinuosità tale da conferirgli l’aspetto di un morbido drappo di seta. Il Sanmartino seppe unire all’accento realista, che gli derivava dalla sua attività di scultore presepiale, un certo virtuosismo d’intonazione aulica; questi aspetti, uniti alla sua maestria, lo fanno annoverare tra i più importanti artisti dell’epoca e non solo a livello locale.

Il culto del presepio
Si è accennato al fatto che Giuseppe Sanmartino fu anche abile scultore presepiale. Il culto del presepio era particolarmente sentito a Napoli anche nei secoli precedenti, ma conobbe una vera e propria esplosione nel corso del Settecento. Molto spesso le commissioni provenivano dagli aristocratici, compreso lo stesso re Carlo di Borbone, che sovrintendeva all’allestimento del presepe nelle sale del palazzo reale. La caratteristica predominante del presepe napoletano è la sua mondanità: i personaggi vestono i costumi dell’epoca, l’ambientazione è popolaresca e riproduce la vivacità delle strade napoletane e delle sue botteghe. Troviamo cibi e bevande dei più svariati tipi, belle cortigiane, osterie e tanti personaggi immemori del significato cristiano del Natale. A Napoli il presepe era legato al teatro popolare e al lavoro degli scenografi che provvedevano ad allestire questo lillipuziano mondo in festa.
Alla diffusione della cultura del presepe si somma l’avvio, nel corso del Settecento, della Fabbrica di Capodimonte, famosa ancora oggi per le sue porcellane.

Tutti questi fattori ci aiutano a capire quanto fosse vivace a Napoli e in Campania il mondo della scultura, e quanto fosse frequente l’esportazione di opere, soprattutto con i territori ancora uniti, se non più politicamente almeno culturalmente, al Regno di Napoli.
Lo spostamento non riguardava soltanto le opere, ma anche gli artisti. Chi possedeva una bottega avviata assumeva degli apprendisti e l’apprendistato era obbligatorio per poter aprire un’attività propria. Naturalmente, chi aveva l’opportunità completava la propria formazione allontanandosi dalla terra natia: questo permetteva una migliore conoscenza delle tendenze artistiche, offriva la possibilità di vedere opere site in altri luoghi e di conoscere artisti famosi che non si sarebbero potuti incontrare altrimenti. È il caso di Giuseppe Antonio Lonis, che si spostò a Napoli e completò la sua formazione presso gli scultori Gennaro Frances e Giuseppe Picano. Gennaro Frances, o Franzese, autore del San Michele Arcangelo della Chiesa di Santa Maria dei Martiri a Bitonto, era probabilmente parente del più noto Gaetano Franzese. Per quanto riguarda Giuseppe Picano, fu singolare interprete del caposcuola Sanmartino.
Questi due autori hanno influenzato sensibilmente il Lonis, artista fecondo e abile, che possiamo considerare, senza dubbio alcuno, il più importante scultore del Settecento sardo.

Immagini
In alto: San Daniele, Parrocchiale di Santa Barbara, Furtei (SU). La statua, del XVII secolo, è decorata con la tecnica dell’estofado de oro.
Cristo velato – Giuseppe Sanmartino
San Archelao – Cattedrale di Oristano
Presepe napoletano

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