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Mediterranea | November 20, 2018

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La rivoluzione digitale vista da un content curator - Mediterranea

La rivoluzione digitale vista da un content curator
Francesca Violante Rosso

Eugenio Agnello, ingegnere civile siciliano con la passione per il web marketing turistico, blogger, studioso di on line publishing e specialista di content curation, è un assertore convinto della società 2.0.

Ingegner Agnello, quando e perché la sua professione ha incontrato internet e in che modo lei è diventato un esperto della rete?

«Nel 1998 ho acquistato il mio primo computer per scrivere la tesi di laurea, quindi per necessità. Dopo aver superato l’esame, però, ho iniziato a lavorare, mi sono dedicato con entusiasmo anche a scoprire il mondo dei software e quello di internet e ho cercato di ottimizzare la mia attività professionale usando più che potevo l’e-mail, quando lo standard era il fax, per contattare colleghi, clienti e fornitori. Nel 2007 poi, con la diffusione dei siti di aggregazione sociale, mi sono concentrato sulle nuove tecnologie, che rispetto agli anni precedenti permettevano di imparare, in forma gratuita, molte più cose. Così ho letto ciò che mi interessava, ho capito quali fossero i migliori strumenti da utilizzare e in che maniera fare comunicazione on line e appena ho avuto l’occasione ho creato diversi blog. Trascorsi alcuni mesi ho ottenuto i primi risultati in termini di visite e di entrate e la mia passione per la rete si è sviluppata».

Qual è l’obiettivo principale che si propone il content curator e che caratteristiche deve avere questa nuova figura?

«L’obiettivo è quello di filtrare l’enorme quantità di notizie continuamente pubblicate in rete per selezionare le più rilevanti e per renderle fruibili da un gruppo di persone accomunate da uno specifico interesse. Un buon content curator, pertanto, per ottenere risultati deve trovare ogni volta fonti nuove e fresche, deve conoscere i principi della scrittura sul web, deve avere una buona capacità di sintesi e deve aggiungere opinioni e commenti a ciò che presenta».

Oggi, a livello storico, viviamo la fase più acuta e più rivoluzionaria di quella che il futurologo Jeremy Rifkin ha definito l’era dell’accesso. Davvero chi non è “connesso” rimarrà definitivamente indietro?

«È altamente probabile che questo accada perché il quotidiano ricorso alle e-mail, la costante ricerca di informazioni e la sempre più grande espansione dei social network stanno cambiando la vita di ognuno di noi, delle comunità e delle istituzioni politiche.
Non a caso in una risoluzione delle Nazioni Unite dello scorso luglio si afferma che il libero accesso a internet deve essere considerato un diritto umano e che ogni Stato deve garantirlo. Il riconoscimento di tale concetto nasce dal fatto che alcuni avvenimenti recenti, come la primavera araba del 2011, hanno dimostrato quanto la rete sia capace di contribuire alla battaglia contro l’ineguaglianza e ad accelerare lo sviluppo di un popolo».

La digitalizzazione sta determinando un nuovo equilibrio globale, fondato su un sistema valoriale e relazionale tutt’altro che tradizionale. Quali sono i rischi e quali sono i vantaggi che possono derivare da questo dinamismo tecnologico?

«La protezione dei minori su internet, la gestione della privacy, le frodi informatiche e finanziare sono alcuni dei principali temi su cui aziende, ricercatori e legislatori si confrontano per cercare di evitare la creazione di condizioni che mettano a rischio la navigazione degli utenti inesperti. Non sono da sottovalutare neppure le problematiche legate alla trasformazione del mercato e alla conseguente chiusura di attività imprenditoriali non più compatibili con i meccanismi della vendita on line.
Risulterà molto vantaggiosa, invece, la notevole riduzione degli spostamenti che il progresso delle nuove tecnologie sta comportando. Un numero sempre crescente di software basati sul web, infatti, sta consentendo al telelavoro di diffondersi rapidamente e di offrire ottimi risultati».

Internet rappresenta ormai lo strumento più importante per la veicolazione di un’immagine valida e vincente. Il Distretto Turistico Valle dei Templi, per esempio, ha bandito alcune borse di studio per l’ideazione di progetti promozionali on line sul patrimonio artistico e naturalistico della provincia di Agrigento. Lei, che ha partecipato come candidato, quale strategia ha suggerito per rendere una destinazione turisticamente appetibile e per migliorarne la capacità concorrenziale sul mercato?

«Io seguo con attenzione ciò che si scrive in rete nel campo del web marketing territoriale. Negli ultimi mesi ho letto, approfondito e ripubblicato sul mio blog notizie riguardanti i maggiori successi promozionali di Regioni, di Province e di Comuni. In occasione del concorso bandito dal Distretto, sulla base dell’esperienza maturata, ho presentato un progetto relativo alla creazione di un ecosistema digitale su internet, che consente al turista di poter conoscere meglio la destinazione prima di acquistare il viaggio e poi, durante e dopo la vacanza, di poter interagire ovunque, sui siti web e sui profili sociali.
La mia idea prevede, tra l’altro, la formazione di un social media team che abbia le competenze per fornire a chiunque le risposte necessarie, per creare contenuti (video, audioguide, guide in pdf, applicazioni per smartphone e qr-code) inerenti al territorio e, infine, per raccogliere su un unico sito quanto inserito on line dagli stessi utenti».

Chi si regala una vacanza ha esigenze diverse rispetto al passato. Può tracciarci il profilo del nuovo turista?

«Oggi chi ama spostarsi organizza la propria vacanza autonomamente, trova in rete le informazioni che gli servono per decidere quale meta scegliere, legge sempre più spesso le recensioni on line, vuole conoscere le opinioni degli altri su una determinata destinazione e si ispira alle foto di viaggio che gli stessi amici pubblicano sui profili sociali.
Il turista che internet sta creando sente il bisogno di condividere pensieri, immagini ed emozioni e in confronto a chi lo ha preceduto è più giovane e più colto, vive il territorio in maniera più consapevole, si muove in maniera più lenta e ha una maggiore capacità di spesa».

Anche per l’editoria è sbocciata la primavera digitale, tanto che il recente Salone Internazionale del Libro di Torino ha dedicato la manifestazione al tema, e rispetto al 2011 i titoli disponibili su e-book sono triplicati. Eppure in Italia la loro incidenza sul totale dei volumi venduti raggiunge a stento l’uno per cento. Lei come interpreta questo dato?

«Da noi le vendite di e-book sono di gran lunga inferiori a quelle dei paesi europei più sviluppati, ma il trend di crescita è molto buono e si prevede per il 2014 una penetrazione pari al tre per cento. Attualmente la Gran Bretagna guida il mercato del vecchio continente con dieci lunghezze di vantaggio sull’Italia. Secondo un rapporto di A.T.Kearney, società globale di consulenza strategica, le ragioni vanno ricercate in una maggiore disponibilità di titoli e nella presenza di un numero superiore di distributori.
Dallo stesso documento emerge che la situazione, con un’incidenza del dieci per cento, è addirittura migliore negli Stati Uniti, dove il successo del libro digitale è da attribuire a una più grande diffusione delle tecnologie, a un settore editoriale meno conservatore, ai più numerosi contenuti creati ad hoc per rispondere ai bisogni della gente e al minor costo rispetto allo stesso titolo cartaceo».

Oggi è facile imbattersi nelle notizie e non a caso la figura del citizen journalist sta spopolando. In che modo si salvaguarderà la professionalità di chi fa comunicazione?

«La professionalità di un giornalista, di un blogger o persino di un citizen journalist dipenderà dalla serietà mostrata in rete e non dall’appartenenza a una testata o da un premio ricevuto. Di conseguenza maggiore sarà l’autorevolezza del messaggio trasmesso e delle storie raccontate e più aumenterà l’influenza.
Anche se può sembrare che i contenuti on line non siano particolarmente attendibili, la veridicità di una notizia può essere verificata solo grazie a internet e in futuro, a mio parere, questo sarà sempre più chiaro».

Che cosa ci sarà dopo la società 2.0?

«Non posso immaginare gli effetti che internet provocherà nel medio e nel lungo termine, ma sono convinto che stiamo ricevendo innumerevoli benefici dalle nuove tecnologie e che inevitabilmente con il passare del tempo questa tendenza migliorerà la nostra società».

L’uomo di domani, dunque, dovrà essere necessariamente un cittadino del mondo, facilmente reperibile nell’immensa agorà del web, ultradigitalizzato e sempre più social. E una manciata di post su facebook o di cinguettii su twitter non basteranno per renderlo tale perché solo la comunicazione intelligente sarà la base imprescindibile del successo, individuale o di gruppo, nel lavoro e nella vita.

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