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Mediterranea | November 13, 2018

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La parola, il libro, la televisione. Saviano al salone del libro di Torino - Mediterranea

La parola, il libro, la televisione. Saviano al salone del libro di Torino
Francesca Violante Rosso

Torino

Saviano e Quello che (non) ho al Salone internazionale del libro di Torino

In quest’Italia che arranca e che invoca a gran voce giustizia e legalità, Roberto Saviano sa catturare la folla come pochi altri. E al Salone Internazionale del Libro di Torino, nell’Auditorium del Lingotto, il suo ingresso è trionfale perché la standing ovation delle 1800 persone che sono riuscite a entrare, lasciandone fuori altre 1000, nasce dal cuore e dalla voglia di cambiare. Lui, che con Gomorra ha intaccato pesantemente il potere del silenzio con la forza della parola, non può più chiamarsi uomo libero, tuttavia non abbandona la strada che nello stesso momento in cui gli ha regalato il successo lo ha costretto a vivere un’esistenza blindata.

Sul palco c’è la squadra di Quello che (non) ho, il nuovo programma de La7, e lo scrittore dialoga con Fabio Fazio, con Michele Serra, con Francesco Piccolo e con Luciana Littizzetto, la cui esuberanza viene coraggiosamente contenuta dal direttore editoriale del Salone Ernesto Ferrero, che modera il dibattito. I temi affrontati, incentrati sul rapporto tra scrittura e televisione, sono impegnativi, ma si tende a sdrammatizzare e le frecciatine ironiche scagliate qua e là non risparmiano neanche Piero Fassino. «È più grasso di quanto dice Luciana» commenta Fazio quando il sindaco del capoluogo piemontese, accolto da un caloroso applauso, arriva in Auditorium.

In ogni caso il filo conduttore dell’evento è inequivocabile: il valore fondamentale della comunicazione, illustrato con esempi concreti che vanno da Se questo è un uomo di Primo Levi alla vicenda della scuola di Beslan passando per Vladimir Putin e per Silvio Berlusconi. L’accento viene posto sull’importanza della narrazione: «Dovevamo raccontare la Russia, che con il nostro paese ha solidi legami politici, e non lo abbiamo fatto. Le madri dei bimbi morti nella scuola dell’Ossezia vogliono che in Italia si conosca davvero la verità» afferma Saviano, che a parere di Fazio «è il massimo testimonial della parola a livello nazionale».

«Ad aver reso pericoloso ciò che ho scritto – tiene a precisare, però, l’autore campano riferendosi alla sua opera prima – non sono stato io. Sono stati i lettori. Il Salone Internazionale del Libro di Torino, quindi, è pieno di persone pericolose», che mostrano di comprendere il messaggio universale veicolato dalla cultura.

«Bisogna creare empatia perché a spaventare la criminalità organizzata e le dittature non è la notizia in quanto tale, ma l’attimo in cui essa passa al pubblico. In Salvador il reporter Christian Poveda è stato ucciso da chi gli aveva consentito di girare un documentario sul narcotraffico, La vida loca, dopo che questo aveva raggiunto gli Stati Uniti» spiega lo scrittore, che oggi sa bene come anche un’opera editoriale o cinematografica possa trasformarsi in una «straordinaria arma atomica».

«Quello che (non) ho è un programma assolutamente letterario e siamo felici di farlo in tv» annunciano Fazio e Piccolo. Poi il discorso si sposta sulla funzione della Rai, che non sempre adempirebbe i propri compiti, ma l’intervento di Paolo Ruffini stempera i toni: «Non è indispensabile delegare le cose ad altri. Tutti, svolgendo bene il nostro lavoro, possiamo contribuire a fare servizio pubblico» dichiara il direttore de La7.

Secondo Serra la questione potrebbe essere semplice. «Che termini dobbiamo usare? Il punto – afferma il giornalista – è che in genere questa domanda non viene posta o viene posta poco. Nel 90 per cento degli spazi televisivi non c’è chi, come Roberto, si interroga su ciò che si dice e questo mi spaventa». Eppure «alle parole – sostiene Littizzetto – ognuno di noi dà un senso, non importa se della profondità o della leggerezza perché la leggerezza non nasconde la profondità».

Quello che (non) ho ignora volutamente le logiche della tv e non è esente da critiche feroci, ma «le scommesse – conclude Saviano, pensando anche all’eventualità di portare la poesia in prima serata – si possono vincere. Difendete ciò che vi piace perché è quanto di più necessario possa esistere». Gli ascolti registrati dalla nuova trasmissione gli danno ragione.

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